L’inutilità delle primarie e la fine del PdTribuno del Popolo
lunedì , 22 maggio 2017
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L’inutilità delle primarie e la fine del Pd

A pochi giorni dal primo scrutinio utile per l’elezione del Presidente della Repubblica campeggia ancora il caso Cofferati, uscito dal Partito Democratico dopo aver perso le contestate primarie per la scelta del candidato alla guida della Regione Liguria.

Della vicenda si è scritto molto sui media, con l’ex sindacalista Cgil che, dopo aver contestato per presunte irregolarità la vittoria dell’avversaria Raffaella Paita (55% dei voti nonostante l’annullamento di 13 seggi) ha innescato una forte polemica con i vertici del Partito conclusasi con l’uscita dell’esponente di rilievo della sinistra democratica dal soggetto politico. Un episodio che rischia di complicare l’elezione del Capo dello Stato. Il come lo ha spiegato Stefano Fassina in mattinata: per l’elezione del Presidente ci vuole “il massimo coinvolgimento possibile delle forze di opposizione” e “certamente – queste vicende – non aiutano a costruire un clima positivo”. Parole che fanno il paio con quelle di altri esponenti dell’attuale minoranza, segno che quella per l’elezione del successore di Napolitano potrebbe essere l’occasione per una resa dei conti in casa democratica. Del resto dopo 24 ore di silenzio anche stamane Cofferati è tornato a parlare. “Vedo che Renzi va in televisione a darmi dell’ipocrita, che i vicesegretari bollano come inspiegabile e ingiustificato il mio addio al Pd. Solo insulti e offese. Se un partito, invece di chiedersi le ragioni delle dimissioni di uno dei suoi fondatori, reagisce così, siamo alle frutta. Anzi, ormai al digestivo” ha dichiarato l’ex leader Cgil in un’intervista a Repubblica. 

L’affermazione però non pesa solo per il tono dell’accusa a Renzi, bensì riporta in primo piano la discussione sul vero strumento che governa il PD e che ha accompagnato l’ascesa dell’attuale premier: le primarie. L’abbiamo scritto più volte e la realtà continua a confermare le osservazioni del passato: le primarie sono uno strumento pericoloso, specie se fatte come in Italia. Una storia travagliata la loro, che comincia con i 4milioni di voti del 2005 che individuarono in Prodi il candidato dell’allora Unione, passando per la vittoria di misura di Nichi Vendola su Francesco Boccia, per le polemiche che portarono al loro annullamento a Napoli e Caserta, e, dolcis in fundo, per i casi atipici rappresentati dalle primarie per l’elezione del segretario del PD (la nomina di Bersani e Renzi è avvenuta secondo questo schema). Una grande occasione di mobilitazione e, al netto di ogni ipocrisia, un funzionale mezzo di finanziamento del partito (visto che si è sempre chiesto un contributo per poter votare). Per il resto le primarie sono sempre state occasione di tante polemiche. 

Il punto non è nella legittimità dello strumento, bensì nella sua effettiva utilità nell’ottica di un vero Partito degno di questo nome. Il comune denominatore di tutti i confronti elettorali interni al Pd è sempre stato rappresentato dalla sensazione di un certo condizionamento dei risultati da parte di fattori endogeni ed esogeni a quelli della formazione politica di centrosinistra. Nel caso del voto per Prodi o Veltroni l’elezione fu più l’occasione per la legittimazione popolare che desse più forza ad un candidato già scelto dalla segreteria, negli ultimi casi, primo fra tutti quello che ha visto la vittoria di Renzi, le criticità sono state rappresentate dalla possibile partecipazione di elettori di centrodestra a sostegno dell’ex sindaco di Firenze. Una prospettiva non troppo lontana dalla realtà, specie in un contesto politico non più polarizzato come un tempo, nel quale Renzi e Berlusconi si sono ritrovati a giocare di sponda. Ma cos’è che porta un partito come il Pd a doversi prestare ad un simile gioco?

La risposta a questa domanda dimostra tutta la veridicità delle parole di Sergio Cofferati che, con l’amaro in bocca dell’ennesima sconfitta rimediata rispetto ai suoi avversari interni, ha constatato di essere stato in “un partito alla frutta”. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. E difatti se è vero che le primarie per definizione sono quello strumento attraverso il quale gli elettori o i militanti di un partito decidono chi sarà il candidato della loro formazione politica per un qualsiasi appuntamento elettorale, è difficile spiegare a cosa serva allora conservare la struttura del partito politico anch’essa per definizione votata, oltre all’organizzazione dell’attività politica dei militanti, anche alla selezione dei candidati alle cariche pubbliche attraverso un sistema di congressi che dalla sezione territoriale si espande sino alle sedi decisionali nazionali. Appurato che è ormai da anni che il Pd non è più quel soggetto di aggregazione di massa capace di organizzare davvero una qualche attività di militanza che faccia egemonia nel panorama politico del Paese, è evidente che aprirsi alle primarie rappresenta una presa d’atto che nemmeno la struttura di selezione e controllo dei candidati funziona più. Significa constatare che evidentemente i risultati dei congressi non sono più espressione della volontà degli elettori-militanti; una delle due: o le sezioni sono vuote o le discussioni politiche sono finte, sterili e cristallizzate dalle logiche della contrapposizione tra correnti. 

Un po’ l’una e un po’ l’altra. Il risultato è quello di un sedicente Partito che non riesce più a recuperare il contatto col proprio elettorato: gli elettori sono da una parte, i militanti da un’altra, i dirigenti politici chiusi nelle stanze. E quando questi ne escono si consuma il dramma. L’elettorato è infatti nel frattempo divenuto così fluido da non essere davvero più riconoscibile. Ecco che quindi anche le primarie più organizzate e con le regole più ferree si prestano a facili condizionamenti: se si aprissero solo agli iscritti oggi ci andrebbero solo in qualche migliaia, se si ammettono, come successo nel caso Cofferati, tutti gli elettori, è possibile ritrovarsi ai seggi coi fan di Berlusconi. Nessuna delle due ipotesi è giusta, maentrambe tremendamente reali e potenzialmente autodistruttive per un partito. La conseguenza di ciò è il venir meno dell’esigenza stessa di un’organizzazione, che diventa cartello elettorale. Il sistema ha retto finché i dirigenti non erano ancora consumati da anni di fallimenti; soprattutto reggerebbe se si adottasse ad una vera coalizione dove per definizione mancherebbe una struttura omogenea e ci sarebbe la necessità per vari soggetti politici di misurarsi (non è un caso che solo le primarie in Puglia con l’elezione di Vendola rappresentino un successo in tal senso). Ciò non vale più nel momento in cui il Partito le concepisce come strumento di regolazione dei contrasti interni. Un processo autodistruttivo che è già in piedi e la cui prima conseguenza politica è la prevalenza sempre e comunque di candidati centristi, non invisi al centrodestra. Con buona pace di tutte le politiche progressiste sognate da Civati e compagni.

Tutto questo ha poi un preciso aggravante che accomuna renziani e sinistra Pd: l’ipocrisia. Le primarie non sono uno strumento demoniaco. Negli USA vigono ormai da più di 150 anni, ma non a caso esse sono la risposta alla trasformazione dei partiti in cartelli elettorali, grandi contenitori divisi in correnti e interessi lobbistici che si riuniscono attorno a quei nomi che si fronteggiano nella campagna elettorale. Semplicemente bisognerebbe spiegare agli elettori del centrosinistra che sì, si è fallito su tutta la linea, si è distrutto un partito di massa e che politiche progressiste e di sinistra sotto il simbolo PD non potranno mai più essere intraprese. Un compito che spetta soprattutto a Civati, Fassina, D’Alema, Cuperlo e da ultimo Cofferati. Bisognerebbe spiegare questo tutti i giorni agli elettori invece di lagnarsi solo quando si perde.

 

 

 

 

Fonte: Oltremedianews

 

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