L'imperialismo europeo e il movimento per la pace. iceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussioneTribuno del Popolo
mercoledì , 22 marzo 2017
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L’imperialismo europeo e il movimento per la pace

Riceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione.

Fonte: Marx 21

Il 20 marzo 2003 è la data ufficiale di inizio della seconda guerra del Golfo, guerra condotta da una coalizione di Stati guidata dagli USA. La presenza di armi chimiche nel paese guidato dal “terribile dittatore” Saddam Hussein era spacciata dai media dei paesi occidentali come verità inconfutabile.

Tuttavia proprio nei preparativi diplomatici alla missione militare è possibile riscontrare alcune disomogeneità all’interno degli stati europei, nelle elite governative che li guidano e nelle stesse relazioni tra questi stati. Un fatto su tutti: le dimissioni del ministro britannico Robin Cook, allora Leader della Camera (una sorta di ministro per i rapporti con il parlamento) due giorni prima dell’inizio dei bombardamenti, proprio in opposizione alla scelta di Blair, del suo governo e di tutto il Labour Party, di partecipare alla guerra.

Questa forte presa di posizione ha un pregresso che mostra come il governo di Blair abbia scelto di continuare, senza nemmeno porsi il dubbio, sulla strada della special relationship con Washington nonostante il 20 gennaio 2001 la Casa Bianca avesse cambiato inquilino e fosse passata dall’amministrazione democratica della guerra contro la Jugoslavia di Clinton, a quella repubblicana dei petrolieri Bush Jr. e Cheney. Infatti Robin Cook (che nel Labour Party aveva ricoperto anche il ruolo di “ministro ombra” negli anni 80), prima di ricoprire il ruolo di Leader della Camera aveva ricoperto quello di ministro degli esteri. Il passaggio di carica suona come licenziamento, come un pensionamento preventivo, a seguito delle divergenze tra lui e Blair proprio sul tipo di rapporto da tenere con l’amministrazione nord-americana di cui Cook chiedeva una ridefinizione dopo l’elezione di Bush, ovviamente sempre all’interno di un quadro che preservasse gli interessi imperialisti. A scanso di equivoci va ricordato che Cook non si è mai mostrato tenero con l’Iraq di Saddam, e non ha avuto nulla da ridire riguardo ai bombardamenti del 1998 su Baghdad.

Ora, se questo era il livello dello scontro e delle tensioni presenti nel governo britannico, che nella salvaguardia degli interessi imperialisti e della sua special relationship con gli USA non ha mai sbandato, perlomeno a partire dal 1956, dalla crisi di Suez, figuriamoci cosa ha rappresentato in quel momento la posizione di contrarietà alla guerra dalla Francia del neo-gaullista Chirac e della Germania guidata dal cancelliere Schroeder.

Nei giorni che precedono l’intervento militare, ma in generale durante tutta la crisi irachena, i ministri francesi e tedeschi parlano al’unisono, dicono pubblicamente e a tutti i media che la guerra è evitabile. Inoltre danno vita ad azioni diplomatiche di grande rilevanza: basta ricordare il vertice a 3 a cui si aggiunge ai due paesi europei la Russia, rappresentata da Lavrov, già al tempo ministro degli esteri. Il senso del vertice è quello di mostrare che la comunità internazionale non è tutta a sostegno del’intervento, il tentativo che sta dietro a questo vertice è quello di scongiurare la guerra, o perlomeno di avvertire che non verrebbe condotta con l’avallo dell’ONU. Subito dopo questo incontro (una colazione di lavoro con al centro la questione irachena) Dominique de Villepin vola a Roma per incontrare Franco Frattini, che è di tutt’altro avviso. Inoltre tenta la strada della diplomazia vaticana, e dopo l’incontro con Frattini va in udienza dalle gerarchie ecclesiastiche.

Poco prima dello scoppio della guerra Giovanni Paolo II riceve il segretario dell’ONU, il vicepremier iracheno Tareq Aziz, Berlusconi, i primi ministri di Gran Bretagna e Spagna (tutti e tre favorevoli alla guerra) e il ministro degli esteri tedesco per tentare una via diplomatica alla questione irachena e per mediare tra le varie parti in gioco.

L’appoggio delle Nazioni Unite all’intervento militare sembra difficile da ottenere. L’ultima iniziativa per la ricerca di questo appoggio è affidata al segretario di Stato degli USA Colin Powel, che il 5 febbraio 2003 espone un dossier che certifica la presenza di armi chimiche e di distruzione di massa in Iraq, l’aumento della loro produzione, e infine l’intenzione di usarle da parte di Saddam. Tuttavia il Consiglio di Sicurezza respinge la possibilità di un intervento militare diretto, con il voto determinante della Cina. Gli USA allora decidono di sgarnciarsi da questa istituzione internazionale e di agire di propria iniziativa con una coalizione di stati pronti a sostenerli.

Nel frattempo cominciano delle mobilitazioni enormi e il movimento pacifista consegue un successo notevole. Questo avviene anche grazie, ma non solo, a questa spaccatura interna agli stati europei che ha una grande eco mediatica, che riflette un dibattito non omogeneo interno ai maggiori partiti europei, e trasversale al PPE e al PSE. Inoltre vi è una parte importante del mondo cattolico contraria alla guerra. L’opposizione alla politica americana è visibile in tutte le città italiane, con le bandiere della pace appese ai balconi e gli adesivi con la scritta “NO ALLA GUERRA” attaccati ovunque, persino dietro alle macchine. La mobilitazione dei partiti comunisti e delle forze progressiste, assieme a tutte quelle organizzazioni che si oppongono alla guerra, porta in piazza a Roma tre milioni di persone. Una manifestazione imponente. Iniziative contro la guerra vengono organizzate nelle piazze di tutte le città. Quello che matura dentro questo contesto non è solo una contrarietà etica alla guerra, ma la crescita di una coscienza che identifica negli interessi economici monopolisti il nemico ed il principale pericolo per la pace. Questo conteso si respira in ogni dove. Il 15 febbraio in 800 città di tutto il mondo si contano oltre 10 milioni di manifestanti contro la guerra. La campagna contro l’intervento militare continua a crescere e si radica ovunque, sembra contenere degli elementi di futuro, sembra sedimentare una maturità politica.

Ora dobbiamo fare un salto di poco meno di dieci anni e arrivare al 2011. Sull’onda delle cosiddette “primavere arabe” scoppia in Libia una rivolta, palesemente etero-diretta dall’esterno. Contro il governo libico la macchina del fango mediatica che abbiamo visto in azione in Jugoslavia e in Iraq, come in moltissime altre occasioni, viene nuovamente riattivata. Si parla di bombardamenti di civili, fosse comuni, torture e omicidi di massa. Ovviamente tutte notizie che al termine dell’invasione verranno smentite. Il dittatore Gheddafi sembra deciso a tutto pur di mantenersi al potere contro un popolo inerme che invece vuole la democrazia. Ovviamente questa è solo la narrazione dell’ideologia dominante, che vuole togliere di mezzo chi non esegue i diktat imperialisti nella regione.

Tuttavia poco a sostegno della pace e contro la guerra si è mosso, e anche molte organizzazioni che non avevano esitato a scendere in piazza contro la guerra all’Iraq, anche molte organizzazioni della sinistra, sono rimaste imbrigliate tra un anti-berlusconismo di maniera che riconosceva in Gheddafi una figura da eliminare per il solo fatto di essere erroneamente etichettata come “amico di Berlusconi”, e dall’altro lato una retorica ribellista e movimentista in cui la questione imperialista viene mistificata per sostenere ogni sommovimento, a prescindere dalla sua collocazione internazionale e dalla sua natura. Queste forze in una prima fase sono anche scese in piazza contro il governo libico inalberando la bandiera di re Idris, sconfitto proprio dalla rivoluzione guidata da Gheddafi.

Quella macchina del fango che non aveva fiaccato il movimento della pace nel 2003 sembra invece aver lavorato bene. Inoltre, nel caso della guerra in Libia, la Francia ha giocato un ruolo attivo, promotore dell’intervento militare, mentre la Germania, contraria all’intervento, ha evitato di giocare lo stesso ruolo avuto nel 2003 e di esporre in modo determinato la propria contrarietà.

Qualche mese dopo, lo schema libico viene riprodotto in Siria. La macchina del fango è sempre in azione. Ora si parla di armi chimiche che il governo di Assad starebbe utilizzando contro i cosiddetti ribelli, che in realtà sono milizie armate supportate da potenze straniere, anzi, vi è chi sostiene, non senza prove e documentazioni, che la maggioranza dei combattenti in Siria è straniera.

Il grimaldello delle armi chimiche viene sventolato proprio nel momento in cui l’esercito siriano recupera notevolmente terreno nella guerra interna. A questo punto si presenta la necessità di un evento che spinga velocemente verso un intervento diretto. E per ottenere ciò cosa vi è di più utile che sostenere la necessità di un intervento militare contro chi sta utilizzando le armi chimiche?

Probabilmente queste armi chimiche in mano siriana sono le stesse che Saddam stava per utilizzare e che non sono mai state trovate. Forse proprio Saddam prima che le “forze del bene” arrivassero a Baghdad era riuscito a farle uscire dal paese e a nasconderle in Libia, e Gheddafi le avrebbe poi inviate in Siria. Forse proprio da Damasco viaggeranno presto verso l’Iran?

Sul paese che ha come capitale la città teatro della conversione di Paolo sono state dette menzogne e falsità atroci, esclusivamente per legittimare un intervento militare che per ora è stato evitato grazie al ruolo di Russia e Cina che si stanno proponendo come un ostacolo forte ad ogni tentativo di guerra. Vi è stato il tentativo di trasformare questo paese in un teatro di guerra religiosa ed etnica, ma credo che si possa affermare senza troppa difficoltà che è proprio uno dei suoi tratti distintivi la convivenza e la fratellanza tra confessioni differenti.

Tuttavia la probabilità di un intervento si fa sempre più grande, ma anche per quanto riguarda la Siria il movimento per la pace sembra silente e le iniziative contro i tentativi di guerra sono sporadiche ed isolate.

L’esercizio che è opportuno fare è quello di astrarre dal giudizio sul singolo governo, ma adottare come principio quello della lotta anti-imperialista e della sovranità nazionale, e quindi soffermarci a riflettere sul perché nel caso iracheno abbiamo assistito ad un movimento poderoso, mentre per la Libia e la Siria le stesse organizzazioni che nel 2003 avevano dato vita ad una grande mobilitazione, oggi hanno tutt’altre posizioni.

Il passaggio è chiaro, siamo di fronte ad un consolidamento dell’imperialismo europeo, ad un accentramento di quegli interessi imperialisti che oggi devono assolutamente compattarsi per controbilanciare il sorgere di una nuova configurazione di stati che metta in discussione l’ordine internazionale così come lo abbiamo conosciuto dalla fine della guerra fredda.

L’imperialismo agisce sul piano diplomatico e militare in modo chiaro, con interventi militari tesi a spodestare chi non garantisce i suoi interessi, minando e distruggendo la sovranità e l’integrità nazionale, come nel caso libico, affinché possa trarne maggiori benefici. Sul piano ideologico, grazie al suo potenziale mediatico, riesce a far passare atti di terrorismo che degenerano in guerra civile, finanziati da potenze esterne, per ribellioni contro le dittature e legittime aspirazioni democratiche.

Sono il consolidamento dell’imperialismo europeo e del suo apparato ideologico e il processo di integrazione regionale come costruzione di un polo imperialista, gli elementi che determinano il passaggio di fase a cui abbiamo assistito in questi anni e di cui numerose forze di sinistra hanno subito l’influenza, forse senza nemmeno accorgersi. È questa anche la causa dell’assenza di un movimento per la pace come lo abbiamo visto nel 2003, in cui nella testa di chi scendeva in piazza non c’era la discussione sulla bontà o meno di Saddam, ma una condanna netta di una guerra disastrosa, condotta esclusivamente per interessi economici, che produceva morte e distruzione.

Inoltre è opportuna un’altra considerazione. Vi è a sinistra chi sostiene che sia possibile un’inversione dei rapporti di forza dentro le istituzioni europee, e che il campo del PSE possa, se ben sostenuto dalle forze più di sinistra interne allo stesso PSE o esterne, invertire la tendenza delle politiche di austerity. Faremmo invece bene a chiederci in quale direzione la crisi economica e le dinamiche internazionali che mutano l’assetto globale del potere spostano i rapporti di forza nel panorama generale politica europea. Oggi vediamo tutti i partiti del PSE e del PPE a sostegno di interventi militari in Medio Oriente. Forse qualcosa è cambiato, ed è cambiato profondamente, l’accentramento degli interessi imperialisti prevale e una dinamica di inversione di questa tendenza sembra veramente difficile, anzi, si andrà sempre più verso un rafforzamento della politica imperialista.

In questo quadro la lotta contro la guerra spetta ai comunisti, non per una opzione morale, ma perché gli interessi che oggi minano la pace a livello mondiale, sono gli stessi che impongono in Europa le politiche di austerità, e i piani non sono separati.

La lotta per la pace e contro l’imperialismo su scala mondiale è la stessa che nel nostro paese combattiamo contro le politiche di tagli e di massacro sociale che il governo delle larghe intese (non a caso assistiamo ad una convergenza tra PDL e PD), porta avanti, e che non sono per nulla dissimili, ma anzi hanno la stessa matrice delle politiche di austerità condotte negli altri paesi del nostro continente.

La connessione tra questi due piani ha anche dei legami diretti. Tutti conoscono la spesa pazza per gli F-35, soldi sottratti alla scuola, alla sanità, alle pensioni e allo stato sociale. E scegliere di spendere in armamenti piuttosto che in istruzione la dice lunga sul ruolo che il nostro esercito dovrà avere nel contesto della NATO. Ancora, scegliere di impiantare il MUOS a scapito della salute dei cittadini, e allo stesso tempo abdicando alla sovranità nazionale, la dice lunga su quanto questo governo sia disposto ad ascoltare gli interessi imperialisti piuttosto che la voce di chi non vuole quel mostro radioattivo.

L’inversione dei rapporti di forza non avviene dentro uno schema prettamente istituzionale, pensare questo è politicismo, significa non riconoscere che le istituzioni sono il risultato dei processi sociali e della lotta di classe, e non un prodotto neutro. Inoltre significa non considerare la forza plasmante degli equilibri internazionali dentro cui gli stati sono collocati. Quelli che vanno invertiti sono i rapporti sociali, non quelli politici, che dei rapporti sociali e degli equilibri internazionali sono un riflesso sovrastrutturale. Dobbiamo avere la capacità di costruire un blocco sociale forte che influisca e determini queste scelte, e non ribaltare il piano del ragionamento. Per fare questo vi è la necessità di un forte partito comunista che faccia della lotta a queste politiche la sua bussola.

di Franco Tomassoni, Segreteria nazionale FGCI

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