L'industria di Stato al servizio di chi?Tribuno del Popolo
mercoledì , 18 gennaio 2017
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L’industria di Stato al servizio di chi?

L’industria di Stato al servizio di chi?

Secondo il presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi, saranno necessarie ”scelte dolorose”  per risanare l’industria metalmeccanica di Stato. La notizia, apparsa sul Sole 24 Ore di Giovedi 29 marzo, prospetta la dismissione  di alcuni settori del gruppo, perché,a detta anche del dg Pansa ,bisogna investire ”nei business di successo”. Nel mirino delle cessioni di Finmeccanica ci sarebbero i gruppi controllati Ansaldo Breda, Ansaldo Sts e Ansaldo Energia,quest’ultimo  già sotto l’attenzione del colosso transnazionale Siemens.

Fonte: Marx21.it

Esiste una  trattativa in corso invece, nel caso di Ansaldo Breda e Sts, con la multinazionale Hitachi per l’acquisizione di un considerevole pacchetto di capitale. La questione  viene letta con preoccupazione dai sindacati  che denunciano come dietro questi riassetti si nascondano veri e propri piani di dismissioni: secondo Marco Bentivoglio (Fim-Cisl) non si capisce perché “..debbano essere ceduti soggetti produttivi tra i più’ competitivi dell’industria statale”  mentre Massimo Masat,coordinatore nazionale di Fiom-Cgil parla apertamente di “..svendita dei gioielli di famiglia,saldi di fine stagione. E’ inaccettabile che si possa procedere a trattare con soggetti che, una volta rilevate le aziende concorrenti, lo hanno fatto esclusivamente per procedere alla loro dismissione”. In realtà, questo imponente processo di accentramento e concentrazione del grande capitale, venne già ampiamente  analizzato da Lenin cento anni fa in “Imperialismo Fase suprema del capitalismo”.

Oggi la decomposizione del sistema capitalistico e le contraddizioni sempre più’ stridenti dell’imperialismo hanno accelerato il processo di privatizzazioni dei servizi, delle aziende ancora di proprietà statale, e la classe operaia viene schiacciata dallo sfruttamento imposto dal grande capitale economico/finanziario. I cartelli monopolistici ottengono dai governi la sottrazione delle imprese statali, finanziamenti a fondo perduto e a tasso agevolato, incentivi per le esportazioni, politiche economiche di assoluto favore, ed accentuano la spogliazione di gran parte della popolazione. Come ebbi modo di scrivere tempo fa, durante il fascismo mussoliniano si ebbe la totale fusione tra potere statale e potere oligarchico: 112 senatori,125 deputati,numerosi membri del Partito Fascista erano inseriti nei consigli di amministrazione delle principali società anonime italiane, ed in estrema sintesi ogni capitalista diventava, nella sua azienda, rappresentante diretto del potere statale. A sua volta,il governo fascista era totalmente piegato ed asservito agli interessi del grande capitale,che stabiliva la programmazione economica dirigendo interi settori strategici, fissando i prezzi delle materie prime e dei salari, e costringendo lo Stato a distribuire ingenti risorse finanziarie alle loro stesse aziende in difficoltà. Lo Stato, con la creazione dell’Iri, si accollò il gravoso compito di salvare le aziende e gli istituti di credito privati per tutelare gli interessi della borghesia, minacciati dalla grande crisi del 1929-33, e dopo averli robustamente ricapitalizzati, li riconsegnava svendendoli ai potentati economici del paese. A conferma di quanto detto, è sufficiente ricordare che lo stato italiano ha speso, dal 1920 al 1955, più di 1.650 miliardi di lire per acquisire le azioni delle banche e delle aziende in crisi. La sola Iri, dalla sua fondazione al 1958, ha rivenduto invece ai grandi monopoli privati azioni redditizie per un valore di 490 miliardi di lire dell’epoca. E’ allora ben comprensibile l’ironia di chi definiva l’istituto, l’ente  della nazionalizzazione delle perdite.

I governi nazionali hanno dunque costantemente protetto i capitalisti da ogni rischio e tutelato i loro profitti, depredando i lavoratori con le imposte. Il reddito nazionale,attraverso imposte dirette e indirette, è concentrato dallo stato e redistribuito ai grandi gruppi privati,in misura sempre crescente, basti pensare che ad inizio secolo la percentuale delle imposte  era minima, ma già a meta’ anni sessanta rappresentava un quarto abbondante ed oggi superiamo alla grande il 50% del reddito nazionale. Nel secondo dopoguerra, sulla spinta di crescenti lotte operaie e democratiche, ci fu un forte sviluppo della proprietà statale: i grandi industriali, non volendo approntare ingenti investimenti di capitale,incoraggiarono lo stato a costruire nuovi complessi petrolchimici e siderurgici, garantendosi pero’ gli appalti delle costruzioni e delle produzioni, ed usando l’azienda pubblica in funzione dell’assoluto interesse privato. Eloquente in tal senso  è stata la costruzione della rete autostradale da parte dello stato e il diktat imposto dal gruppo FIAT al trasporto merci nazionale, che in questo paese si effettua, guarda caso, totalmente o quasi su gomma.  Senza nessun rischio, si ottenevano in tal senso profitti elevati, mentre la nazionalizzazione di alcuni settori non redditizi era orientata a garantire in ogni caso il profitto massimo dei monopoli. Molto vantaggiosa per loro risulto’ ad esempio la nazionalizzazione dell’industria elettrica: il prezzo che i magnati ottennero dallo stato per la vendita  (se non ricordo male, duemila miliardi di lire nel 1960) non avrebbero mai potuto strapparlo a nessun privato. Tuttavia i cartelli mal sopportano la proprietà pubblica e spingono sempre per l’acquisizione totale delle ricchezze nazionali, anche perché è dimostrato, in maniera evidente, che l’economia può fare a meno dei capitalisti. La proprietà statale è accettata solo in quanto fattore temporaneo, e comunque utile al rafforzamento della proprietà privata del capitalista. Negli anni ottanta il processo di privatizzazioni ha vissuto una profonda accelerazione, in concomitanza con la crisi del socialismo reale, e con l’imposizione di un sistema  di valori tipicamente borghese e reazionario, che aveva in Reagan il suo ideologo e massimo interprete. In Italia i riassetti industriali tra le poche famiglie del grande capitale sono avvenuti grazie all’intermediazione di istituti bancari pubblici come Mediobanca, mentre l’Iri iniziava le sue svendite. La cessione,e successiva dismissione,dell’Alfa Romeo alla Fiat fece gridare allo scandalo, ed ebbe come scopo quello di eliminare ogni concorrenza ad Agnelli, di far accrescere il suo potere economico, di rafforzare la sua leadership nel settore auto anche fuori dai confini nazionali. Il tutto a discapito degli interessi nazionali e della classe operaia, espulsa in massa dalla fabbrica e dal sistema produttivo. Da li a pochi anni l’Iri e tutte le strutture pubbliche verranno smantellate e consegnate ai privati, dimostrando purtroppo nei fatti quanto analizzato fin’ora. Anche il caso Alitalia e la pseudo cordata CAI di pochi anni fu vergognoso, e non serve soffermarvisi in quanto la vicenda la ricordiamo tutti. In questo paese l’Iri ( che in un determinato momento storico fu la più grande azienda industriale fuori dagli Stati Uniti), l’Eni ed altre strutture pubbliche avevano i mezzi per acquisire altri gruppi industriali, per essere concorrenziali rispetto alle grandi famiglie monopolistiche, ma ciò non è avvenuto per il ruolo subordinato e di totale asservimento dello stato ai gruppi privati. Le aziende pubbliche hanno in estrema sintesi  ricapitalizzato le imprese private, anche attraverso partecipazioni in azionariato , sistemi di proprietà misti, attraverso finanziamenti pubblici e finanziamenti  per le esportazioni, crediti a tassi agevolati, sovvenzioni per la ricostruzione d’impresa, fino alla svendita totale dell’azienda allo sciacallo privato di turno, il tutto in nome del profitto ed a discapito del lavoro.

Ai comunisti spetta contrastare il processo di privatizzazione portato avanti dai monopoli, perché pur avendo coscienza dei limiti dell’industria statale sotto il dominio del  grande capitale, queste lotte favoriscono un contesto generale più democratico ed avvicinano maggiormente tutta la società al punto di vista della trasformazione socialista. In effetti, storicamente si può notare come, all’interno del sistema produttivo statale, nascano contraddizioni tra la necessita’ di realizzare profitto e le necessità politiche che emergono dalla lotta di classe. Queste contraddizioni hanno talvolta permesso il superamento della logica del profitto. Viviamo un’epoca storica e politica drammatica: l’accentramento delle ricchezze in poche mani, la conseguente direzione dell’economia da parte di un pugno di famiglie del grande capitale produce automaticamente un rafforzamento del potere politico in un’ottica sempre più reazionaria ed autoritaria, genera nuove forme di fascismo ed accentua le perversioni imperialistiche: colpi di stato,guerre,genocidi. Nel cuore dell’Impero si scatena una mattanza sociale senza precedenti rivolta contro i lavoratori ed il popolo, ma che mano mano proletarizza interi strati di società: Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, la stessa popolazione degli Stati Uniti pagano in prima persona la sete di accaparramento  di pochi potentati senza ritegno,senza morale né prospettiva storica. La classe operaia, i lavoratori devono farsi carico della grande responsabilità  di assumere la direzione politica della lotta, scardinare culturalmente e materialmente  queste minacce e aggressioni  che impediscono all’umanità il suo naturale sviluppo, verso una società democratica e socialista.

Erman Dovis

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Un commento

  1. Giuseppe Belfiore

    Ancora disoccupazione con tutti quegli intrighi , quella corruzione a livello nazionale e internazionale , dopo tantissimi scandali accertati ; la crisi di questa azienda viene addossata tutta sui lavoratori , mentre i cdA si sono arricchiti . Bella storia di malaffare politico e amministrativo delle risorse delle tasse che paghiamo !! Per quanto ancora dobbiamo sopportare?

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