Libia. E se a troppi facesse comodo il caos?Tribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Libia. E se a troppi facesse comodo il caos?

Mentre si parla di un governo di unità nazionale entro la fine della settimana in Libia, in molti lanciano appelli preoccupati per fermare l’offensiva del governo di Tobruk che sembra però l’unico attore sul campo a volersi impegnare contro gli jihadisti. Sembra quasi che in Iraq come in Libia qualcuno non voglia una “soluzione rapida” dell’instabilità.

Da un lato c’è l’ottimismo espresso tra gli altri dal mediatore dell’Onu Bernardino Leon, che riguardo alla situazione libica ha detto di pensare a una possibilità concreta di formare un governo di unità nazionale entro la fine della settimana. Dall’altro però c’è la stessa comunità internazionale che si indigna di fronte all’offensiva lanciata dal governo di Tobruk per riconquistare Tripoli anche grazie al generale Khalifa Haftar, uomo che intrattiene rapporti di amicizia con l’Egitto e che vorrebbe porre fine con le armi alla questione “jihadista” libica. Tripoli infatti non è controllata dallo Stato Islamico bensì dalle milizie filo-islamiche che hanno espresso un governo locale che rivaleggia con quello di Tobruk. Con l’avvento del Daesh in Libia a Derna, Sirte e in Cirenaica ci si sarebbe aspettati perlomeno che venisse tolto l’embargo sulle armi al governo di Tobruk, ma così non è stato al punto che molti analisti iniziano a vederci del torbido un ‘pò come quello che sta accadendo in Iraq dove la controffensiva su Tikrit di Baghdad sembra essersi improvvisamente e inspiegabilmente arrestata. Sembra quasi che in troppi, al posto che vedere una soluzione al problema del jihadismo, preferiscano creare una anarchia su larga scala, altrimenti non si spiegherebbe questa levata di scudi contro Haftar e il governo di Tobruk, l’unico che sul campo ha dimostrato di volersi sporcare le mani per liberare manu militari la Libia dalla morsa jihadista. Forse proprio per superare l’empasse e mettere la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto il generale Khalifa Haftar ha deciso di affrettare i tempi e di lanciare una offensiva di terra e aria contro Tripoli, con l’intento di liberare la capitale, sotto controllo delle milizie islamiche del Fajr. Ricordiamo che il governo di Tobruk è anche l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, di conseguenza appare perlomeno sospetta la levata di scudi contro la decisione di bruciare le tappe presa da Haftar. Bernadino Leon, inviato Onu in Libia, cerca sulla carte di promuovere un dialogo tra i due governi, ma nel mentre il Daesh è libero di rafforzarsi utilizzando sempre più aree della Cirenaica e della Tripolitania per addestrare nuove reclute e organizzare nuovi assalti. In questo senso le Nazioni Unite sono state fin troppo chiare ammonendo che se Tobruk continuerà con l’offensiva militare perderà il sostegno internazionale, un sostegno che però appare vuoto e finto dal momento che l’embargo sulle armi permane, e senza armi diventa molto difficile arginare lo Stato Islamico. Del resto lo stesso governo di Tobruk anche se lo volesse forse non avrebbe alcuna possibilità di comandare Khalifa Haftar che si propone sempre di più come un possibile uomo forte in grado di prendere di petto la situazione. Inoltre l’offensiva di Haftar ha portato all’eliminazione di due leader molto importanti delle milizie islamiste come Mazek Mazek e Salah Burki, di conseguenza secondo analisti della Libia le milizie del Fajr sarebbero a un passo da una possibile capitolazione. Una cosa però è certa, nonostante la comunità internazionale sia interdetta di fronte all’iniziativa di Tobruk appare chiaro che anche l’inazione rappresenti un pericolo mortale in quanto l’unico attore ad avvantaggiarsi dello stallo sarebbe, ancora una volta, il Califfato nero, che peraltro in Libia a dispetto della propaganda è ancora molto debole. E quindi non si comprende come mai una comunità internazionale del tutto lassista di fronte all’avanzata del Daesh, quando emerge qualcuno che sembra perlomeno l’uomo giusto a prendere di petto la situazione di colpo inizia ad accorgersi dei “diritti umani” e a tirare il freno a mano. E’ successo per l’appunto anche in Iraq, dove dopo l’iniziale avanzata dell’esercito su Tikrit, sono arrivate diverse “frenate” adducendo scuse umantiarie.

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