L'esperienza della Cina: l'analisi dei comunisti indianiTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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L’esperienza della Cina: l’analisi dei comunisti indiani

Sitaram Yechury è membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista dell’India (Marxista). Di seguito la sintesi (curata dalla redazione di “Vermelho”) dell’intervento presentato al Seminario “La Cina nel XXI secolo. Presente e futuro”, promosso dal gruppo GUE/NGL al Parlamento Europeo

Traduzione di Marx21.it
Il primo ministro cinese, Li Keqiang, e il presidente Xi Jinping rappresentano la quinta generazione delle leadership della Repubblica Popolare di Cina. Xi, dopo avere assunto la presidenza, si è impegnato a “fare continui sforzi, a esercitare pressione con vigore irriducibile, per continuare ad avanzare nella grande causa del socialismo con caratteristiche cinesi, e a lottare per realizzare il sogno cinese di rinnovamento della nazione cinese”.

I successi economici della Cina sono talmente grandi da non avere uguale nella storia dell’umanità. Un paese che nel 1978 era uno dei più poveri del mondo ha raggiunto ora il punto in cui ha indici del PIL pro capite maggiore di quello dei paesi con la maggioranza della popolazione mondiale.
La Cina conserva, nonostante la decelerazione causata dalla crisi mondiale, una crescita del 7,7%, secondo i calcoli tra gennaio e marzo 2013. E anche durante questo periodo di relativo raffreddamento, ha superato il suo obiettivo nella creazione di posti di lavoro, creando nove milioni di nuovi impieghi. Nel 2012, 12 milioni di nuovi impieghi erano già stati creati, il che evidenzia la traiettoria di crescita diversa che persegue la Cina, in rapporto con paesi in cui la crescita non si è tradotta nella creazione di impieghi.

In Occidente, le misure di salvataggio sono state indirizzate solo alle grandi corporazioni, le stesse responsabili per la crisi. In tale scenario, compresi gli Stati Uniti e il Regno Unito, riattivare l’economia significa il taglio dei consumi, le infami “misure di austerità”. E sempre più frequentemente, ciò implica lo sforzo per coltivare i mercati in via di sviluppo, costringendo le loro economie alla soggezione.

Nel caso della Cina, invece, il modo di combattere la crisi e far riprendere l’economia è giustamente il sostegno e l’aumento dei consumi e la riduzione della dipendenza dalle esportazioni. Questa è l’essenza delle sue misure di salvataggio. E la ragione di questa differenza fondamentale sta nel fatto che la Cina, al contrario del capitalismo, si muove sulle linee di un sistema sociale totalmente diverso, costruendo il socialismo con caratteristiche cinesi.

Cina post-riforma: il futuro

In un certo modo, ciò che troviamo nella Cina post-socialista è un riflesso delle posizioni teoriche assunte da Lenin in relazione al capitalismo di stato in Russia, durante il periodo della Nuova Politica Economica (NEP). La questione principale è l’aumento delle forze produttive in un’economia a un livello arretrato per potere sostenere la costruzione socialista su larga scala. Lenin, a suo tempo, basandosi sulla situazione internazionale e nazionale concreta, si è dedicato con impegno a coprire rapidamente la lacuna tra forze produttive arretrate e il progredire delle relazioni socialiste di produzione.

Nella Cina di oggi, ciò che si è ricercato è la conformità tra i livelli delle forze produttive e le relazioni di produzione sotto il socialismo. Le relazioni avanzate di produzione socialiste non possono essere sostenute a livelli più bassi delle forze produttive. Un periodo prolungato di bassi livelli di sviluppo economico darebbe spazio alla contraddizione fondamentale tra bisogni materiali e culturali del popolo quotidianamente in espansione nel socialismo e forze produttive arretrate. Il Partito Comunista della Cina ha concluso che, se questa contraddizione dovesse rimanere irrisolta, sarebbe lo stesso socialismo cinese ad essere minacciato.

Il Programma Generale del PCC afferma: “La Cina si trova nello stato iniziale del socialismo, e continuerà ad esserlo per un lungo periodo. E’ una fase storica che non può essere ignorata nella modernizzazione socialista della Cina, che è sottosviluppata economicamente e culturalmente. Il periodo durerà più di cento anni. Nella costruzione socialista dobbiamo procedere a partire dalle nostre condizioni specifiche e intraprendere la strada del socialismo con caratteristiche cinesi”.

La definizione della prima fase del socialismo è, in verità, conforme alle affermazioni di Marx ed Engels: il socialismo è la fase di transizione tra il capitalismo e il comunismo, e per questo costituisce il primo stadio della società comunista.

Nel frattempo, il PCC ha fatto passi per formulare che, dentro questo stadio transitorio, ci saranno fasi differenti che dipendono dai livelli delle forze produttive nel periodo della rivoluzione. Ciò è stato sistematicamente chiarito durante il 13° Congresso del partito.

Per realizzare la trasformazione di un paese arretrato, semi-feudale e semi-coloniale, all’inizio della rivoluzione, in una società e in un’economia socialista, il processo dovrebbe essere condotto a partire dai più bassi stadi, nella “costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi”.

Per realizzare questa trasformazione il PCC ha adottato un’altra formula, basata sulla costruzione di un’economia di mercato socialista. Fino a quando ci sarà produzione di commodities, ci sarà la necessità di un mercato per commercializzarle. Per questo, ciò che cerca di fare in Cina è che questo mercato sia sotto il controllo dello Stato socialista, in cui la proprietà pubblica dei mezzi di produzione continui a rappresentare l’elemento principale.

All’inizio delle riforme, la Cina aveva pianificato di raddoppiare il PIL del 1980 e di assicurare i bisogni fondamentali delle persone. Il secondo momento è stato raddoppiare i rendimenti del 1980 e ottenere una prosperità iniziale fino alla fine del 20° secolo. I due obiettivi sono stati raggiunti, non perché la Cina “ha rotto con il passato maoista”, ma perché si è sviluppata con basi solide assicurate dalla Repubblica Popolare della Cina (RPC) durante i primi tre decenni di pianificazione centralizzata. Ora, il terzo passo è “far raggiungere al PIL pro capite il livello dei paesi mediamente sviluppati fino al centesimo anniversario della RPC”.

Il processo di riforme, iniziato nel 1978, ha attraversato vari cambiamenti nel corso dei decenni. La dissoluzione dell’Unione Sovietica e la fine di una forza socialista di equilibrio nel mondo hanno creato una nuova situazione globale, oltre a sviluppi interni nel paese, come l’episodio di Piazza Tienanmen.

Mentre imprese del settore privato nell’industria e nei servizi stanno aumentando, occorre notare che grandi compagnie di Stato controllano i settori strategici. Le cinquanta prime imprese statali si sono consolidate e detengono il comando dei livelli più alti dell’economia nel settore minerario, del petrolio, dell’acciaio, delle telecomunicazioni, del sistema bancario, dell’energia, delle ferrovie, dei porti, ecc.

La seconda fase delle riforme si è focalizzata sulle aree rurali e sulla crescente divisione tra rurale e urbano. Solo dopo il 2006 il governo cinese è riuscito a varare misure per abolire le imposte agricole, aumentare i sussidi al prezzo dei cereali e aumentare le spese per la salute e l’educazione nelle aree rurali. Ciò dimostra che la pianificazione e l’intervento dello Stato ancora agiscono per far fronte a certi disequilibri, come le disuguaglianze nella crescita, la disoccupazione e la corruzione.

La relazione del 18° Congresso del PCC riconosce: “Lo sviluppo squilibrato, scoordinato e insostenibile continua a rappresentare un grande problema”, e il compito di approfondire le riforme, realizzare un’apertura e cambiare il modello di crescita continua ad essere arduo, ma “abbiamo bisogno di affrontare queste difficoltà e problemi con molta serietà e lavorare molto duramente per risolverli”.

Nello sforzo teso a far fronte allo squilibrio, il governo cinese ha avviato programmi di riduzione della povertà indirizzati allo sviluppo nelle aree rurali, in modo organizzato e pianificato. Nel 2011, il salario medio dei lavoratori rurali è aumentato del 21,2% in comparazione con l’anno precedente. Le politiche del governo si sono tradotte anche nella creazione di 12,2 milioni di posti di lavoro, 3,21 milioni più dell’obiettivo.

Il governo ha anche fissato l’obiettivo di assicurare alimentazione e vestiario adeguato a persone colpite dalla povertà, come pure di garantire il loro accesso all’istruzione obbligatoria, al servizio medico di base e all’abitazione entro il 2020. Nel 2007, il governo ha deciso di creare un sistema di rendite di sussistenza rurale che coprirebbe tutti i residenti delle zone rurali i cui rendimenti pro capite fossero sotto gli obiettivi fissati. Nel frattempo, anche l’istruzione obbligatoria verrebbe rafforzata nelle zone rurali. Nel 2010, il tasso di analfabetismo tra i giovani e le persone di mezza età è diminuito del 7%, vale a dire il 5,2% più basso che nel 2002.

E’ ragionevole concludere che nei tre decenni di riforma, la Cina ha fatto conquiste straordinarie nello sviluppo delle forze produttive e nella crescita economica. Un tasso di crescita consistente di più del 9%, in media, in un periodo di tre decenni è qualcosa che non ha precedenti nell’intera storia del capitalismo. Ma questo processo ha arrecato anche cambiamenti negativi evidenti nei rapporti di produzione, e di conseguenza nelle relazioni sociali della Cina socialista di oggi. Dare risposte a queste contraddizioni e a come saranno risolte definirà il corso futuro della Cina. Gli sforzi per rafforzare e consolidare il socialismo riceveranno la nostra solidarietà e quella dei comunisti di tutto il mondo.

di Sitaram Yechury* | da www.vermelho.org.br

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