Licenziamenti e conflitti. Facciamo chiarezzaTribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Licenziamenti e conflitti. Facciamo chiarezza

Da settimane non si fa altro che parlare di Jobs Act, lavoro, licenziamenti. Sono gli effetti della riforma del mercato del lavoro messa in cantiere da Matteo Renzi. In proposito l’Italia è sembrata ancora una volta dividersi dalle bandiere rosse della Cgil a Roma allo smart look della Leopolda, passando per le tensioni di piazza che si alimentano in tutti i territori colpiti dalla disindustrializzazione in atto.

Fonte: Oltremedianews

Molto sta cambiando, gli italiani l’hanno capito e sono sensibili al tema e per la prima volta da tanti anni c’è un certo interesse su questioni che trascendano il bunga bunga. Quel che colpisce è l’impreparatezza della politica ad uno scenario del genere. Approssimazione che sta tutta nelle parole di Renzi di questi giorni. «Io rimango sul merito tecnico della questione – ha provato a spiegare Renzi dalla sua convention – il punto è che nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 (il riferimento è all’art. 18 ndr) [...] è come pensare di prendere un iphone e dire dove lo metto il gettone». Difficile concordare con l’accezione di merito tecnico fornita da Renzi, proviamo allora noi a fare un po’ di chiarezza su ciò che potrebbe cambiare in tema di licenziamenti e le connesse ripercussioni sul mercato del lavoro.

Licenziamenti e ‘’posto fisso’’. Si tratta dei nodi centrali di qualsiasi riforma che abbia ad oggetto il mondo del lavoro, e non perché si tratti di capricci o retaggi culturali della ‘’vecchia sinistra’’, ma semplicemente perché tra un sistema a licenziamenti liberi ed uno che protegge le forme di lavoro subordinato c’è un abisso di differenza capace di connotare il modello di relazioni sociali, industriali, e la struttura economica del Paese. Stiamo parlando, come si sarà capito, dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ideata come rimedio atto a regolare i licenziamenti e sanzionare quelli illegittimi, la disciplina si introduceva nel 1970 in un contesto normativo in cui ancora il licenziamento veniva chiamato recesso e condizionato in pratica solo dall’obbligo di un congruo preavviso.

Col tempo le rivendicazioni operaie sostenute avevano fatto insorgere nel comune sentire il convincimento che il rapporto di lavoro subordinato proprio non può essere considerato un semplice contratto a prestazioni corrispettive in quanto come oggetto del contratto non c’è una semplice cosa materiale ma la vita del lavoratore che mette il proprio tempo e la propria persona a disposizione del datore, e con essa tutte le aspirazioni sue e della sua famiglia a vivere una vita sana e dignitosa libera dal pericolo di subire ricatti ed arbitri.

Lo Statuto dei Lavoratori provava a dare una risposta a tutto ciò introducendo una disciplina sorretta da un assunto tanto semplice quanto rivoluzionario: il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato può essere sciolto con licenziamento solo se in presenza di un valido motivo.  L’art. 18 introduceva così due ipotesi di possibile licenziamento: il licenziamento disciplinare e il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Nel primo caso il recesso è valido se causato da un inadempimento grave o gravissimo commesso dal lavoratore, nel secondo il licenziamento sarebbe consentito a fronte di esigenze relative alla organizzazione della produzione (per esempio chiusura di un ufficio, riduzione dell’attività economica per carenza della domanda, ristrutturazione e risanamento).

Lungi dal vietare ogni tipo di licenziamento, come invece afferma la retorica odierna, l’art. 18 lascia in realtà ampi spazi al datore: oltre alle ipotesi dei licenziamenti collettivi (consentiti nei processi di riorganizzazione e di crisi dell’impresa) è legittimo il licenziamento in tronco del singolo lavoratore che fuma in locali con prodotti altamente infiammabili così come quello del dipendente tossicodipendente che guida mezzi pubblici e quello del dipendente negligente; è infine legittimo il licenziamento del lavoratore a causa dell’acquisto di un nuovo macchinario che ne rende inutili le mansioni. In generale quando il recesso del datore è finalizzato ad una riorganizzazione funzionale all’incremento futuro della produzione o alla salute dell’azienda evidentemente in pericolo questo è consentito. Ciò che invece non è lecito, ad esempio, è il licenziamento per il solo motivo di accrescere i profitti. Certo nessuna norma è perfetta e nemmeno l’articolo 18 lo è come testimonia la difficoltà di configurare la negligenza di un dipendente come giusto motivo di recesso, ma pensare per questo di ammettere i licenziamenti senza motivo andando completamente a ledere la posizione del dipendente risulta oltre che ingiusto profondamente antigiuridico. Checché se ne dica, infatti, non esiste alcun paese al mondo in cui si possa licenziare liberamente senza motivo e, soprattutto, non esiste alcun ordinamento che sia privo di sanzioni salate nel caso di interruzione del rapporto di lavoro prive di giustificazione legittimante.

Già, le sanzioni. E’ questo il nodo centrale del dibattito che da anni ormai si concentra intorno all’art. 18. La norma, infatti, era (e l’uso dell’imperfetto non è casuale) molto precisa nel prevedere le conseguenze delle violazioni delle discipline suddette: per le imprese con meno di 15 dipendenti è prevista generalmente la cd. tutela obbligatoria che consiste nel pagamento di un indennizzo tra le 2,5 e le 6 mensilità come penalità per il licenziamento privo dei motivi legittimanti; per le imprese con più di 15 dipendenti la sanzione era invece sempre quella della reintegrazione, ossia il giudice, nel riscontrare l’illegittimità del licenziamento, ne dichiarava l’inefficacia e disponeva il ritorno del lavoratore al suo posto con contestuale indennizzo a titolo di risarcimento del danno subito. Differenziazione di protezione che invece non è mai valsa per i licenziamenti discriminatori (quelli perpetrati per motivo di razza, sesso, religione, convinzioni politiche etc) che sono in ogni caso annullati con obbligo di reintegrazione e contestale risarcimento.

Assumendo uno sguardo privo di contaminazioni politiche è difficile criticare un tale impianto normativo. Un licenziamento o è legittimo o non lo è: nel primo caso è consentito, nel secondo è invalido e come tale se ne annullano gli effetti. Di più, sembra altrimenti assurdo che un atto di per sé illecito come il licenziamento in cui il giudice abbia accertato la carenza di giusto motivo, possa continuare a produrre effetti impedendo nonostante ciò al lavoratore di tornare al suo posto. E’ la sanzione applicata alle imprese con meno di 15 dipendenti ad essere priva di logicità e non il contrario. L’osservazione sembra al momento ovvia ma evidentemente per molti non lo è visto che proprio la reintegrazione è oggetto di dispute politiche infinite. Così l’intervento modificativo dell’art.18 del governo Monti ha finito per assegnare al giudice un potere assoluto in materia: in caso di licenziamento economico ingiustificato egli può decidere se applicare la reintregrazione o il solo risarcimento. Dibattiti e soluzioni incomprensibili senza una considerazione che può far male a qualcuno ma che è di fatto sotto gli occhi di tutti: quello fornito dalla politica non è un giudizio di scienza, bensì è un giudizio di convenienza.

Convenienza per chi? La domanda sorge spontanea dinanzi all’elogio della mobilità e al vilipendio del posto fisso forniti dal discorso di Renzi alla Leopolda che sembrano prodromici ad un intervento di respiro ancora più liberista. Inutile infatti fare compromessi: la logica che muove l’interesse dell’imprenditore non può essere la medesima che caratterizza il lavoratore. Da una parte è l’imprenditore, non perché brutto e cattivo bensì in quanto particolare soggetto economico, a guardare con favore ad ogni ipotesi di deregolamentazione: oltre a poter liberarsi facilmente di un dipendente, un rapido ricambio in un contesto di elevata disoccupazione può consentire di abbassare sensibilmente gli stipendi e di aumentare le ore di lavoro; dall’altra il lavoratore che è mosso da ben altri scopi del tutto irriducibili. Si tratta di quel conflitto tra capitale e lavoro da sempre esistente e mai sopprimibile da tempo immemore individuato come elemento peculiare dell’economia di mercato.

Dunque intendiamoci, non è il conflitto tra questi due soggetti economici quello che si può eliminare, quello che non è normale è che schiere di economisti, politicanti sedicenti progressisti, giuristi e quant’altro non riconoscano il conflitto permanente e non rilevino la funzione della legge che certamente talvolta nega qualche libertà ma sempre in relazione all’esigenza di tutela di interessi costituzionalmente meritevoli ed altrimenti in pericolo. Il suo compito cioè di perseguire quell’uguaglianza sostanziale sancita come valore fondante dalla Costituzione: se l’interesse dell’impresa è quello di non avere vincoli, chi tutela l’interesse del singolo lavoratore ad avere un lavoro stabile ed una retribuzione sufficiente per sé e la sua famiglia a vivere una vita sana e dignitosa? Una domanda sollevata a gran voce dalle piazze d’Italia a cui Renzi non ha ancora dato risposta.

Michele Trotta

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top