L'era della robotica rende davvero possibile il Socialismo? | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
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L’era della robotica rende davvero possibile il Socialismo?

Per la prima volta nella storia dell’uomo siamo di fronte al dischiudersi di un’era che potrebbe portare al superamento della fatica del lavoro e al dispiegamento della valorizzazione dell’individuo. Per la prima volta nella storia è possibile teorizzare il #Socialismo come modello economico e sociale che utilizzi lo sviluppo tecnologico e la robotica per sostituire lo sfruttamento umano occupandosi della distribuzione di servizi sociali di qualità e e della redistribuzione equa delle risorse. Quello che oggi può essere interpretato come “utopia visionaria” potrebbe diventare realtà molto presto, trovando ancora una volta tutti impreparati.

Uno dei problemi maggiori dell’umanità che ha sospinto filosofi, teologi e pensatori e interrogarsi su come migliorare la vita quotidiana è senza ombra di dubbio la fatica del sopravvivere. Per secoli e secoli l’uomo ha dovuto affrontare situazioni terribili per provare a sopravvivere procacciandosi le risorse adeguate al proprio sostentamento, poi per soddisfare il bisogno di sicurezza sono nati le prime forme consociative-statuali. Partendo dal presupposto dell’esistenza delle classi sociali appare dunque chiaro osservando lo sviluppo storico degli ultimi mille anni come la ricchezza sia sempre stata polarizzata nelle mani di caste di ottimati, una netta minoranza che governava la maggioranza sotto varie forme che vanno dall’istituzione della monarchia fino alle nuove forme di governo che comunque andavano a rappresentare sempre una cospicua minoranza della popolazione.

 

Solo nel Novecento le masse sono entrate prepotentemente nella vita politica, e questo anche grazie ai movimenti dei lavoratori che si sono sviluppati in tutto il mondo nel XX secolo, che hanno creato una “coscienza di classe” che ha cambiato le regole del gioco, fornendo finalmente gli strumenti alle masse per capire la realtà e modificarla. Marx con il suo corpus filosofico e letterario è riuscito a penetrare l’impenetrabile e a mettere nero su bianco quelle contraddizioni del capitalismo che ancora oggi si stagliano irrisolte proiettando la loro sinistra ombra sul mondo. Lo sviluppo tecnologico successivo all’era di Marx però, anche se ha lasciato inalterato il funzionamento del capitalismo, ha cambiato la realtà rendendo assolutamente ineludibile la necessità di ripensare un modello alternativo da contrapporre a quello vigente.

Per la prima volta nella storia dell’uomo questo modello può essere tranquillamente immaginato e spiegato facendo riferimento al mondo reale e non a uno ideale da raggiungere il futuro. Spiegandoci meglio le conquiste tecnologiche nel campo delle comunicazioni, dei trasporti, della genetica, della robotica, hanno reso finalmente possibile la realizzazione di un sistema che emendando l’umanità dalla fatica del sopravvivere si dedichi al continuo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità. Finalmente libero dalla fatica del sopravvivere l’uomo sarebbe finalmente davvero libero di perseguire le sue inclinazioni, mettendo il frutto della propria passione al servizio dell’intera comunità. Le innovazioni nel campo del sapere verrebbero messe al servizio del progresso dell’umanità e non piegate alle logiche di profitto del privato e così via. E’ chiaro però che se a gestire la diffusione di queste innovazioni tecnologiche saranno quelle classi sociali che già oggi controllano la maggioranza delle risorse e dei mezzi produttivi, tali innovazioni verranno messe al servizio dei loro interessi e non certo a quelli della maggioranza dell’umanità. La premessa quindi alla realizzazione di un “Socialismo Scientifico 2.0″ è quindi quella di una redistribuzione reale delle risorse, unica garanzia che a orientare il futuro sviluppo dell’umanità sarà l’interesse comune e non il profitto.

Per la prima volta della storia lavori usuranti, massacranti e umilianti potrebbero essere svolti da computer o robot consentendo teoricamente agli uomini di realizzare se stessi. Eppure il mondo che ci circonda cerca di utilizzare lo sviluppo tecnologico per venderci prodotti che vanno a soddisfare dei bisogni indotti che inducono anche a una ricerca falsa della realizzazione di sè. Spiegare ai cittadini che la tecnologia potrebbe essere il mezzo per realizzare una vera rivoluzione culturale di massa potrebbe essere un buon punto da cui partire, ma non basta. Per riuscirci bisognerebbe prima scardinare il concetto del “privato” come più efficace rispetto al “pubblico”. Se infatti la transizione verso l’era dell’automazione verrà gestito dal privato appare chiaro che si andrà incontro a un nuovo feudalesimo cibernetico piuttosto che a un nuovo socialismo.

Solo lo Stato, inteso filosoficamente come contratto tra individui che compongono una determinata comunità, può offrire infatti la garanzia che i progressi tecnologici vengano portati avanti per il benessere comune e non per quelli privati dell’accrescimento del capitale. Per realizzare questa transizione occorrerebbe un movimento culturale in grado di mobilitare le masse per pretendere che finalmente lo Stato si riappropri delle proprie funzioni utilizzando le tecnologie per il bene comune e per facilitare un ulteriore progresso. Del resto non fu forse la stessa Urss  a sostenere che il fine ultimo del suo socialismo in Russia era quello abbassare l’orario di lavoro degli operai in modo da consentire loro di realizzare se stessi e le proprie inclinazioni arricchendosi dal punto di visto culturale? E’ proprio questo il punto da toccare, quello delle ore di lavoro.

Il lavoro come controllo sociale.

Il lavoro è sempre stato come detto il volano dello sviluppo umano e la vera schiavitù moderna è quella per l’appunto dal “lavoro”. Milioni e milioni di persone nascono, vivono, studiano e si laureano solo per l’obiettivo di trovare lavoro, laddove per lavoro non si intende la realizzazione di se stessi bensì la sopravvivenza, ovvero l’ottenere uno stipendio per poter costruire una famiglia. In molti hanno semplicemente rinunciato a cercare di trovare un lavoro che piaccia per il semplice fatto che non conta più cosa piace ai singoli ma conta cosa piace alla società nel suo complesso, o meglio cosa il senso comune decide che debba piacere per venire accettati nella società. Il lavoro però è anche e soprattutto una forma di controllo sociale, e lo è sempre stata nel corso della storia. Nel Medioevo c’era il feudalesimo che sanciva proprio nero su bianco come esistessero dei nobili e dei servi della gleba che venivano legati al terreno stesso, poi con il progresso e la Rivoluzione Francese almeno sulla carta si sono imposti dei diritti universali dell’uomo.

Il lavoro era stato organizzato mettendo gli operai gomito a gomito, si trattava spesso di persone provenienti dallo stesso humus sociale e che si conoscevano e condividevano dei valori. Questo ha consentito nel corso del Novecento lo sviluppo della “coscienza di classe” e ha portato i lavoratori a riconoscersi come tali. Oggi tutto questo non può avvenire per il semplice fatto che il confine tra sfruttatori e sfruttati è stato sbiadito. Si vive nell’illusione che tutti possano essere artefici del proprio destino, in un mondo però dove le regole vengono decise da quell’1% che intende conservare il proprio predominio nel mondo. Senza capire che il lavoro non è un luogo dove mostrare il proprio “valore” e “merito”, ma solamente un luogo di sopravvivenza dove si regala il proprio tempo a qualcun altro in cambio di quanto serve a campare infatti non si potrà mai cambiare la realtà.

Senza comprendere che il merito non esiste ed è una finzione del capitalismo per mettere i lavoratori gli uni contro gli altri sarà impossibile realizzare una rivoluzione di tipo culturale. Del resto anche quelli che ce “la fanno” partendo dal basso non sono certo dei superuomini, tutti gli uomini sono uguali e a differenziarne le azioni sono solamente i differenti contesti e le differenti esperienze (fermo restando che ciascuno ha le proprie qualità specifiche). Chiunque in diversi contesti potrebbe diventare un genio, un ingegnere di successo oppure un criminale, un borsaiolo, un precario; bisognerebbe quindi smetterla di esaltare le esperienze individuali proponendole come paradigma da imitare. Solo tornando ad avere una concezione “collettivistica” della società, solo trovando soluzioni ai problemi comuni si potrebbe quindi realmente incrinare questa società che somiglia sempre di più a un nuovo feudalesimo cibernetico dove una minoranza di ottimati governa il resto del mondo basando la propria superiorità sul Dio moderno, il denaro e il profitto.

Photo CreditSteve Jurvetson

Gb

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