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mercoledì , 25 gennaio 2017
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L’Europa, la Grecia e noi

L’Europa, la Grecia e noi

Com’era prevedibile, attorno all’esito della vicenda greca ha preso quota anche in Italia un’importante discussione, che sta dividendo le forze della cosiddetta sinistra di alternativa e che allude a non lievi discriminanti di linea politica, concernenti in particolare l’atteggiamento da tenere d’ora in avanti nei confronti di questa Europa a trazione tedesca.

D’ora in avanti: perché non v’è dubbio che quell’esito non lascia le cose com’erano, costituendo – se non proprio l’experimentum crucis prodotto in laboratorio dai fisici – certamente uno di quei salti che in ambito politico mutano la quantità in qualità. Chi si era addormentato è dunque l’ora che si svegli. All’indomani di questo fatidico 12 luglio, per quanto animati da oneste intenzioni, non e’ piu’ lecito indugiare su giri di parole che alludono a “un’altra Europa”, astenendosi dal dare una concreta prospettiva politica all’idea di far evolvere questa Europa in “un’Europa dei popoli”; o, ancor peggio, insistere nel prospettare, come se nulla fosse, una linea di continuita’ in direzione di “piu’ Europa”. Non lo consente la prosaica quanto brutale realta’ dei fatti.

Giustamente è stato osservato che il braccio di ferro con l’Unione Europea ha mostrato in termini esemplari come “i rapporti di forza agiscano ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta come in guerra” (Pino Cabras, La Grecia nella meccanica bruta dei rapporti di forza, www.antimafiaduemila.com). Lo ha ben descritto l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, avendo personalmente sperimentato la ferrea logica del capitale finanziario, assimilabile – piu’ che alla dialettica di un negoziato – ai cingoli di un tank: “Nella mia prima settimana come ministro delle finanze sono stato visitato da Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo (i ministri delle finanze della zona euro), che mi sottopose una scelta netta: accettare la “logica” del piano di salvataggio e rinunciare a qualsiasi richiesta di ristrutturazione del debito o il vostro accordo di prestito farà “Crash” – la ripercussione non detta era che le banche della Grecia sarebbero state chiuse”.

Ciò detto, è comunque concettualmente debole sottolineare – come fa ad esempio il segretario del Prc Paolo Ferrero – che si e’ trattato di una partita truccata perche’ sin dall’inizio segnata da rapporti di forza sfavorevoli e, in questo modo, confermare la propria vicinanza politica ad Alexis Tsipras: concludendo in buona sostanza che, visti i rapporti di forza vigenti, piu’ di questo non si sarebbe potuto fare. Non e’ accettabile che si esalti l’indubbia determinazione e il coraggio con cui per la prima volta un membro dell’Ue ha aperto un durissimo contenzioso con la tecnocrazia di Bruxelles e Berlino, senza che su tale valutazione incida la considerazione di un esito finale che ha letteralmente capovolto gli obiettivi di partenza. Alquanto paradossalmente, ci si ridurrebbe a dire: stanti determinati vincoli oggettivi, Tsipras ha ottenuto il massimo, cioè zero. Il terzo memorandum infatti non è dissimile dai primi due, replicando un concentrato di provvedimenti che hanno in questi anni ridotto il grosso del popolo greco (non tutto: non certo gli armatori) allo stremo delle forze. Con l’aggravante di un’ulteriore stretta in tema di supercontrollo da parte delle “istituzioni” Ue. Se a cio’ aggiungiamo la gravissima spaccatura della forza politica di cui Tsipras e’ a tutt’oggi leader, con susseguente estromissione di dieci rappresentanti del governo di sinistra e relativo rimpasto con nomina di elementi provenienti da quegli stessi partiti fino a ieri trattati (giustamente) come “nemici del popolo”, il quadro del disastro e’ completo. Ora il leader di Syriza, pur sostenuto ancora e per ora dal consenso popolare, si trova a dover applicare politiche opposte a quelle che lui stesso ha sin qui dichiarato di voler applicare; e lo farà col supporto di compagni di strada fino a ieri ostili. Un uomo solo al comando? Non scherziamo. Non si tratta di un passo indietro, come qualcuno ha detto, ma di una vera e propria capitolazione politica dalle conseguenze di lunga durata. E, nel breve termine, di un rattoppo dalla prospettiva assai incerta, come dimostrano le serie difficoltà cui sta andando incontro il nuovo esecutivo.

In ogni caso, non e’ questo il punto di fondo. Il giudizio storico si incarichera’ domani di dare ad Alexis Tsipras quel che gli spetta, nel bene e nel male. Ora e’ invece fondamentale formulare un giudizio politico che sia all’altezza della lezione che da questi fatti va tratta. C’e’ chi sostiene (Nichi Vendola) che “Tsipras e’ il vero alfiere della nuova Europa” in quanto artefice di “un compromesso che apre varchi nel muro delle regole dell’austerity”. E che “se perde Tsipras perde l’Europa”. In sintonia con tali giudizi, va profilandosi nel nostro Paese il cammino di una “sinistra di governo” che intende distinguersi da un’ “estrema sinistra di mera testimonianza”. Sul fronte della prospettiva europea e dei rapporti interni all’Ue, l’architrave che sorregge una tale “responsabile” impostazione puo’ essere sintetizzato nella seguente formulazione: superare l’austerita’ tedesca senza mettere in discussione l’euro (e l’Ue). Qui sta lo snodo cruciale che l’oggettivita’ propone. E qui sta il nodo gordiano da recidere: poiche’ proprio alla luce della drammatica vicenda greca – vicenda emblematica che mette alla prova la tenuta dell’Ue in quanto tale – quella formulazione risulta un’impossibile quadratura del cerchio. Riproporla ora equivale a un’operazione retorica che di fatto – se ne sia o meno consapevoli – riempie il non detto di un’adeguamento all’ordine dato delle cose.

Così la pensa ad esempio Vladimiro Giacchè il quale, in occasione della riunione nazionale della Costituente Comunista, tenutasi a Roma proprio lo scorso 12 luglio, non ha usato circonlocuzioni, sintetizzando nel merito l’analisi e la proposta dell’Associazione ‘ricostruirepc’. Non si può continuare ad “alimentare un sogno che è diventato un incubo”. Questa è l’Europa della deflazione salariale, unico e vero obiettivo perseguito con determinazione dalla tecnocrazia di Bruxelles e Berlino, in vista di un riequilibrio ‘verso il basso’ della compagine continentale: “una strategia che ha come valore fondante – fissato nei Trattati Ue – la stabilità dei prezzi e che non è strutturalmente compatibile con il perseguimento – scritto a chiare lettere nella nostra carta costituzionale – del diritto e della tutela del lavoro”. I comunisti e una sinistra degna di tal nome devono contrapporsi radicalmente a quanti promuovono (e a coloro che subiscono) quella che si configura come una vera e propria “dinamica neo-coloniale all’interno della stessa Europa, attivata sulla base del ricatto del debito”.

Nel panorama della sinistra di classe italiana, non sono pochi a pensarla così. Tra gli intellettuali comunisti, è questa da tempo la posizione di Emiliano Brancaccio, il quale – a partire da una spietata analisi dei dati che vede aggravarsi la posizione dei Paesi debitori e, con essa, risultare sempre meno sostenibile l’assetto dell’Eurozona – non perde occasione per invitare urgentemente a “mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre un piano B” (Serve un “piano B”, la sinistra impari dalla débâcle di Tsipras, www.emilianobrancaccio.it). Ma anche tra coloro che hanno abbandonato il Pd al suo destino centrista, si è levata la voce particolarmente autorevole di Stefano Fassina: “Nella gabbia liberista dell’euro, la sinistra (…) perde senso e funzione storica. E’ morta. (…) Continuare a invocare gli ‘Stati Uniti d’Europa’ o la ‘riscrittura pro-labour ‘ dei Trattati è un esercizio astratto, vettore di autoreferenzialità e di allontanamento dal popolo”. Per quanto “impervio” e “doloroso, almeno nel periodo iniziale”, anche secondo Fassina occorre intraprendere un percorso diverso: “il superamento concordato, senza atti unilaterali, della moneta unica e del connesso assetto istituzionale”.

Non so fino a che punto una tale opzione sia digeribile dagli attuali compagni di strada dell’ex esponente Pd, cui in ogni caso va riconosciuta onestà intellettuale e lucidità analitica. Quel che è certo è che, a sinistra, non sono più concessi sconti (né metafore allusive).

Bruno Steri

per lacittafutura.it

Fonte: Marx21.it

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