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martedì , 30 maggio 2017
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L’impegno dei comunisti

L’ultima vicenda Fiat dimostra l’ennesimo ricatto e documenta che Marchionne mette lavoratori contro lavoratori. La scelta della mobilità per 19 lavoratori della Fiat di Pomigliano D’Arco è la coercizione che attua quotidianamente nei confronti della classe operaia e prova a trasferire sui lavoratori i rischi connessi all’attività economica, dimenticando che la crisi Fiat è dovuta all’assenza di nuovi modelli e d’innovazione.

Fonte: http://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-italia/7883-limpegno-dei-comunisti.html

Lo Stato che dovrebbe provvedere alle tutele del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, nonché l’elevazione professionale dei lavoratori e infine a favorire e regolare i diritti del lavoro, ponendo un preciso limite a un’economia basata sui profitti dei padroni, condanna i lavoratori a sottostare all’assoluto arbitrio dell’impresa (abolizione dell’art. 18) e cancella le norme stabilite dai contratti nazionali (certezza di salario, di ferie, ecc).

È tempo di ricominciare a ridare alle parole il loro significato, come precarietà uguale sfruttamento. Per uscire dalla crisi serve che i lavoratori abbiano diritto ad una retribuzione sufficiente ad assicurare a se stessi e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Bisogna ristabilire due criteri, uno economico della proporzionalità alla quantità e qualità del lavoro e uno di carattere sociale.

Con l’introduzione della precarietà, hanno costretto persone a svolgere una moltitudine di attività e una durata massima di giornate lavorative al di sopra di quelle stabilite dalla legge. Tale situazione ha messo in discussione il diritto al riposo e ferie annuali retribuite, superando di fatti la Costituzione che limita sia la volontà del datore di lavoro sia quella dello stesso lavoratore, che rinuncia il suo riposo in vista di un ulteriore guadagno per arrivare alla fine del mese.Contemporaneamente alla repressione delle libertà si tenta anche di cancellare l’organizzazione sindacale e il principio della libertà sindacale.
Negli anni cinquanta mentre si svolgeva il dibattito sugli artt. 39 e 40, determinato dai progetti governativi di legislazione sindacale, venne proposta da Giuseppe Di Vittorio nel congresso di Napoli della CGIL del ’52 l’idea di uno “Statuto dei diritti, della libertà e della dignità dei lavoratori nell’azienda” basato sul principio che i diritti costituzionali del cittadino non si devono fermare davanti all’ingresso della fabbrica. In quel periodo il movimento operaio debole e diviso e non aveva la forza per imporre la realizzazione dei suoi diritti. Solo negli anni sessanta iniziarono le lotte per la giusta causa nei licenziamenti. Fu emanata quindi la legge n.604/1966 secondo la quale nelle aziende con più di 35 lavoratori qualsiasi licenziamento doveva essere avvalorato da una giusta causa o da un giusto motivo. Sull’onda della riscossa operaia e delle grandi lotte contrattuali furono poi riprese le proposte di uno statuto dei lavoratori e vennero formulati i primi progetti della riforma del processo del lavoro. Le conquiste contrattuali e la prova di forza data dalla classe operaia con l’autunno caldo del 1969, portarono allo Statuto dei diritti dei lavoratori emanato con la legge n.300/1970. La legge 11 agosto del 1973, n.533 varò l’altra importante riforma, il nuovo processo del lavoro, che riduceva notevolmente il tempo necessario ai lavoratori per conseguire le loro spettanze, offri la possibilità del sindacato di partecipare al processo su istanza di parte per fornire informazioni e osservazioni e conferire al magistrato notevoli poteri per accertare i fatti della causa. Lo Statuto ha definito le conquiste ottenute dalla classe operaia in un momento di particolare forza, e ha modificato in senso più democratico i rapporti tra classe operaia e padrone.

I referendum dai noi proposti vogliono restituire la dignità e i diritti del lavoro, ed aprire una battaglia che riguarda l’area del lavoro non solo industriale, ma che interessa tutti i settori (precari, esodati, lavoratori innero, pubblico impiego, ecc.).
Sappiamo bene che il ripristino dell’art. 18 e l’abolizione dell’art. 8, prendono in considerazione solo alcune libertà costituzionali, che non esauriscono i numerosi problemi che si pongono sul posto del lavoro.Chi come noi, si pone di smontare l’agenda Monti, e ha scelto di proporre anche un referendum contro la riforma delle pensioni, rappresenta il primo passo contro la “politica di austerità” dettata dai poteri forti europei. Questo pezzo di storia insegna che le lotte dipendano dal contesto in cui si praticano. Lo Statuto dei Lavoratori è stato emanato perché i comunisti sedevano in parlamento, ma contemporaneamente esisteva un movimento operaio in grado di invertire i rapporti di forza.

Il Paese continua a subire le pesanti conseguenze di quella miscela di populismo, autoritarismo e affarismo che costituiscono, l’essenza della politica che ha governato per vent’anni. Il compito arduo che ci aspetta è realizzare l’unità per affossare le destre definitivamente e rompere il patto dei poteri economici e finanziari. Rovesciare la situazione e modificare, per quanto possiamo, i rapporti di forza sociali e politici, non avviene con l’autoisolamento.

Lottare per conquistare il potere è uno dei nostri obiettivi per trasformare la società in senso socialista. Perder di vista questo terreno, significherebbe rinunciare alla lotta politica.

di Luca Servodio, Direzione Nazionale PdCI

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