Libia. L' ennesimo piano neocoloniale rischia di fallire | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
domenica , 28 maggio 2017
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Libia. L’ ennesimo piano neocoloniale rischia di fallire

Dopo la distruzione della Libia come Stato e la balcanizzazione successiva all’assassinio di Muammar Gheddafi ora l’Occidente tenta l’ennesima mossa neocoloniale per provare a installare un governo “amico”. La sensazione però è che anche questo debolissimo nuovo governo non durerà e semmai rinfocolerà la guerra per bande. 

Quando l’Occidente dall’alto della propria superiorità morale nel 2011 giudicava il Colonnello Muammar Gheddafi un turpe dittatore dimostrava ancora una volta, se ce ne fosse il bisogno, di conoscere molto poco il contesto del paese di cui parla. Evidentemente governare la Libia non era così semplice come poteva sembrare, ancor più che Gheddafi riuscì a imporre il proprio potere su un caleidoscopio di tribù e interessi contrastanti. Oggi che la Libia è in macerie e i diritti umani sono molto meno rispettati che sotto il Colonnello forse in molti cominciano a recitare un tardivo mea culpa, prendendo atto che evidentemente la complessità libica non era proprio cosa da poco. Del resto quanto la rivolta contro Gheddafi veniva fomentata dall’Occidente in tutti i mezzi lo stesso Gheddafi aveva ammonito circa quello che sarebbe successo dopo la sua caduta, aveva parlato dei jihadisti, di migranti fuori controllo verso l’Europa e di molte altre cose che si sono poi rivelate essere veritiere. Distruggere le infrastrutture del Paese pensando che poi si sarebbe potuto lucrare sulla ricostruzione, magari inserendo un governo amico, era evidentemente il progetto originario di chi in così poco tempo ha deciso di farla finita con Gheddafi. Oggi però il piano di creazione di un governo amico sembra essere in alto mare in quanto le divisioni tribali e di interessi sono ormai esplose in tutta la loro pericolosità e la situazione libica somiglia sempre di più a una guerra per bande.

Ha fatto quindi sorridere la notizia data dal mainstream in modo quasi trionfalistico dell’insediamento a Tripoli del presidente del Consiglio Presidenziale Fayez al Serraj, uomo che non rappresenta che una parte minoritaria del Paese e che rischia di dividere più che di unificare. E infatti a solo pochi giorni dall’arrivo di Serraj via mare ecco che secondo Lybia Herald ol Presidente del Congresso Nazionale, l’islamista Khalifa Ghwell, il premier Nouri Abu Sahmin e diversi ministri del governo tripolino avrebbero pensato bene di abbandonare la capitale per ripiegare a Misurata. In molti potrebbero quindi pensare a una “vittoria” di Serraj, ma nella realtà si tratta di un ripiegamento che potrebbe solo preludere a nuovi problemi e a nuove guerre fratricide. Se non altro in tanti pensavano che ci sarebbe stata una insurrezione contro Serraj a Tripoli, ma questa non è avvenuta a tutto vantaggio dei poteri che hanno appoggiato proprio Serraj. Il problema però è che senza l’approvazione del Parlamento di Tobruk non potrà esserci alcun accordo per la pacificazione nazionale, e se anche questa approvazione dovesse infine arrivare questo non vorrebbe dire che la Libia avrà finalmente risolto i suoi problemi. La sensazione è che l’Occidente spinga per il governo Serraj in quanto può consentire, evidentemente, di fare i propri interessi con maggiore rapidità. Ma imporre un nuovo governo ai libici dall’alto potrebbe rappresentare un rischio a lungo termine ancora maggiore.

 

Tribuno del Popolo 

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