Libia. A Bani Walid, dove la bandiera verde della Jamahiriya sventola ancora | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
lunedì , 29 maggio 2017
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Libia. A Bani Walid, dove la bandiera verde della Jamahiriya sventola ancora

(da Bir Dufan, Andrea de Georgio e Luca Pistone), tratto da www. http://www.atlasweb.it

La brutta avventura di Yusuf Baadi e Abdul Qader Fusuq si è conclusa con un lieto fine. I due giornalisti di Tobacts TV di Misurata, catturati il 7 luglio dai gheddafiani di , sono stati liberati domenica sera.

Coprivano le storiche elezioni nell’ultima roccaforte dei fedelissimi dell’ex rais. Fotografavano i seggi, secondo i misuratini; gli accessi alla città in vista di un’imminente incursione, secondo i loro sequestratori.In cambio del rilascio dei due, i verdi – verde era la bandiera della jamahiriya, la repubblica di Muhammar  – chiedevano la scarcerazione di 120 loro compagni, detenuti in prigioni improvvisate nella vicina Misurata. Netto fin da subito il rifiuto delle qatiba (brigate) misuratine, che hanno chiamato a raduno i thuwar (rivoluzionari) di Zlitan e di Suq Jhumwa, noto quartiere della resistenza tripolina.

I miliziani si erano dati appuntamento lo scorso mercoledì a Bir Dufan, segnata sulle mappe ma in realtà una colata di cemento su cui si erge una piccola moschea, nel nulla del deserto ad una ventina di chilometri da Bani Walid, l’ultimo vero baluardo gheddafiano. Almeno un centinaio di miliziani, accampati all’ombra di pick up adornati con mitragliatrici contraeree, assaporavano il momento della resa dei conti. E continuano a farlo.

Tra i libici, anche tra quelli che non hanno mai imbracciato le armi, chiudere la faccenda Bani Walid è quasi un dovere. Figurarsi tra i thuwar. “Meritano una lezione, come a Sirte”, dove il 20 ottobre 2011 veniva ucciso il colonnello e dove nessuno nomina più il suo nome. La rivoluzione ha lanciato tra i grandi i combattenti, il processo di pacificazione rischia di metterli in secondo piano. Chiudere la faccenda li eccita, è innegabile. A detta loro, la battaglia “decisiva” è solo rimandata.

“I verdi sono dei cani”, e parte una scarica di kalashnikov. A Bir Dufan è difficile fare un passo senza calpestare bossoli. Se ne trovano di tutti i calibri, dai 7.62 mm ai 14.5 mm. Sparare rilassa, sembra quasi un mantra per i miliziani. Alcuni di essi sono ubriachi, fanno fuoco da seduti mentre giocano a dadi. Ahmed ha 13 anni, offre Marlboro e porta un kalashnikov a tracolla. Ha gli occhi spiritati Ahmed. Ha perso tutta la sua famiglia, opera dei verdi. È stato “adottato” da una delle qatiba di Misurata. “Voglio vendetta, morte a Bani Walid” e parte l’ennesima scarica di kalashnikov.

L’11 luglio è scaduto il primo ultimatum contro i verdi, lanciato dai miliziani misuratini; il giorno seguente quello del Governo provvisorio di Abdel Rahim al-Kib. Ma ancora una volta, nella “nuova”  “democratica” e sulla via della “riconciliazione”, l’intervento dello Stato è risultato impercettibile. Sono stati i capi delle tribù locali a mediare la liberazione di Baadi e Fusuq. Come contropartita, la scarcerazione di un numero imprecisato di lealisti. Una liberazione problematica, tuttora incompleta. I due misuratini sono stati rilasciati domenica sera a Jado, piccola località tra le montagne Nafusa, in prossimità del confine con la Tunisia. Qui non ci sono verdi, ma tra Jado e Misurata non scorre buon sangue. Recentemente una qatiba di Misurata ha sequestrato e dopo pochi giorni rilasciato un celebre conduttore radiofonico jadino, reo di aver criticato i miliziani di Misurata. Baadi e Fusuq si sono lasciati alle spalle Bani Walid, ma sono “trattenuti” da una qatiba di Jado. Secondo fonti locali, riabbracceranno presto i loro cari.

Catturare misuratini, una nuova strategia? Il primo tentativo dei verdi è andato a buon fine. I misuratini “pregiati” sono un’ottima merce di scambio; giovedì altri tre di Misurata sono finiti in mani verdi. Si tratta di Omran Shaban e Mohammed Al-Ouyb, due membri della qatiba Scudo Libia, e del giornalista Abdul Aziz Harous. I tre sono stati prelevati mentre ricevevano delle cure in un ospedale di Bani Walid.

Il rischio è che i sequestri diventino parte di una tattica diffusa. Si calcola che in tutta la Libia siano non meno di 5.000 i neo ribelli. “Una volta eravamo noi i ribelli, ma ora le cose sono cambiate. Sono i verdi a ribellarsi contro il nuovo ordine. Sono loro i nuovi ribelli. Noi abbiamo fatto la Rivoluzione”, tengono a precisare i thuwar, fieri di questo titolo.

Proseguono intanto i negoziati per la liberazione dei tre; a mediare, ancora una volta, gli insostituibili anziani delle tribù. Pronto ad intervenire, nell’avamposto di Bir Dufan, il folto drappello rivoluzionario. In mimetica ed infradito, in camicia hawaiana ed anfibi, con kefia e sandali, i thuwar tengono in caldo armi e motori, ostinati a valicare il fiume Uadi Dinar, risalire le montagne che circondano Bani Walid e scrivere l’ultimo atto di una storia durata oltre quattro decadi.

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