L'ipocrisia, l'altra faccia del razzismoTribuno del Popolo
sabato , 23 settembre 2017
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L’ipocrisia, l’altra faccia del razzismo

Proprio come nel caso di “Je Suis Charlie” anche in questi giorni la foto del bambino di tre anni affogato sulle spiagge turche sta commuovendo il mondo del web. Tanti che non si sono mai interessati di nulla pubblicano indignati la foto del bambino invocando pace e amore per poi tornare poco dopo a pubblicare #Selfie e recensioni su #Tripadvisor. L’indignazione per essere davvero utile non può essere episodica, e soprattutto deve essere accompagnata anche dalla voglia di comprendere e capire il mondo che ci circonda altrimenti diventa “indignazione su richiesta”.

C’è chi ha cominciato a denunciare i drammi di queste nuove guerre in Medio Oriente fin dal 2011, ma all’epoca il mondo aveva altro a cui pensare e le guerre sono una gran seccatura per chi ha la giornata piena, deve lavorare, e vuole staccare la spina leggendo solo notizie leggere. Intorno a voi è pieno di questi personaggi che quando la sera di fronte a una birra si affronta la situazione di questo o quel paese sbuffano annoiati perchè in fin dei conti non gliene può fregare di meno. La sensazione è che siamo lontani e che fin tanto che resteremo lontani basterà disinteressarsi di queste brutte notizie e continuare a farsi gli affari propri. In un mondo globalizzato e interconnesso però non è più così facile fare gli struzzi e mettere la testa sotto la sabbia, soprattutto perchè alcune guerre non solo durano diversi anni, ma si riverberano inevitabilmente anche sulla nostra vita quotidiana. Quando i Tg mostrano le immagini di bambini senza vita è come se arrivasse l’autorizzazione a indignarsi, e tutti simili a cani pavloviani pubblicano sulle loro bacheche laddove albergavano recensioni e selfies delle foto di bambini uccisi o peggio. E’ come se si volessero lavare la coscienza dicendo: “Oh io la foto l’ho messa eh” per poi tornare un minuto dopo a farsi di nuovo selfie perchè tanto, dopotutto, le guerre continuano in ogni caso no? L’importante è che ogni tanto ci sia una sorta di sfogo catartico collettivo in cui tutti si sent0no buoni e caritatevoli di fronte alla foto ad effetto per poi diventare cinici esattamente il giorno dopo, quando dei bimbi siriani te ne può fregà de meno. E tutto questo avviene perchè anche le immagini dei profughi e delle sofferenze della guerra diventano merci esse stesse, vendute dalla pornografia dell’informazione per ottenere emozioni nei telespettatori. Nessuno ha un reale interesse nel far sì che le sofferenze denunciate dalle foto cessino, anche perchè se no non racconterebbero bugie sui conflitti decidendo i “buoni” e i “cattivi” e dando in pasto la loro parziale verità all’opinione pubblica. Insomma il capitalismo fa soldi sia promuovendo guerre e conflitti, sia vendendo le immagini di sofferenza al grande pubblico per mobilitare ondate di indignazione che spesso vengono incanalate contro il nemico di turno. Giochetti che funzionano soprattutto di fronte a persone ignoranti che non conoscono minimamente il contesto dei paesi di cui si parla e finiscono per credere a conduttori patinati e in giacca e cravatta che raccontano verità parziali quando non bugie totali. Così l’Occidente potrà continuare a essere responsabile diretto o indiretto di migliaia di morti ma riuscirà sempre a comunque a ergersi a giudice degli altri in un folle meccanismo per cui chi destabilizza paesi e distrugge stati è lo stesso che utilizza foto di bambini e quant’altro per fare business anche con la pace. La realtà è che se qualcuno rinuncia a informarsi dovrebbe sostanzialmente rinunciare anche a commuoversi in quanto la sua commozione non solo sarà inutile ma probabilmente in quanto indotta verrà anche incanalata nel modo sbagliato.

Gb

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