L'indignazione selettiva colpisce ancoraTribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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L’indignazione selettiva colpisce ancora

L’indignazione selettiva colpisce ancora

Ci risiamo. I cosiddetti “Black Bloc” devastano la città e il giorno successivo ecco il consueto coro di indignazione che chiede “tolleranza zero” contro i manifestanti, magari evocando macellerie messicane o genovesi. Tutto bene, non fosse che si tratta spesso di persone che accendono o spengono la loro indignazione a comando, a seconda cioè del peso che i media danno a una vicenda piuttosto che a un’altra. No alla violenza allora, ma a dirlo non possono essere gli stessi che quando la violenza era usata dalla piazza contro governi ritenuti “cattivi”(vedi il Maidan in Ucraina), erano stati i primi ad esaltarla come “lotta per la libertà” e non come teppismo e terrorismo.

Iniziamo con un tentativo di definizione: Dicasi “indignazione selettiva” quel processo che consta nell’esternare la propria indignazione e la propria rabbia nei confronti di qualcosa ritenuto sbagliato o immorale ma solo nei confronti di “qualcosa”, appunto, non nei confronti delle ingiustizie nella loro totalità. Purtroppo si tratta a nostro dire di un grave vulnus che affligge la nostra società e che rischia di rendere poco credibile l’indignazione nel suo complesso. Come è possibile infatti che ci sia qualcuno pronto a evocare “10,100,1000 Diaz” contro i Black Bloc, oppure fucilazioni di massa (si legge questo e altro nei commenti del post-devastazioni del No-Expo), oppure di “chiudere le piazze e andarli a prendere uno a uno” , e invece rimanere silenti quando non indifferenti di fronte ad altre ingiustizie? Senza coerenza diventa davvero difficile seguire questi cavalieri dell’indignazione selettiva. La violenza è sempre e comunque sbagliata, ovviamente, eppure sembra quasi che qualcosa faccia indignare più di altro. E la colpa non è delle persone che si indignano a comando, semmai del sistema mediatico che lavora proprio in questo senso, cercando di provocare l’indignazione collettiva su certi temi e non su altri. Ed è uno schema che funziona benissimo in quanto, realmente, l’opinione pubblica del XXI secolo sembra davvero orientarsi a “comando”. Contro i Black Bloc infatti, a torto o a ragione non sta a noi dirlo, i media sollecitano una indignazione globale e senza appello, mentre invece quando i Black Bloc operano altrove, magari in luoghi esotici come la Siria, la Libia. l’Ucraina, ecco che i “ribelli” diventano freedom fighters in lotta per la libertà. Eppure anche a Kiev i manifestanti bruciavano macchine, realizzavano barricate e lanciavano petardi e pietre (se non spari) contro la polizia! Eppure i media dicevano che no, quello non era teppismo, era il grido di un popolo oppresso dalla corruzione del dittatore Yanukovich, e quindi sì, la rabbia popolare andava bene. Tutti i vari opinionisti facevano a gara nell’esaltare la rabbia popolare contro l’ingiustizia, ma questo solo perchè avveniva ben lontano da casa loro, e soprattutto perchè alla Casa Bianca erano ben soddisfatti del regime change in atto. Ma non vale invece per Baltimora e Ferguson, negli Stati Uniti, dove la rabbia della popolazione afroamericana contro la brutalità della polizia diventa una semplice questione di ordine pubblico, una semplice rabbia di teppisti che la “democrazia” americana riuscirà facilmente a disinnescare. Così però, il Re è nudo, e questi opinionisti hanno smarrito ogni stilla di credibilità. Se uno è contro la violenza, allora deve esserlo con coerenza, sempre e comunque, altrimenti semplicemente perde di credibilità e diventa un “fazioso”, un “partigiano”. Non che ci sia niente di male dal momento che noi la pensiamo come Antonio Gramsci e odiamo gli indifferenti, e infatti noi non ci vergogniamo a dire da che parte stiamo e quelle che sono le nostre idee. Diventa però particolarmente triste osservare questi giornalisti e opinionisti indignarsi per Tizio ma non per Caio, esaltare Gianni ma non Mario, parteggiare per i Black Bloc ucraini e chiamare figli di papà e teppistelli quelli di Milano. Insomma, ognuno si tenga le proprie idee, ma almeno cerchiamo di seguire una semplice direttiva: la coerenza.

Gracchus Babeuf

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