L'insostenibile leggerezza del pacifismo fine a se stessoTribuno del Popolo
venerdì , 26 maggio 2017
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L’insostenibile leggerezza del pacifismo fine a se stesso

La “Pace”, intesa come assenza di guerra, è una cosa bellissima. Purtroppo però viviamo in un mondo dove il concetto stesso di “pacifismo” ha subito un mutamento radicale al punto che spesso persone che in buonafede lottando per la pace, azionano indirettamente meccanismi portatori di guerra. 

Siamo consapevoli che questo articolo potrebbe ingenerare polemiche, lo sappiamo, e del resto scriviamo anche per questo, ovvero per svegliare le coscienze e sviluppare dibattito in un senso o in un altro. L’assenza di dibattito è sicuramente segno di ristagno del pensiero, per questo motivo abbiamo scelto di parlare del concetto di “pacifismo”, un concetto già ampiamente analizzato da Domenico Losurdo nel suo libro “La Non Violenza una storia fuori dal Mito“. Il concetto principale che ci preme affrontare con chiarezza è proprio quello di chiarire di quale pacifismo si sta parlando, ovvero di chiarire se sia un vero pacifismo inteso come volontà di costruzione di una società che estrometta quello che porta al conflitto,  oppure un tentativo di fomentare l’opinione pubblica contro quello che viene identificato come pericolo per un determinato tipo di pace, ovvero quella pace che permette a qualcuno di vivere in condizioni migliori di qualcun altro. Ci spieghiamo subito meglio: Come è possibile essere per la pace e per un mondo privo di conflitti quando pochi milioni di esseri umani vivono nella ricchezza mentre altri miliardi di esseri umani vivono nella miseria più nera? Invocare la pace senza criticare fortemente la società nel suo complesso significa sostanzialmente voler sigillare lo status quo e obbligare quei miliardi di persone a rinunciare anche solo a coltivare il sogno di un futuro riscatto sociale. Per chi si trova nella fascia privilegiata dell’umanità è fin troppo comodo invocare la “fine delle guerre”, anche perchè la guerra o la minaccia della stessa è sostanzialmente, e lo diciamo a malincuore, l’unico mezzo con il quale si può realmente sognare di cambiare il mondo e di porre fine alle ingiustizie sociali e alle violenze. Prendiamo come esempio il mondo anglosassone: da secoli i britannici prima e gli americani poi hanno sempre ammantato le loro azioni militari come volti a preservare la pace, ma di quale pace si sta parlando? Non si sta parlando della pace intesa come valore universale bensì della loro pace, la pace che permetteva loro di conservare il privilegio e la forza di coercizione nei confronti degli altri, e infatti erano e sono i primi a utilizzare la violenza quando i loro interessi non vengono più garantiti dalla “pace”. Così chi attacca un Paese che esercita il suo predominio diretto o indiretto nei suoi confronti diventa un “terrorista” o un “nemico della pace”, identificando così per pace solo quella condizione che permette agli oppressori di esercitare oppressione sugli oppressi. Insomma invocare il “pacifismo” quando si siede nella parte privilegiata del mondo è semplicemente un controsenso e forse un modo per mettersi a posto la coscienza ma nulla più, anzi si finisce per andare incontro a un corto circuito per il quale le istituzioni politiche fingono di accettare i principi del pacifismo in modo da ammantare le proprie azioni di un valore morale quando in realtà si tratta di semplice logica di potenza. Beninteso il sogno che il mondo accetti il pacifismo con una sorta di “rivoluzione morale” e decida di aderirvi senza condizioni è un sogno che condividiamo, ma è solo un sogno. Nessuno mai accetterà di privarsi di parte di quello che ha per darlo a chi non ha nulla ponendo così fine realmente a quelle ingiustizie di fondo che ingenerano conflitti, nessuno ammetterà mai le proprie colpe per paura di avvantaggiare i propri nemici, così continuare a propugnare un pacifismo d’accatto e patinato sarà in realtà un servizio svolto a favore dell’oppressore più potente, quello cioè che possiede i mezzi adeguati a presentare sè stesso come l’unico garante della pace e tutti coloro che lo mettono in discussione come “terroristi”.  Saranno le forze egemoni, gli Usa nel nostro secolo, a definire chi combatte contro i propri interessi come un “dittatore o terrorista”, mentre chi combatte per consolidare i loro interessi come “patriota per la pace”. Seguendo questo schema i ribelli che combattevano contro Gheddafi e Assad ci sono stati presentati come partigiani in cerca di democrazia e di pace, mentre i palestinesi, l’esercito siriano e i partigiani filorussi in Ucraina vengono presentati come rimestatori di odio. Senza capire che il pacifismo nel nostro mondo viene utilizzato come propaganda di guerra per coprire gli interessi di classi sociali e Paesi, purtroppo la ricerca della pace, quella vera, rimarrà una utopia.

Gracchus babeuf

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