L'irresistibile richiamo della "cooptazione" nell'era della "Nuova Restaurazione"Tribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
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L’irresistibile richiamo della “cooptazione” nell’era della “Nuova Restaurazione”

Si fa un gran parlare di movimenti “antisistema” in Europa ma quanti di questi movimenti di massa mettono in discussione l’ordine economico che ha determinato queste catastrofi sociali ed economiche? E se al posto della “rivoluzione” intesa come cambiamento radicale dell’esistente fosse in campo solo una “cooptazione” all’interno del sistema?

I media parlano preoccupati dei movimenti antisistema che crescono a margine del lento ma inesorabile collasso dell’Unione Europea. Ne parlano facendo aperto riferimento al rischio di “populismi” che potrebbero mettere in discussione la “democrazia”, ma a ben guardare negli ultimi vent’anni si è assistito a un progressivo svuotamento della democrazia operato proprio da quelle classi politiche che continuano ad autodefinirsi come “moderate”. A guardare alla storia degli ultimo quarto di secolo potremmo semmai adottare il termine di “controrivoluzione” alludendo al processo di distruzione di tutto quel capitale umano e politico creatosi nel corso del lungo Novecento. Mentre il XX secolo ha visto la Rivoluzione bolscevica e la decolonizzazione come movimenti di “liberazione” dal vecchio sistema, il XXI inaugurato dal crollo dell’Unione Sovietica e dal crollo del bipolarismo sistemico ha visto una sostanziale restaurazione dello status quo ante. Tutto questo avviene a poco a poco e il processo non è ancora ultimato ma basti guardare al dato di fatto che nel XX secolo sotto la guida di partiti di massa ispirati al socialismo le masse popolari hanno ottenuto come mai prima accesso all’istruzione di massa, alla sanità di massa e a tutta una serie di diritti che oggi cadono sotto la scure dei mercati che non trovano più ostacoli nel dispiegamento del loro potere.

La fine del socialismo reale ha sancito la fine del tentativo di uscire dall’ambito del capitalismo e senza comprendere questo passaggio epocale risulterà difficile se non inutile comprendere i motivi della sconfitta storica delle cosiddette “sinistre”, ormai orfane di significato in quanto responsabili di quello che potremmo definire “parricidio morale”. Che credibilità può avere un movimento politico che si lascia dettare financo i riferimenti politici da quelli che dovrebbero essere i suoi avversari ? Se si guardano i movimenti sociali che sono avvenuti dalla fine del socialismo a oggi si tratta di sommovimenti scollegati gli uni dagli altri e che hanno come minimo comune denominatore le rivendicazioni secessioniste o nazionaliste oppure il generico ribellismo contro un sistema oppressivo o ingiusto. Potremmo, semplificando, dire che si tratta di movimenti sociali che non hanno più avuto l’ambizione di essere rivoluzionari, ovvero di abbattere un sistema per costruirne un altro, bensì di mediare sostanzialmente i termini di una non meglio specificata cooptazione. Tutto questo magari non avviene consapevolmente ma come inevitabile frutto della distruzione della tradizione politica, dell’organizzazione, dell’ideologia che permettevano di tenere insieme movimenti tra loro diversi in modo da conseguire un comune obiettivo.

L’atomizzazione della società figlia della globalizzazione neoliberista degli ultimi decenni ha portato alla sconfitta di ogni movimento ideologizzato in quanto l’ideologia dominante, quella dei mercati, è diventata l’unico orizzonte possibile realizzando la quella “Fine della Storia” auspicata da Fukuyama. Ma in questo caso non si tratterebbe di fine della storia dell’agire umano, delle guerre, della lotta per l’egemonia globale, bensì fine della storia della politica in quanto l’orizzonte entro cui muoversi non è più oggetto di mediazione in quanto viene deciso da potentati fuori dal controllo democratico. Anche i movimenti nazionalisti nati in seno all’Europa imbruttita dalla crisi economica non mettono in discussione il sistema economico, la redistribuzione del reddito e soprattutto della proprietà dei mezzi di produzione, e si configurano quindi come modalità alternative di prosecuzione di quegli stessi interessi che oggi trovano nel sistema autodefinitesi “democratico” il luogo ideale per prosperare.

Dc

Tribuno del Popolo

 

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