L’evoluzione dell’ordine liberale egemonico internazionale: una sfida tra l’ ”Occidente” e il mondo “altro”.Tribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
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L’evoluzione dell’ordine liberale egemonico internazionale: una sfida tra l’ ”Occidente” e il mondo “altro”.

A partire dagli anni 80 un’idea ha lentamente preso piede nel mondo: la globalizzazione neoliberista, con i suoi meccanismi autoregolatori, avrebbe finalmente reso obsolete le vecchie istituzioni, come gli stati e gli eserciti, inaugurando un’era di relativa pace e prosperità.

L’11 settembre e la crisi economica hanno smascherato quell’idea, rivelandone le reali sembianze. Contemporaneamente, la scomparsa delle ideologie a fine anni 80 ha posto fine anche alla politica come elemento determinante le relazioni internazionali, facendo emergere prepotentemente il ruolo dominante e quasi esclusivo dell’economia.Quali sono i fenomeni che stanno modellando la forma (e la sostanza) dell’ordine internazionale futuro? Il cambiamento a cui sta assistendo l’ordine liberale internazionale influenza sia gli incentivi naturali, quindi la potenza, sia gli incentivi istituzionali, le regole?[1] Come questi incentivi si intersecano tra loro nell’azione degli stati della società internazionale?

L’evoluzione dell’ordine liberale internazionale è incanalata nell’azione dialettica che sta avvenendo tra due insiemi di attori, portatori di due idee antitetiche circa il funzionamento e lo scopo dell’ordine liberale internazionale. Il primo insieme è costituito dai paesi occidentali europei, riuniti nell’Unione Europea, guidati dagli Stati Uniti d’America, “primi tra eguali”, fondatori dell’ordine liberale egemonico internazionale. Il secondo insieme è composto da quegli stati esponenti del cosiddetto Sud del mondo, quali sono i paesi emergenti riconosciuti nell’acronimo BRICs[2], e più in generale raggruppati nel Movimento dei Non Allineati (NAM).

Questi due insiemi di paesi, come detto sopra, hanno due differenti visioni circa il funzionamento dell’ordine internazionale, le quali influiscono su tre livelli di analisi: un primo che viene ricondotto alla sovranità statale e all’indipendenza, un secondo livello che rimanda alla concezione di multilateralismo e un ultimo che riguarda le organizzazioni internazionali e il loro rinnovamento.

Al fine di comprendere quale sia il tragitto dell’evoluzione dell’ordine internazionale, bisogna accennare al passato prossimo. L’ordine liberale internazionale è caratterizzato ancora dall’unipolarità poiché gli Stati Uniti esercitano un’egemonia retta da un’ideologia messianica travestita da pragmatismo e viziata da un doppio-standard[3]. In un ambiente internazionale anarchico gli Stati Uniti sono il campione delle tesi realiste secondo le quali la politica di potenza è il fine ultimo dell’attore internazionale che vuole massimizzare la stessa potenza in funzione della sicurezza in un sistema di auto-aiuto (o di iniziativa individuale). Gli Stati Uniti, massimizzando la loro sicurezza, hanno goduto di privilegi resi sopportabili, solamente agli alleati occidentali, dall’offerta di beni pubblici, quali benessere economico e sicurezza stessa mediante l’alleanza atlantica. I paesi del secondo insieme sono stati esclusi, a gradi molto differenti, dal godimento di questi beni pubblici. Come afferma il teorico neoconservatore Robert Kagan, “l’anarchia in definitiva soddisfa gli interessi di un paese forte molto meglio dell’ordine e della legge”.

Bisogna però prendere in considerazione che gli agenti (gli stati) e la struttura (l’ordine liberale internazionale) si costituiscono reciprocamente. Parafrasando le parole di Alexander Wendt, il sistema anarchico è costruito dall’azione degli attori internazionali. Il sistema anarchico è plasmato dagli stati. Le loro relazioni intersoggettive costruiscono e mutano le loro identità e i loro interessi.

Le linee-guida dell’azione dei paesi del secondo insieme, BRICs e NAM, sono la redistribuzione e il riconoscimento. Redistribuzione non solo della potenza, ma anche del benessere economico, della sicurezza. Riconoscimento non solo della potenza, ma anche dei loro bisogni primari in quanto Stati, delle loro identità e dei loro interessi, che possono anche non coincidere con quelli presunti universali dei paesi del primo insieme. Il raggiungimento di questi due elementi fondamentali è reso ancora più urgente dall’elevata interdipendenza costruita proprio da quella globalizzazione neoliberista, cavallo di battaglia (e di Troia) degli Stati Uniti d’America.

Necessariamente, per realizzare questi due paradigmi nella sostanza, l’azione si rivolge sia sugli incentivi naturali sia sugli incentivi istituzionali: la politica di potenza è di primaria importanza tanto quanto la ridefinizione delle regole del gioco. Questo gruppo di paesi, con tutte le peculiarità di ogni singolo componente, agisce in maniera uniforme per quanto riguarda il primo livello di analisi: concepisce la sovranità e l’indipendenza come fattori fondamentali e irrinunciabili al fine di far parte della comunità internazionale. Cina e Russia sono due dei paesi che più contrastano l’emergere della responsibility to protect (R2P) a norma di diritto internazionale, forti della loro appartenenza al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Così il Brasile spinge per una nuova definizione della R2P: la “responsabilità durante la protezione”.

Mediante la R2P le politiche internazionali diventano sempre più ingerenti negli affari interni degli stati, perciò la comunità internazionale deve legittimarle perché siano efficaci ed efficienti. Di conseguenza questo gruppo di paesi agisce contemporaneamente sul secondo e sul terzo livello di analisi: la spinta e la pressione è sempre più intensa intorno alla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CS), verso l’ampliamento dei suoi membri permanenti a Brasile, India e Sud Africa, i quali si fanno ambasciatori delle richieste di redistribuzione e riconoscimento anche degli altri paesi del sud del mondo riuniti nel NAM. Inoltre la pressione dei paesi BRICs-NAM si dirige anche verso la riforma delle organizzazioni internazionali adibite alla definizione della politica economica globale. Riforma che deve incidere sugli ostacoli all’entrata che gli statuti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale prevedono. Queste riforme andranno ad influenzare la natura stessa del multilateralismo, il quale per molto tempo ha rappresentato solo un travestimento per la sostenibilità di un approccio unilateralista. Poiché in queste organizzazioni internazionali saranno più incisive le relazioni intersoggettive tra paesi del primo e del secondo insieme, cambierà la natura della socializzazione, in quanto nuovi interessi e nuove identità potrebbero portare alla definizione, anch’essa intersoggettiva, di nuovi valori e nuovi obiettivi politici.

Una prova empirica dell’efficacia della socializzazione, ai fini di introdurre una nuova contrattazione di interessi e identità, è individuata nella partecipazione della Repubblica Popolare Cinese all’Asian Regional Forum. Da questa esperienza la Cina ha dato sempre più credito all’approccio multilaterale, anche per contenere l’influenza esercitata dagli Stati Uniti su alcuni paesi asiatici tramite rapporti bilaterali. Questa esperienza rappresenta anche la maggior volontà di quei paesi che, al pari della Cina, propendono per un rafforzamento degli agenti e strumenti diplomatici i quali conseguentemente renderanno più efficace e sostenibile lo stesso approccio multilaterale.

Questa è la via che questi paesi hanno iniziato a percorrere al fine di superare l’humus dell’ordine internazionale egemonico.

I paesi del primo insieme e soprattutto gli Stati Uniti, in quanto egemoni, sono i referenti di una visione che si discosta in maniera tortuosa dalle richieste dei paesi del secondo insieme e quindi da un cambiamento influenzato dai paesi emergenti del blocco BRICs. I paesi occidentali possono essere definiti conservatori: essi non vogliono trovare un’alternativa all’egemonia.

Il problema dell’ordine attuale risiede nella diminuita capacità degli Stati Uniti di offrire quei beni pubblici, in primis la sicurezza, che garantiscono loro smisurati privilegi rispetto ad altri attori della comunità internazionale. Quest’offerta di beni pubblici è viziata però da un doppio standard che si vuole conservare e che influenza i tre livelli di analisi.

Al primo livello, sovranità e indipendenza vengono minate da nuove disposizioni sulla sicurezza. Il riscaldamento globale, la minaccia incarnata dai gruppi terroristici, il non rispetto dei diritti umani che giustifica l’utilizzo dello strumento della R2P, sono alcune delle variabili strumentalizzate per interferire negli affari domestici di alcuni stati. Insieme a queste variabili legate alla sicurezza ve n’è un’altra legata ai regimi politici interni agli stati. Gli stati autoritari vengono sottoposti ad una pressione quasi costante che spinge per un cambiamento dei loro regimi. Cambiamento che deve approdare all’accettazione dei valori democratici così come concepiti nel mondo occidentale (il quale continua ancora oggi ad avere una mentalità “orientalista” nei confronti di paesi totalmente differenti per storia politica, cultura e tradizioni).

Queste variabili sono influenzate nella pratica dall’azione di un doppio standard. Riferendosi empiricamente alla pressione sui regimi autoritari affinché ne adottino uno democratico, gli Stati Uniti intrattengono ottime relazioni diplomatiche e soprattutto economiche con l’Arabia Saudita, uno degli stati più autoritari del Medio Oriente, mentre contemporaneamente sono intervenuti in paesi come l’Iraq (rifugiandosi nella scusa della ricerca delle armi di distruzione di massa) per esportare la democrazia in un paese autoritario e ora. Un altro simbolo della presenza del doppio standard risiede nelle montanti preoccupazioni legate alla sicurezza circa la corsa intrapresa dall’Iran per dotarsi di energia atomica, quando gli stessi alleati sauditi, e israeliani, detengono tutt’oggi rispettivamente la bomba atomica, via Pakistan i primi e non ufficialmente i secondi. Si potrebbe continuare citando l’ultimo attacco militare sionista nella Striscia di Gaza, contro il quale gli alleati d’oltreoceano, ma anche l’UE, non sono andati oltre le solite retoriche dichiarazioni ipocrite di condanna delle violenze[4], mentre in una Siria messa in ginocchio da un’offensiva orchestrata da gruppi islamici radicali l’Occidente si schiera nettamente in favore di quest’ultimi, appoggiandoli anche in pratica mediante appoggio logistico e rifornimento di armi, perpetrando la solita tattica di ingerenze negli affari interni degli stati mediorientali[5].

Il secondo livello, il multilateralismo, segue questa linea. L’approccio degli Stati Uniti è strumentale all’integrazione degli stati non appartenenti all’alleanza atlantica e al sistema democratico-capitalista nell’ordine liberale internazionale, sia per quanto riguarda il regime politico interno sia per quanto riguarda le variabili legate alla sicurezza. Il multilateralismo concepito come uno strumento per avanzare proposte diverse e con loro gli interessi e le identità dei paesi BRICs-NAM è osteggiato dagli Stati Uniti, i quali sono ancora portatori di un diritto (unilaterale) ad arrogarsi privilegi per la preservazione della loro potenza e della loro sicurezza.

Questa linea di pensiero si riflette conseguentemente sul terzo livello di analisi: le organizzazioni internazionali quali l’ONU sono sì da implementare e rendere più efficienti, ma solo via Assemblea Generale. La riforma del Consiglio di Sicurezza è osteggiata con grande fervore. La politica di potenza viene imbrigliata nella protezione dei privilegi del mondo occidentale, contro una sua redistribuzione e conseguentemente contro una medesima redistribuzione di questi privilegi agli attori della comunità internazionale.

FMI e BM di riflesso sono ancora gli strumenti mediante i quali la politica economica di stampo occidentale neoliberista si impone in molti paesi NAM mediante aggiustamenti strutturali che incidono anche sulla necessità di cambiamento dei loro regimi interni. Queste due organizzazioni sono anch’esse il tramite della perpetrazione del doppio standard, funzionale alla trasformazione di interessi e identità dei paesi cosiddetti in via di sviluppo.

Queste politiche sono una sintesi dei concetti di “milieu grand strategy” e di “positional grand strategy”. Mediante la prima gli Stati Uniti stanno agendo sui tre livelli di analisi in modo da strutturare l’ambiente internazionale in maniera accondiscendente ai propri interessi e alla propria identità in termini di sicurezza, ragionando in un’ottica di lungo periodo. Mediante la seconda agiscono in regioni come Medio Oriente o Pacifico al fine di garantire la propria sicurezza di fronte alla potenza emergente cinese e contro le minacce dell’Asse del Male (Iran, Siria, Hezbollah, Hamas[6]). Il terreno dello scontro sta passando dal Medio Oriente al Pacifico[7], mentre continua a perpetrarsi l’attacco alla sovrana Repubblica araba di Siria via jihadisti finanziati da paesi del Golfo persico quali Qatar e Arabia Saudita e la repressione in Bahrain. Il progetto di Grande Medio Oriente, con i suoi molteplici ed intricati interventi militari non si sta esaurendo in quanto come detto prima indirettamente[8] i paesi occidentali continuano ad appoggiare l’attacco “terrorista” alla Siria, ma sta lasciando spazio gradualmente a quel “pivot to Asia” in grado di rendere effettiva la pressione della potenza americana sul colosso cinese nel Pacifico.

Il blocco dei BRICs-NAM, a fronte di questa situazione, vedono urgente una riforma del Consiglio di Sicurezza e delle norme che regolano le relazioni internazionali, non in senso revisionista, piuttosto in un deciso potenziamento del rispetto di alcune, sovranità e indipendenza, e di una distribuzione di quei privilegi che queste norme garantiscono al paese egemone nell’ordine liberale internazionale, che non è più in grado (e mai è stato realmente) di provvedere da solo all’offerta di beni pubblici quali la sicurezza e il benessere economico.

Note:

[1] Nella teoria delle relazioni internazionali, il rapporto tra ordine e potere è un concetto portante. Emergono delle ambiguità: a volte si usa il termine ordine per intendere un assetto di rapporti di forza. Qualsiasi distribuzione della potenza può essere concepita come un ordine: ciò porta alla sovrapposizione di due concetti quali ordine ed equilibrio. Perciò è utile riflettere anche sul rapporto tra ordine e regole: bisogna tener conto sia della distribuzione della potenza (incentivo naturale) sia delle politiche che fissano le regole (incentivo istituzionale). Il grado di dipendenza/indipendenza dell’ordine da queste due variabili genera due scenari: il power shift (incidente sugli incentivi naturali) e la grand transition (che influenza in modo maggiore gli incentivi istituzionali).

[2] E’ utile fare le dovute distinzioni all’interno di questo gruppo di paesi, nel senso di una loro continuità con le politiche liberiste e imperialiste occidentali. L’India è considerata dallo scrittore Siddharta Deb “un bluff”, dati i suoi rapporti nella comunità internazionale molto altalenanti, da qui il termine “swing power” per connotare le relazioni del gigante asiatico con gli altri paesi della regione e con quelli occidentali.

[3] La visione che gli Stati Uniti hanno del proprio ruolo nel contesto internazionale, dalla fine della II guerra mondiale, si può riassumere nel concetto di “messianesimo”: le amministrazioni americane da quel periodo hanno sempre portato con sé una auto-assunzione di responsabilità negli affari della politica mondiale. Un’ipocrisia imperante accompagnava gli interventi statunitensi in quegli stati sovrani che dovevano essere inglobati nell’economia di mercato: “the american way of life” si espandeva tramite il Washington Consensus non esistendo più la forte resistenza e l’alternativa proposta dall’Unione Sovietica, coronando l’azione dell’imperialismo a stelle e strisce. Dal punto di vista militare, gli Stati Uniti, “i gendarmi del Medio Oriente” operano in questa regione per garantirsi le forniture di energia, forti dell’alleanza con Israele.

[4] Tutt’altre dichiarazioni e comportamenti pratici sono giunti da alcuni paesi del secondo insieme e da alcune forze politiche e della società civile sparsi in tutti i paesi del primo. Per citare un caso, fortissima è stata la mobilitazione in sostegno del popolo palestinese in Venezuela (http://albainformazione.wordpress.com/2012/11/25/il-popolo-venezuelano-in-solidarieta-con-la-palestina/)

[5] Le ultime novità sul fronte siriano riguardano il dispiegamento di ulteriori forze militari a sostegno della difesa del confine turco-siriano. La Turchia ha richiesto espressamente l’invio sul suo territorio di questi contingenti, operazione attuata all’interno della NATO, al fine di implementare la difesa del suo spazio aereo, già ampiamente raggiunta mediante l’invio al confine turco-siriano di due batterie di missili patriot provenienti da Germania e Paesi Bassi. Alla faccia degli sconfinamenti dell’esercito turco in Siria, sempre per rimanere fedeli al doppio standard. (http://www.globalsecurity.org/military/library/news/2013/01/mil-130108-afps04.htm?_m=3n%2e002a%2e701%2eei0ao03v4o%2emyb)

[6] Non è questa la sede ma per quanto riguarda il movimento palestinese ci si potrebbe soffermare sul cambiamento interno al movimento, emblema del quale è lo spostamento della sua sede da Damasco a Doha e la conseguente stretta alleanza operativa con gli emiri qatarioti.

[7] E nell’ultimo mese abbiamo assistito all’apertura di un nuovo fronte in Mali, luogo in cui spirano ancora forti gli interessi neocoloniali francesi e dei colossi energetici quali Total e la nostrana Eni che già opera nel delta del Niger. Ancora una volta l’instabilità a cui assistiamo deriva dalle politiche dei servizi segreti statunitensi a favore della creazione e addestramento di cellule jihadiste utilizzate in Afghanistan negli anni 80 contro i sovietici e che ora sono sparse nel territorio dell’Africa occidentale. Alcune vecchie conoscenze dei servizi segreti statunitensi come l’emiro Abdelmalek Droukdel, leader di Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) sino al 2004, venne addestrato dalla CIA in Afghanistan insieme al gruppo di volontari nordafricani noto come gli “Afghani arabi”, di cui faceva parte anche Mokhtar Belmokhtar, uno dei membri fondatori di AQIM e capo dell’operazione algerina al complesso gasiero di In Amenas in Algeria.

[8] E’ ormai noto l’appoggio logistico e il rifornimento di armi ai ribelli siriani via paesi del Golfo da parte degli USA. John Kerry, segretario di stato, il 13 febbraio scorso ha continuato i suoi retorici attacchi al presidente siriano al-Asad, affermando che ci sarebbero “ulteriori mosse che possono essere fatte”, al fine di “cambiare i rapporti di forza sul terreno”. A Roma la scorsa settimana Kerry ha annunciato aiuti al Consiglio Nazionale Siriano per 60 milioni di dollari. Bashar al-Asad continua a far presente ai distratti che il Consiglio non è minimamente unito e che i guerriglieri riuniti in questa sgangherata coalizione sono cellule islamiste legate ad al-Qaeda, come il gruppo salafita-jihadista Jabhat al-Nusra finanziato dall’Arabia Saudita.

Federico Licastro

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