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sabato , 29 luglio 2017
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L’Iraq e la sconfitta di Washington

Di fronte all’insurrezione e all’avanzata dei gruppi fondamentalisti islamici in Iraq, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha dichiarato di non scartare “nessuna opzione” per appoggiare il governo di questo paese. Tra le opzioni menzionate dal presidente risalta l’invio di aeronavi da guerra – pilotate e non pilotate – nel territorio iracheno.

Le recenti vittorie ottenute dallo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – organizzazione che cerca di imporre la legge musulmana in tutto il territorio e che controlla gran parte del paese – sono state interpretate da analisti internazionali e da critici della Casa Bianca come l’evidenza del fatto che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati troppo presto dall’Iraq.

Naturalmente, la verità è che, più che mettere in evidenza la strategia militare di Obama, la circostanza descritta dà conto della sconfitta della politica estera che Washington aveva adottato oltre 13 anni fa sotto il governo di George W. Bush, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, e che ha finito di coinvolgere gli Stati Uniti e i loro alleati nella crociata mondiale “antiterrorista”, che ha compreso l’invasione e la distruzione di due paesi, la morte di centinaia di migliaia di persone, la degradazione dei diritti e delle libertà individuali in tutto il mondo, la commissione, da parte della superpotenza, di crimini di lesa umanità e lo sviluppo della corruzione delle corporazioni che hanno tratto enormi dividendi da entrambe le tragedie.

I risultati di questa politica balzano agli occhi: la “guerra contro il terrorismo” non solo non ha reso gli Stati Uniti un paese più sicuro né ha costruito un mondo più stabile, ma ha moltiplicato i fattori di rancore antistatunitense e, nel caso dell’Iraq, ha avuto come sbocco la perdita totale del controllo territoriale da parte del regime di Baghdad e l’avanzata e la crescita di gruppi fondamentalisti che, a differenza del deposto regime di Saddam Hussein, rappresentano effettivamente una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti.

Sebbene il successore di Bush alla Casa Bianca abbia posto fine all’intervento militare in Iraq, ha comunque conservato, in termini generali, il tono antiterrorista e belligerante nel suo discorso – come dimostra il suo intervento – e ha deteriorato, in tal modo, l’immagine e la credibilità di un’amministrazione già di per sé indebolita politicamente, militarmente ed economicamente. Da questa posizione, appare poco fattibile che il governante statunitense possa ottenere l’appoggio legislativo e internazionale necessario per avviare azioni belliche come quelle che ha lasciato intravvedere nella dichiarazione commentata, il che renderebbe le sue parole un sorta di “sparata”, e certo non lo favorirebbe.

D’altro canto, se Obama inviasse forze militari in Iraq, spingerebbe il suo paese e il governo nel baratro del deterioramento morale, minerebbe ancora di più la propria credibilità politica e finirebbe di confermare la disastrosa strategia del suo predecessore nel paese arabo.

Per non ripetere gli errori e gli orrori dell’amministrazione Bush e provocare un bagno di sangue maggiore di quello che già si manifesta in Iraq, è opportuno e necessario che il governo di Washington rinunci al modo di porsi bellicista e interventista che lo caratterizza e che riconosca la situazione che attraversa l’Iraq per quella che è: una dimostrazione monumentale della sua inettitudine come potenza imperiale che inibisce la sua autoproclamata funzione di polizia mondiale.

L’editoriale pubblicato nel portale web del quotidiano messicano La Jornada.

da www.jornada.unam.mx

Traduzione di Marx21.it

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