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lunedì , 23 gennaio 2017
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Lenin e la prima guerra mondiale

Lenin e la prima guerra mondiale

Il testo della relazione presentata all’assemblea di Bellinzona (Svizzera) tenutasi l’11 ottobre 2014 e organizzata dal Movimento Svizzero per la Pace.

Il primo conflitto planetario imperialistico non scoppiò nel luglio/agosto del 1914 per errore umano o pura casualità: come ha giustamente notato David Stevenson nel suo libro “La grande guerra” (p. 43), la tesi della guerra per errore “è oggi insostenibile” anche solo tenendo a mente la distanza temporale di più di un mese creatasi nel 1914 tra il celebre attentato di Sarajevo e lo scoppio effettivo delle ostilità sul suolo europeo.

Non fu certo una guerra divampata a “caldo”…

Inoltre la prima guerra mondiale non si sviluppò certo per assenza o scarsità di processi di globalizzazione, di compenetrazione economica tra le nazioni in conflitto, anzi. Sempre Stevenson, lontano anni-luce da qualunque simpatia comunista e marxista, ha sottolineato un punto fermo ormai assodato dalla storiografia contemporanea notando che “gli anni che precedettero il 1914 conobbero livelli di interdipendenza economica che non si ripeterono più fino a ben oltre la seconda guerra mondiale” e al 1960, visto che proprio nel 1913 le esportazioni/importazioni valevano e pesavano per circa un quarto del prodotto nazionale lordo tedesco, britannico e francese di quel tempo (Stevenson, op. cit., pp. 40-41).

La guerra del 1914-18 invece scoppiò principalmente per lo scontro mortale in atto da tempo tra due gruppi imperialisti contrapposti, quello anglofrancese (e russo) e l’alleanza tedesco-austriaca, a causa del loro conflitto antagonista per il dominio politico-economico, per il controllo dei mercati, delle sfere d’influenza e delle fonti di energia/materie prime su scala europea e mondiale, risultando – come notò giustamente Lenin – una battaglia senza limiti per decidere quale delle due “bande di briganti” dovesse egemonizzare il mondo, il blocco anglofrancese o viceversa quello tedesco.

Grazie anche all’eccellente studio effettuato nel 1993 da Paul Kennedy rispetto all’antagonismo anglo-tedesco nel Ventesimo secolo, persino alcuni storici anticomunisti negli ultimi decenni hanno in parte dovuto prendere atto della validità dell’analisi leninista rispetto alle cause fondamentali del primo macello planetario, focalizzando a modo loro l’attenzione sulla “weltpolitik” condotta tra il 1890 e il 1914 dai circoli dirigenti dell’imperialismo tedesco, con l’imperatore Guglielmo II in testa, in qualità di mandatario politico della frazione politica egemone in quel periodo storico all’interno della borghesia e dell’apparato statale della Germania.

Ad esempio Stevenson, sulla scia di Paul Kennedy, ha posto l’accento sul piano strategico via via elaborato dall’imperialismo tedesco dal 1890 al 1914 e teso a ottenere progressivamente l’egemonia planetaria, focalizzando l’attenzione sulla “nuova iniziativa intrapresa a partire dagli ultimi anni Novanta del XIX secolo, conosciuta come politica mondiale o weltpolitik. La sicurezza continentale ora non bastava più, e Guglielmo II e i suoi consiglieri affermavano con ostentazione il diritto della Germania ad avere voce in capitolo nell’impero ottomano (dove dichiarò di essere il protettore dei musulmani), in Cina (dove la Germania acquisì un diritto sul porto di Tsingtao, nella baia di Chiao Chou) e in Sud Africa (dove Guglielmo II sostenne gli afrikaner contro i tentativi britannici di controllarli, inviando nel 1896 un telegramma di sostegno a Paul Kruger, presidente del Transvaal).

La manifestazione più concreta di weltpolitik furono però le leggi navali del 1898 e 1900. Con l’approvazione del Reichstag, il ministro della Marina di Guglielmo II, Alfred von Tirpitz, iniziò la costruzione di una nuova flotta di corazzate studiate per operazioni nel Mare del Nord”. (D. Stevenson, op. cit., p. 56)

Un’analisi corretta, che tuttavia non prende nel giusto esame la weltpolitik opposta e antagonista che era stata condotta anche dalla borghesia inglese, tesa e finalizzata da secoli al processo di costruzione di un’egemonia britannica su scala planetaria e rispetto a buona parte del mondo extraeuropeo, attraverso l’utilizzo della supremazia incontrastato sul piano marittimo-militare via via a partire dal 1713.

Nel 1890-1914, in altri termini, l’imperialismo inglese risultava da tempo come la principale potenza imperialistica su scala mondiale, a capo di una rete planetaria capillare di oppressione politica e di sfruttamento economico-finanziario che estendeva la sua sinistra tela dal Canada alla Cina e a Hong Kong, passando per buona parte dell’America Latina, dell’Africa e per il controllo dell’intero subcontinente indiano, attuali Pakistan e Sri Lanka inclusi; la weltpolitik inglese, altrettanto feroce e spietata di quella tedesca, nel periodo precedente all’estate del 1914 aveva l’obiettivo strategico di difendere a qualunque costo l’egemonia coloniale e neocoloniale (ad esempio nei confronti del Portogallo e dell’Argentina di quel tempo) britannica contro quello che dal 1898-1900 risultava ormai il suo nemico principale, l’aggressivo e sempre più potente imperialismo tedesco, anche a costo di allearsi a tal fine con un precedente e scomodo “nemico storico” dell’Inghilterra, e cioè quella Russia zarista con cui Londra aveva avviato in precedenza una sotterranea ma sanguinosa lotta (il “Great Game”) per l’egemonia sull’Asia centrale, dal 1835 al 1905.

Lo scontro internazionale, divenuto mortale e irreversibile dal 1907 in poi, tra la weltpolitik tedesca e quella speculare dell’imperialismo britannico risulta la chiave di lettura decisiva delle origini e cause principali della prima guerra mondiale: un’asse e una matrice fondamentale a cui, dal 1898 in poi, si aggiunsero e aggregarono via via anche gli altri conflitti e contraddizioni interimperialistiche, a partire da quelle esistenti tra Francia e Germania per il controllo dell’Europa occidentale (Belgio e Alsazia – Lorena in testa) e tra Russia e Austria, per l’egemonia politica-economica nei Balcani.

Anche lo storico anticomunista N. Ferguson, nel suo libro intitolato “La verità taciuta”, ha riconosciuto in parte tale “fatto testardo” ammettendo le pesanti responsabilità – spesso sottaciute, se non negate del tutto – dell’imperialismo britannico nello e per lo scoppio della prima guerra mondiale.

Andando controcorrente rispetto al trend principale della storiografia occidentale, Ferguson ha notato ad esempio che era scorretta, e in gran parte falsa, la tesi ufficiale dell’imperialismo britannico per cui i suoi circoli dirigenti – allora il governo inglese risultava di matrice liberale ed era guidato da Herbert Asquith, con al suo interno forti personalità quali Winston Churchill (ministro della marina militare britannica) e lord Grey, l’astuto ministro degli esteri di quel tempo – nei fatidici giorni compresi tra il 23 luglio e il 4 agosto del 1914 scelsero di entrare in guerra per difendere il “povero” Belgio, invaso dalla potenza militare tedesca a dispetto della sua neutralità di facciata.

Invece Ferguson dimostrò, in base alle stesse dichiarazioni di Churchill e Grey, come la posta in palio per l’imperialismo britannico risultasse assai diversa e di ben altro spessore, e cioè che a loro avviso la Gran Bretagna “non potesse, per la nostra stessa salvezza e indipendenza, permettere che la Francia fosse sconfitta come risultato di un atto di aggressione da parte della Germania”. Secondo Churchill un tiranno continentale mirava al dominio del mondo. Nelle sue memorie Grey abbracciava le due tesi. «Il nostro ingresso in guerra immediato e compatto», ricordava, «era dovuto all’invasione del Belgio». Ma la mia sensazione istintiva era che dovessimo accorrere in aiuto della Francia. Se la Gran Bretagna fosse rimasta in disparte, allora la Germania avrebbe dominato su tutta l’Europa e l’Asia minore, perché i turchi si sarebbero schierati con la Germania vittoriosa. Stare in disparte avrebbe significato il dominio della Germania, la sottomissione della Francia e della Russia, l’isolamento della Gran Bretagna, l’odio per lei sia da parte di chi ne aveva temuto l’intervento sia da parte di chi lo aveva desiderato e in ultima analisi che la Germania avrebbe avuto mano libera sul continente. Secondo K. M. Wilson questo argomento egoistico era più importante del destino del Belgio, che era enfatizzato dal governo principalmente per placare gli scrupoli di ministri di gabinetto tentennanti e per tenere l’opposizione al suo posto. Più di ogni altra cosa la guerra fu combattuta perché era nell’interesse della Gran Bretagna difendere la Francia e la Russia e impedire il consolidamento dell’Europa sotto un unico regime potenzialmente ostile”. (Ferguson, “La verità taciuta”, p. 34)

La posta in palio, come aveva notato giustamente Lenin dal suo esilio in Svizzera, paese in cui il geniale rivoluzionario russo era arrivato nell’agosto del 1914 e poco dopo lo scoppio delle ostilità, risultava pertanto l’egemonia politica ed economica su scala europea e mondiale: in una polemica del 1916 con il bolscevico Juri Pjatakov, Lenin annotò con esplicita approvazione “un eccellente definizione” (sue parole testuali) elaborata da Karl Kautsky poco prima dello scoppio della guerra, indicante che “in una guerra tra Germania e Inghilterra la questione non è la democrazia, ma il dominio mondiale, lo sfruttamento del mondo” (V.I. Lenin “Intorno a una caricatura del marxismo e all’economicismo imperialista”).

Sempre evidenziando la responsabilità dell’imperialismo britannico nel lungo processo politico, militare ed economico che dal 1898 al 1914 portò all’avvio del primo conflitto mondiale, Ferguson ha sottolineato altresì come a partire dal 1905 la politica estera britannica ebbe come suo fulcro l’individuazione (corretta) dell’imperialismo tedesco come nemico principale su scala mondiale, da indebolire a ogni costo e anche alleandosi con quella Russia zarista con cui Londra si era scontrata, direttamente o indirettamente, per almeno un secolo in Europa e in Asia centrale: anche alleandosi con un nemico storico della Gran Bretagna, come ammise apertamente fin dal 1906 il sopracitato lord Grey, ministero degli esteri inglese dal 1905 al 1916.

Rispetto a tale direttiva strategica di Grey e dell’imperialismo britannico, di cui il ministro degli esteri del tempo costituiva un fedele mandatario politico, Ferguson ha sottolineato come “la diminuzione della potenza russa in seguito alla sconfitta con il Giappone e alla rivoluzione del 1905 gli rese le cose facili. In queste circostanze poté contare sull’appoggio dell’opposizione per i tagli alle spese per la difesa dell’India e in tal modo sbarazzarsi di quelli che, al Ministero della Guerra e al governo dell’India, continuavano a pensare che la Russia fosse la vera minaccia alla frontiera nord-occidentale. Trovò anche un appoggio (e assai qualificato) nel colonnello William Robertson del Dipartimento di informazione del Ministero della Guerra, che si batté contro l’aumento degli impegni militari della Gran Bretagna in Persia o al confine afghano quando la Germania era la minaccia militare più seria”.

Con notevole lucidità proprio Roberston notò che “per secoli in passato ci siamo opposti a tutte le potenze che a turno avevano aspirato alla supremazia continentale; e nel contempo, e come conseguenza, abbiamo ravvivato la nostra sfera di supremazia imperiale. Un nuovo predominio sta ora crescendo, il cui centro di gravità è Berlino. Qualunque cosa ci aiuti a opporci a questo pericolo nuovo e formidabile sarebbe di inestimabile valore per noi”.

Questo offrì a Grey l’occasione di attuare profondi mutamenti nella politica estera inglese.

Gli accordi immediati conclusi (tra la Russia e la Gran Bretagna) il 31 agosto 1907 riguardavano il Tibet e la Persia. Il primo divenne uno stato cuscinetto; l’altra fu divisa in sfere di influenza, il nord alla Russia, il centro neutrale e il sud-est alla Gran Bretagna. Con le parole di Eyre Crowe, la finzione di una Persia unita e indipendente doveva essere sacrificata pur di evitare qualsiasi lite con la Russia. Per secoli in passato – per usare l’espressione di Robertson – la Gran Bretagna aveva anche cercato di opporsi all’estensione russa nei Dardanelli e anche in Persia e in Afghanistan. Ora, per il bene dei buoni rapporti con la Russia, tutto questo poteva essere abbandonato. Se le questioni asiatiche si sistemano favorevolmente, disse Grey al sottosegretario di Stato Sir Arthur Nicholson, i russi non avranno guai con noi riguardo all’ingresso del Mar Nero. La vecchia politica di chiuderle in faccia gli Stretti e rinfacciarle il suo peso a ogni conferenza delle potenze sarebbe stata abbandonata, anche se Grey rifiutò di dire con precisione quando.

Allo scopo di rafforzare il ruolo della Russia di contrappeso alla Germania su terra, Grey arrivò persino a manifestare segni di incoraggiamento alle tradizionali ambizioni russe nei Balcani”. (Ferguson, op. cit., pp. 111-112).

“Supremazia imperiale”; accordi russo-inglesi per la spartizione dell’Iran e del Tibet; individuazione da parte di Londra del “nuovo predominio” imperiale che “sta crescendo a Berlino” e l’asserita necessità, per l’imperialismo britannico, di “opporsi a questo pericolo nuovo e formidabile”: sembra quasi che il geniale marxista Lenin avesse avuto superpoteri tali da permettergli di conoscere in segreto le reali motivazioni strategiche degli imperialismi britannico e tedesco tra il 1898 e il 1914, quando egli iniziò a elaborare compiutamente in terra svizzera la sua analisi dell’imperialismo.

Lenin comprese infatti alla perfezione come la guerra del 1914 fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi, con mezzi violenti (Clausewitz), e che la politica condotta dai nuclei dirigenti politici delle diverse potenze – ivi compresi gli Stati Uniti e il Giappone – dopo il 1870 e fino al 1914 fosse una politica imperialistica e “l’espressione concentrata” di precisi interessi economici della borghesia e del capitale finanziario: una tesi innegabile che è stata confermata in seguito da un secolo di altre esperienze concrete, di invasioni e occupazioni imperialistiche, di guerre più o meno sotterranee tra le grandi potenze e, non certo ultimo fattore per importanza, dal secondo conflitto mondiale.

A questo punto si può ormai passare a individuare alcune tesi e punti fermi, importanti ma di regola poco noti, del processo di analisi sull’imperialismo effettuata da Lenin.

Non mi riferisco alla sua ormai classica definizione dell’imperialismo, intesa correttamente come “stadio monopolistico del capitalismo” con i suoi “cinque principali contrassegni” e cioè:

  1. “La concentrazione della produzione del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli (trust, multinazionali, ecc.) con funzione decisiva nella vita economica;

  2. La fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario” di un’oligarchia finanziaria (credo che qui in Svizzera, ma non certo solo da voi, tale definizione leninista risulti ormai particolarmente chiara e veritiera…);

  3. La grande importanza acquisita dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

  4. Il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali, che si ripartiscono il mondo (le multinazionali, gli istituti finanziari e le compagnie di assicurazione che operano su scala mondiale, ecc.);

  5. La compiuta ripartizione della terra, di tutto il nostro pianeta, “tra le più grandi potenze capitalistiche” (V. I. Lenin, “Imperialismo, fase suprema del capitalismo” (cap. VII).

Dal 1914-16 fino ad oggi, un secolo intero di esperienze storiche concrete e ripetute ha mostrato via via la validità e l’esattezza del processo di definizione leninista rispetto all’imperialismo. Mi soffermerò pertanto su altri “anelli” e “reti” teoriche di Lenin, a partire dall’individuazione geniale da parte sua della tendenza generale allo sviluppo diseguale all’interno delle potenze capitalistiche: un tema che buona parte della sinistra “antagonista” preferisce non affrontare perché troppo legata alle tesi leniniste (non di Stalin, anche se riprese con determinazione dal leader comunista georgiano) sulla possibilità di una rivoluzione socialista in un solo paese e – a determinate condizioni – della possibile costruzione del socialismo anche in un solo paese.

Lenin notò acutamente, nel suo “Imperialismo” del 1916, che la praxis concreta del 1870-1916 mostrava chiaramente come le diverse potenze imperialistiche si sviluppassero sul piano economico (e militare, militar-tecnologico, di conseguenza) con ritmi e tassi di sviluppo assai diversi, acquisendo saggi di incremento del loro potenziale globale economico (e militar-tecnologico) molto differenti tra loro: un’asimmetria profonda che non solo costituiva una realtà innegabile sul piano mondiale ma, anche e simultaneamente, una sorta di profonda “faglia tettonica” profonda, che con il tempo preparava in modo cumulativo e continuo dei veri e propri “terremoti” e dei salti di qualità rispetto al concreto rapporto di forze e alla correlazione di potenza concreta tra le diverse potenze imperialistiche, facendo in modo che alcune di esse risultassero in declino relativo rispetto ad altre, invece collocatesi via via in una posizione politicamente vantaggiosa di ascesa relativa rispetto alle prime.

Tale era il caso concreto della Germania, in ascesa rispetto alla declinante potenza mondiale “numero uno” britannica nel periodo compreso tra il 1870 e il 1914: uno studioso anticomunista come Stevenson ha ammesso ad esempio che se in termini di produzione di acciaio la Germania nel 1870 fabbricava solo la metà dell’output britannico in tale settore strategico, già nel 1913 il rapporto di forza ormai risultava rovesciato a favore dei tedeschi, con una produzione doppia rispetto a quella dell’imperialismo inglese.

Un’ulteriore conseguenza e sottoprodotto della legge dello sviluppo diseguale dell’imperialismo, nelle sue reti e filiali nazionali, risultava un tasso crescente di instabilità e di tensioni politico economiche tra le diverse potenze imperialistiche, un sempre più elevato – in rapporto mediato con i diversi ritmi di sviluppo economici e tecnologici, sia in campo civile che militare – livello di conflittualità tra di loro, particolarmente evidente tra gli stati in ascesa (relativa) e declino (relativo) e, a maggior ragione, tra le grandi potenze imperialiste in via di declino relativo e quelle invece in fase di “sorpasso” rispetto a queste ultime: un fenomeno già notato, in un ben diverso contesto strategico, dal grande storico greco Tucidide, rispetto allo scontro pluridecennale avvenuto tra la potenza (in ascesa) dell’Atene schiavista del V secolo a.C. e quella di Sparta, in declino relativo.

La legge dello sviluppo diseguale nel 1870-1914 ridisegnò via via (e ridisegna tuttora) i rapporti di forza globali tra le diverse potenze imperialistiche, provocando nel medio e lungo periodo sia una trasformazione delle loro strategie generali e delle loro aspettative, ambizioni e appetiti politico-economici che una crescita parallela delle tensioni e degli scontri al loro interno, in una prima fase sotto forma “molecolare” (Gramsci) e in seguito attraverso un processo articolato che culminava in salti di qualità e fasi di “scoppio” esplosivo: le guerre imperialistiche, pertanto, costituiscono a loro volta uno dei sottoprodotti anche della legge dello sviluppo diseguale, assieme a quella concorrenza e conflittualità “normale” (Marx, Manifesto del Partito Comunista) esistente costantemente nei rapporti tra le diverse potenze borghesi, fin dai lontani tempi degli scontri tra le protocapitalistiche città marinare di Genova, Pisa e Venezia nel 1200/1400..

Sarebbe altresì utile a mio avviso, come di Massimo Leoni e Daniele Burgio, necessaria un’analisi specifica rispetto a tale tematica, come del resto sulla tesi del 1915 di Lenin (“Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”) per cui “l’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo e risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente”.

Sarebbe altresì utile lo studio dell’applicazione da parte di Lenin della teoria dello sviluppo diseguale anche al movimento operaio, con lo spostamento progressivo del centro di gravità rivoluzionario da occidente verso oriente: dall’Inghilterra del cartismo (1830-1846) alla Francia del 1848-1871, fino al periodo in cui dopo il 1871 (si legga lo scritto di Lenin “La terza Internazionale e il suo posto nella storia”) il movimento operaio tedesco conquistò per quattro decenni l’egemonia nel movimento operaio internazionale, quando ancora la Germania risultava assai indietro rispetto all’Inghilterra e alla Francia dal punto di vista dello sviluppo capitalistico, fino al nuovo “passaggio di testimone” rivoluzionario dalla Germania alla Russia nel 1905-1917, quando” (e per un lungo periodo…) “l’egemonia nell’Internazionale rivoluzionaria proletaria” passò alla “Russia arretrata” sul piano economico, come sottolineò Lenin nel 1919.

Ma queste due tematiche ci porterebbero troppo lontano: meglio tornare al processo di analisi dell’imperialismo.

Strettamente collegata alla tendenza e allo sviluppo diseguale, un’altra stimolante categoria e “rete” di interpretazione leninista del processo di sviluppo/decadenza contraddittoria dell’imperialismo, con la sua continua dinamica di competizione globale (tendenza che si confronta costantemente con la controtendenza dell’interdipendenza economica tra le diverse potenze mondiali) risulta la tendenza alla distribuzione diseguale: e cioè l’asimmetria esistente nel processo di acquisizione dei “territori” e delle sfere di influenza specifiche da parte delle diverse potenze imperialistiche, in base a diseguali e mutevoli rapporti di forza.

Come notò giustamente Lenin, il processo su scala planetaria di acquisizione brigantesca e predatoria delle sfere di influenza dal 1870 si verifica sempre in base ai rapporti di forza economici e militari, diseguali e asimmetrici, creatisi via via tra le diverse potenze mondiali; correlazioni di potenza che tra l’altro via via si modificano continuamente, in base alla legge dello sviluppo diseguale sopra esaminata. Rileggiamoci il grande rivoluzionario russo quando, nel capitolo VI del suo Imperialismo, egli vide chiaramente come “tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo la spartizione del mondo fosse ormai totale. I possedimenti coloniali crebbero a dismisura dopo il 1876, da 40 a 65 milioni di chilometri quadrati, cioè ben più di una volta e mezza. Questo aumento ascende per le sei grandi potenze a 25 milioni di chilometri quadrati, vale a dire una volta e mezzo la superficie della madre patria (16,5 milioni).

Nel 1876 tre Stati non avevano alcuna colonia, e un altro, la Francia, quasi nessuna. Nel 1914 quasi quattro paesi possedevano colonie per 14,1 milioni di chilometri quadrati, cioè circa una volta e mezza l’Europa, con una popolazione di circa 100 milioni di uomini. Pertanto l’ineguaglianza dell’estensione dei possedimenti coloniali è molto grande. Se si confrontano, per esempio, la Francia, la Germania e il Giappone, che non differiscono molto per superficie e popolazione, risulta che la Francia ha acquistato come superficie quasi tre volte più di colonie che la Germania e il Giappone presi insieme. Ma la Francia all’inizio del detto periodo era assai più ricca di capitale finanziario che non, forse, la Germania e il Giappone presi insieme. Oltre alle condizioni economiche, e in base a queste, influiscono sulla grandezza del possesso coloniale anche le condizioni geografiche, ed altre. Benché negli ultimi decenni sia avvenuto, sotto l’influenza della grande industria, dello scambio e del capitale finanziario, un forte livellamento in tutto il mondo, e si siano pareggiate nei vari paesi le condizioni di economia e di vita, tuttavia persistono non poche differenze. Tra i sei paesi summenzionati troviamo dei giovani paesi capitalisti in rapidissimo progresso, come l’America, la Germania e il Giappone; altri in cui il capitalismo è antico, e che negli ultimi tempi si sono sviluppati assai più lentamente dei primi, come la Francia e l’Inghilterra e infine un paese, la Russia, il più arretrato nei riguardi economici, dove il più recente capitalismo imperialista è, per così dire, avviluppato da una fitta rete di rapporti precapitalistici”.

Nel IX capitolo dell’“Imperialismo” Lenin elaborò le conclusioni – corrette e inevitabili – di tale analisi notando che “in regime capitalistico non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere di interesse e di influenza, delle colonie, ecc. che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma i rapporti di forza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc. Mezzo secolo fa” (nel 1866) “la Germania avrebbe fatto pietà, se si fosse confrontata la sua potenza capitalistica con quella dell’Inghilterra d’allora: e così il Giappone rispetto alla Russia. Si può immaginare che i rapporti di forza tra le potenze imperialistiche rimangano immutati? Assolutamente no”.

In questo campo specifico, e cioè nel mutevole e contraddittorio processo di distribuzione del “bottino” e delle sfere d’influenza tra i “predatori” e i diversi briganti imperialistici, vige costantemente la dura legge dei rapporti di forza politico-militari, economico-tecnologici e finanziari, con la derivata “legge di Brenno” e il suo esplicito “guai ai vinti”: giustamente Lenin sottolineò, anche nel suo scritto “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, che “in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza”, aggiungendo subito che “per mettere alla prova la forza reale di un paese capitalistico, non c’è e non può esservi altro mezzo che la guerra”.

Sarebbe interessante nel prossimo futuro, sviluppare un’analisi comparata tra la situazione esistente nel mondo attorno al 1914 e quella attuale, utilizzando in modo creativo e non dogmatico gli splendidi criteri di analisi leninista rispetto a tematiche ancora sconosciute al grande rivoluzionario russo, quali ad esempio:

  • il processo di creazione su vasta scala, dopo l’agosto del 1945, di tremende armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche e batteriologiche);

  • la diffusione multipolare delle armi nucleari e lo “stallo atomico” che ne è derivato, a partire dal 1945-57 e fino ai nostri giorni;

  • il tentativo statunitense di superare a proprio vantaggio egemonico tale particolare “stallo atomico” e la mutua distruzione assicurata (MAD) attraverso la corsa al riarmo nello spazio e le guerre stellari di Reagan, Clinton e Obama;

  • il declino relativo – a tratti assoluto – dell’imperialismo statunitense dal 1965 fino ai nostri giorni;

  • l’emergere nel 2010 di una nuova potenza “numero 1” a livello economico nel nostro pianeta, e cioè la Cina (prevalentemente) socialista, come ammesso persino da un rapporto della Banca Mondiale dell’aprile 2014;

  • la strategia cinese tesa ad evitare che il veloce declino e il probabile/prossimo collasso del capitalismo statunitense trascini di nuovo il mondo in un terzo e apocalittico scenario bellico-atomico, nell’”ipotesi Armageddon”;

  • la “controstrategia del caos” elaborata e attuata dagli attuali dirigenti politici statunitensi, tesa a creare il disordine generalizzato e a innescare con mezzi proteiformi dalle spirali, crescenti di tensione in alcune aree strategiche del globo: Siria e Iraq (con i terroristi dell’ISIS armati e foraggiati per anni dagli USA), Venezuela, Argentina (i “fondi avvoltoio” made in USA), Ucraina e l’appoggio statunitense ai nazisti della zona, isole di Diaoyu poste al confine tra la Cina e il Giappone, Hong Kong nell’autunno del 2014, ecc.;

  • la “guerra informatica” condotta su scala planetaria (Echelon, caso Snowden) dall’imperialismo statunitense e dai suoi alleati contro le potenze non-anglosassoni, in particolar modo la Cina;

  • il continuo spionaggio aereo effettuato dagli USA ai confini marittimi della Cina, provocando ad arte seri problemi con Pechino (come nel 2001 e nell’agosto del 2004).

C’è spazio per un dibattito ampio e per una profonda riflessione tra i marxisti. Voglio però subito sottolineare il dato politico centrale per il genere umano e i lavoratori di tutto il mondo, e cioè che attualmente – come nel 1913 e nei primi mesi del 1914 – il pericolo di una guerra mondiale risulta purtroppo tutt’altro che escluso, a causa fondamentalmente dell’imperialismo statunitense e dell’attuale disastrosa weltpolitik di Washington.

Dobbiamo alzare subito, e di molto, il livello di guardia e non creare illusioni tra le masse.

Forse molti compagni sono a conoscenza che nel 1914 lo studioso Norman Angell arrivò fino al punto di sostenere, in buona fede, che una guerra mondiale non risultava possibile a causa delle fitte relazioni economiche esistenti tra le diverse potenze mondiali e delle disastrose conseguenze di un eventuale conflitto bellico su vasta scala: il tutto solo pochi mesi prima dell’agosto del 1914, nel suo libro intitolato In modo involontariamente ironico “La grande illusione”. Si tratta di una “grande illusione” e di una tesi che è stata ripresa molto meno in buona fede seppur con un identico fallimento teorico, da Thomas L. Friedman nel 1999 con la sua teoria “del McDonald’s antiguerra”, tesa ad addormentare le coscienze dei lavoratori.

Secondo Friedman, infatti, non risultava possibile una guerra fra nazioni al cui interno operassero dei punti di vendita McDonald’s: dopo soli pochi mesi, tuttavia, gli USA patria dei McDonald’s bombardarono a tappeto con i suoi alleati – Italia in testa – la Jugoslavia, proprio mentre a Belgrado potevano essere acquistati e venduti da alcuni anni i prodotti della sopracitata multinazionale statunitense.

Era solo fumo negli occhi e una forma di inganno contro la volontà di pace dei popoli. Tutto questo ciarpame – come del resto le tesi sulla presunta “fine della storia”, elaborate nel 1992 da Fukujama – si è dimostrato in breve tempo solo una forma illusoria di spazzatura ideologica e culturale, ma in ogni caso bisogna sviluppare tra i giovani e i lavoratori la coscienza collettiva della gravità oggettiva dell’attuale situazione politica planetaria, contraddistinta da un sinistro disegno globale statunitense che rischia di provocare fin da subito almeno una terza guerra mondiale “spezzettata”, secondo il giudizio parziale ma interessante espresso nell’agosto del 2014 dal leader indiscusso del Vaticano.

Siamo ancora in tempo per fermare tale opzione e la deriva bellico-nucleare, soprattutto grazie al contropotere globale ormai esercitato su scala globale dai paesi Brics, con in testa la Cina popolare, ma a tal fine serve anche un nuovo livello di sviluppo della mobilitazione delle masse popolari e della classe operaia dell’Europa, possibile e utilissima ma anche se non scontata: bisogna lottare assieme e su scala europea contro i focolai di guerra e contro la dissennata corsa al riarmo di marca statunitense, accettata anche dalla borghesia europea italiana, come nel caso dei costosissimi F-35.

Come ha notato D. Stevenson rispetto al tragico 1914 e al periodo storico che preparò il primo macello mondiale, “un ciclo di preparativi militari in perenne aumento” (ripeto: un ciclo di preparativi militari in perenne aumento) “fu un elemento essenziale della congiuntura che condusse al disastro. La corsa agli armamenti era un prerequisito necessario dello scoppio delle ostilità”.

A mio avviso la lotta su scala internazionale contro le spese militari e i nuovi armamenti, a partire da F-35 e “guerre stellari”, assieme alla battaglia per spegnere i principali focolai di guerra costituiscono i due primi “anelli” della catena che devono afferrare i comunisti europei per contribuire a scongiurare il reale, concreto pericolo di guerra generalizzata che grava tuttora sul genere umano.

Roberto Sidoli, dell’Associazione Primo Ottobre di amicizia Italia-Cina

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