Libia. Si va verso la guerra civile 2.0Tribuno del Popolo
martedì , 12 dicembre 2017
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Libia. Si va verso la guerra civile 2.0

Sempre più elementi indicano che in Libia il governo centrale stia completamente fallendo nell’imporre la sua autorità al Paese. Tutto questo potrebbe ben presto portare a una seconda, sanguinaria, guerra civile.

Photo Credit (AFP Photo)

Quando nel 2011 l’Occidente in nome della guerra umanitaria ha attaccato la Libia, mentiva sapendo di farlo. Se pensate che sia una considerazione troppo di parte o “estrema” basterebbe guardare a quello che resta della Libia oggi, ovvero un Paese diviso, frammentato, spaventato e privo di un potere centrale, per capire che forse non siamo così lontani dalla realtà. A distanza di ormai due anni dalla fine miserabile di Muammar Gheddafi, che ricordiamolo aveva teorizzato di istituire una moneta unica per tutta l’area del Nord Africa proprio poco prima dell’attacco dell’Occidente, la Libia è un Paese in pezzi, diviso tra decine di tribù in armi che non vogliono saperne di seppellire l’ascia di guerra. Proprio un mese fa è fallito un tentativo di golpe con il rapimento del presidente libico Ali Zeidan, un rapimento che ha dimostrato la totale impotenza del governo. La polizia non esiste, e quando esiste non può controllare bande di guerriglieri armati fino ai denti, e non riesce nemmeno più a garantire la sicurezza delle ambasciate straniere e dei confini. Come se non bastasse la Cirenaica, la regione di Bengasi da sempre ostile a Tripoli, ha dichiarato la propria autonomia. Ricordiamo che in Cirenaica ci sono circa l’80% dei proventi delle riserve di petrolio, ed è quindi causale che questa regione si sia sfilata dal controllo di Tripoli? Proprio Tripoli rifiuta di riconoscere le aspirazioni di autogoverno della Cirenaica e ha minacciato di rispondere con la forza a prese di posizioni unilaterali, il che, tradotto, significherebbe far sprofondare il Paese in una seconda guerra civile. Le milizie federaliste e le tribù hanno bloccato ogni attività nei porti e nelle raffinerie dell’Est, domandando maggior potere politico e più proventi del petrolio. Questo blocco forzato costa al Paese 130 milioni di dollari al giorno, contribuendo alla stagnazione dell’economia. Pesano poi le divisioni tra secolaristi e islamici radicali, con questi ultimi enormemente rafforzatisi nel corso della guerra civile contro Gheddafi. Come se non bastasse non è stata aperta alcuna indagine sulle oltre 30.000 morti della guerra civile del 2011, e non è stato fatto alcun tentativo di riconciliazione. Nel 2011 la Nato e gli Stati Uniti videro un’opportunità nel defenestrare Gheddafi a favore di un regime più allineato ai voleri dell’Occidente. A distanza di due anni però nessuna milizia armata contro Gheddafi è stata disarmata e Tripoli ha cominciato a pagare gli stipendi ai guerriglieri nell’illusione di integrarli nelle forze di sicurezza. Ma le milizie spesso sono solo gruppi di civili che hanno preso le armi, e in molte occasioni lo Stato li ha pagati solo per evitare che scatenassero il caos. Come se non bastasse è pieno di milizie infiltrate da Al Qaeda che continuano a perseguitare la popolazione di colore con l’accusa di essere al soldo di Gheddafi e della sua famiglia. Mosca inoltre ha recentemente ricordato che in Libia ci sono ancora 6400 barili di uranio impoverito scoperti vicino a Sabha, luogo infestato da gruppi vicini ad Al Qaeda. Insomma una situazione esplosiva che il governo di Tripoli appare completamente incapace di affrontare e che potrebbe, prima o dopo, portare a una seconda, sanguinosa e incontrollata resa dei conti.

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