Libia. Due anni dopo la "Rivoluzione" è tempo di bilanci | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
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Libia. Due anni dopo la “Rivoluzione” è tempo di bilanci

Era il 17 febbraio del 2011 quando la prima manifestazione di collera degli abitanti di Bengasi contro il governo di Muammar Gheddafi diede effettivamente inizio alla “Primavera” libica che, un anno e migliaia di morti dopo, avrebbe portato alla caduta del Colonnello nella polvere. Ora, a due anni di distanza, è tempo di alcuni bilanci..

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Esattamente due anni fa la popolazione di Bengasi scendeva in piazza sull’onda lunga della Primavera Araba per manifestare tutta la sua rabbia nei confronti del governo libico di Muammar Gheddafi. Ora a distanza di due anni sappiamo poi come sarebbe finita, e sappiamo perfettamente che le cose non sono andate proprio come la versione ufficiale ci racconta. Tra i manifestanti di Bengasi, secondo un modello che abbiamo poi avuto modo di verificare in Siria, vi erano anche migliaia di estremisti islamici che odiavano il governo di Gheddafi per la sua laicità. L’Occidente ha cinicamente manipolato questi moti interni parlandoci di lotta per la democrazia, mentre la gran parte di coloro che urlavano “Allah Akbar” per le strade della Libia imbracciando un Ak-47 al massimo lottavano per la Shària.

Sono comunque passati due anni dalle rivolte di piazza, la Libia si infiammava sulla scia di Tunisia ed Egitto, e pochi giorni prima il mondo aveva visto cadere prima Ben Ali, poi Hosni Mubarak. In Libia invece il Colonnello non si sarebbe arreso, e forte dell’appoggio di una parte comunque non minoritaria della popolazione ha combattuto una feroce guerra civile durata oltre otto mesi. E’ poi opportuno ricordare che le forze armate libiche in un primo tempo stavano anche avendo la meglio, ma i bombardamenti a tappeto della Nato hanno, letteralmente, spezzato le reni ai lealisti. Inutile ricordare che la Nato ha approvato l’intervento contro Gheddafi proprio sulla base di prove che si sarebbero poi rivelate artefatte. Ricorderete tutti le notizie di un Gheddafi che usava i suoi aerei contro la sua stessa popolazione, oppure le foto fatte circolare due o tre giorni dopo con fosse comuni improvvisate. Mesi dopo abbiamo saputo che erano tutti dei falsi, utili però a creare quel movimento d’opinione contrario a Gheddafi e propedeutico ad autorizzare l’intervento della Nato.

Una volta sconfitto Gheddafi nell’ottobre 2011, sono venute alla luce tutte le divisioni interne al Cnt, ovvero l’insieme di gruppi armati che hanno contrassegnato l’opposizione. Per questo oggi la Nuova Libia è un paese debole e spaventato, afflitto da gravissimi problemi, e sempre sull’orlo di una nuova guerra civile. I nostalgici di Gheddafi sono tanti, e il Paese è quasi come diviso in due parti, con una parte, quella economica, che sembra ripartire, e l’altra, quella politica, che sembra afflitta da una atavica stagnazione. In Cirenaica poi, il controllo di Tripoli è quasi assente, e una Nuova Costituzione non sembra imminente. Almeno la produzione petrolifera è ripartita, con il placet dell’Occidente, e nel 2012 la media della produzione è stata di oltre 1,3 milioni di barili al giorno e ha portato nelle casse del governo oltre 50 miliardi di dollari. Tutto questo afflusso di denaro però non serve a far ripartire il Paese dal momento che i gruppi di estremisti islamici, armati fino ai denti dell’Occidente, tornano a farsi sentire,  assieme ai rigurgiti indipendentisti della Cirenaica. E dire che nelle elezioni democratiche tenutesi in Libia all’indomani della caduta di Gheddafi, ha vinto la Forza delle alleanze nazionali, ovvero il movimento laico e liberale dell’ex premier del Cnt, Mahmoud Jibril, capace di battere il partito Giustizia e ricostruzione legati ai Fratelli musulmani. A quel punto sono cominciati i dibattiti per la nuova Costituzione ma si è arrivati a una situazione di stallo che ha congelato il Paese.

Per questo a due anni dall’inizio della rivolta la Libia non ha ancora concluso il suo percorso. E con bande armate che minacciano la sicurezza dello Stato e la Cirenaica che da sola costituisce l’80% delle estrazioni di petrolio del Paese, il rischio di una nuova guerra civile, questa volta tra laici e islamici, è reale.

D.C.

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