L'Italia ai tempi di Renzi: intervista a Vladimiro GiacchèTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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L’Italia ai tempi di Renzi: intervista a Vladimiro Giacchè

Vladimiro Giacchè, economista e saggista laureato alla Normale di Pisa, parla dei primi mesi del Governo Renzi mettendone in luce gli aspetti più critici e preoccupanti. 

Renzi è in carica da circa tre mesi e la sua presenza monopolizza tutti i dibattiti politici politici. La sua è davvero una rivoluzione? E soprattutto è una rivoluzione di sinistra?

“Per quanto riguarda l’aspetto rivoluzionario del suo operato direi sicuramente di no, almeno visti i presupposti. Per capire se si tratta di una rivoluzione bisogna capire esattamente cosa voglia fare. Ad oggi non è stato molto chiaro; le stesse proposte che sta avanzando in questi giorni non è chiaro come verranno coperte dalla finanza pubblica e soprattutto non è chiaro in che modo si porrà, ed è questo secondo me l’aspetto decisivo, il governo Renzi nei confronti dell’Europa e dei vincoli che sono stati imposti al nostro Paese”.

Capitolo riforme strutturali. Renzi, come molti prima di lui, vuole ovviare alla mancata realizzazione della primaparte della Costituzione tramite una riforma della seconda. E’ un modo valido ed efficace di affrontare il problema?

“No, è un modo gravemente errato e oltretutto le riforme che vengono proposte sono modifiche a mio giudizio completamente incostituzionali. La nostra Costituzione prevede che il voto sia libero, segreto ed eguale, ma in un sistema che prevede un forte premio maggioritario questo non succede, nel senso che il voto di qualcuno vale di più del voto di qualcun altro. Ciò è in contrasto con la Costituzione e soprattutto, questo è un altro punto estremamente importante, la legge elettorale che i costituenti avevano in mente è il proporzionale puro e a questo bisognerebbe tornare a mio giudizio”.

Capitolo comunicazione. Renzi ha sostituito i disegni di legge e le proposte in Parlamento con gli annunci all’opinione pubblica, eppure nessuno evoca il populismo. È un modo per avvicinarsi al cittadino oppure è una strategia per eludere i meccanismi democratici?

“Non è assolutamente un nuovo modo di fare politica, perché è il metodo che adoperavano notoriamente Silvio Berlusconi e, se vogliamo andare un po’ indietro nel tempo, anche Bettino Craxi. È un modo estremamente semplificatorio di proporre le leggi ed è una deriva a cui ci hanno abituato le ultime legislature. In effetti osservando l’attività parlamentare scopriamo che il Parlamento non è il vero luogo delle decisioni, ma si limita a ratificare decisioni già assunte a livello di Consiglio dei Ministri. Ci tengo a ricordare che questo è in contrasto con la natura dei poteri dello Stato, perché il governo dovrebbe essere l’esecutivo e il Parlamento dovrebbe avere il potere di decidere le leggi. In realtà ciò non accade e ci spostiamo sempre più spesso su un campo che è anche extra-parlamentare, cioè quello dei media. Detto questo vedremo se nei prossimi mesi il governo potrà continuare ad operare in questo modo. Probabilmente c’è anche uno sconto che viene fatto a questo governo nei primi mesi di vita, poi penso che quando si inizieranno a discutere di decisioni più pregnanti, cioè quando si parlerà di rinunciare a qualcosa in favore di qualcun altro,  forse anche il Parlamento si rianimerà”.

Capitolo economico. Renzi propone il taglio del cuneo fiscale e l’aumento in busta paga di 80 euro mensili per coloro che guadagnano meno di 25.000 euro lordi all’anno. Si tratta di politiche economiche espansive oppure è l’ultima frontiera della redistribuzione dei redditi verso l’alto? Molti Paesi del nord hanno un cuneo fiscale più alto del nostro ma una produzione in netta ripresa…

“Io distinguerei tra le due misure che ha accennato. Sono anch’io convinto che il taglio del cuneo fiscale non funzioni, oltretutto ne abbiamo già avuto una prova durante il secondo governo Prodi quando la riduzione del cuneo non servì assolutamente a nulla. Nemmeno a garantirgli il favore di Confindustria che continuò a bombardarlo nonostante il regalo di quasi cinque miliardi di euro. L’altra misura è decisamente più ragionevole: è sensato che coloro che guadagnano di meno, cioè il lavoratori dipendenti, abbiano un aumento e questa può essere effettivamente una misura anticiclica nel senso che può rilanciare la domanda interna. Io credo che ciò possa effettivamente verificarsi e con il Centro Ricerche abbiamo stimato l’aumento del Pil grazie a queste misure di circa 1,2% scaglionato su diversi anni. Non è tantissimo ma se andrà così sarà già meglio di niente”.

A proposito di ripresa del Pil e disoccupazione, parliamo del lavoro. Il Jobs Act è un’ennesima riforma volta alla creazione di maggiore flessibilità sul mercato del lavoro, tuttavia molti enti governativi tra cui l’Fmi (cfr. Blanchard, 2006) hanno dimostrato che non esiste una correlazione così forte tra flessibilità e assorbimento duraturo della disoccupazione. Coma mai il governo si appresta a varare una riforma vecchia di almeno dieci anni dal punto di vista della conoscenza economica?

“Premetto che per dare un giudizio su questa misura bisognerebbe conoscerla nel dettaglio, mentre ad oggi essa non è ancora nota e abbiamo solo qualche slogan. Verosimilmente ciò è dovuto al fatto che si vuole sondare il consenso dell’opinione pubblica su eventuali tematiche che potrebbero rientrare nella riforma. Detto questo, la flessibilizzazione del mercato del lavoro non è una cosa nuova per questo paese. Si è iniziato nel 1996 con il famoso pacchetto Treu sotto il primo governo Prodi ed è proseguita con il governo Berlusconi: quelle riforme hanno effettivamente creato posti di lavoro, ma si trattava di impieghi mal pagati che furono tutti perduti, assieme a molti altri, allo scoppio della crisi. Questo è un fenomeno già studiato. Lavorare sul lato dell’offerta in un momento in cui abbiamo una fortissima crisi della domanda è una cosa poco sensata e in particolare non ha senso flessibilizzare ulteriormente il mondo del lavoro. Anche la legge Fornero, che mirava a flessibilizzare la mobilità in uscita – detto volgarmente a licenziare facilmente -confidando che ciò potesse aumentare la flessibilità in entrata, si è rivelata una misura abbastanza buffa. Perché mai il fatto di poter licenziare dovrebbe costituire un incentivo ad assumere? Rendere ancora più semplici le procedure di licenziamento, soprattutto in un periodo di crisi, non farebbe altro che allungare le liste già molto lunghe dei disoccupati senza risolvere minimamente il problema. Purtroppo su questo punto c’è una campagna di stato martellante che da anni individua alternativamente nella mancata flessibilità del lavoro e nell’alto costo del lavoro la causa dei mali della nostra economia. Ma è facile dimostrare scientificamente da almeno venti anni che le cose non stanno così: in tutti i casi in cui sono stati colpiti i salari e in cui è stata introdotta maggiore flessibilità nel mondo del lavoro non si è ottenuto nessun miglioramento di lungo periodo”.

Una domanda di alleggerimento prima di concludere. Fausto Bertinotti ha sostenuto recentemente che il social-liberismo di Renzi ha soppiantato la sinistra del ‘900. Lei vede qualche prospettiva socialista o massimalista per l’Italia o ha ragione Bertinotti?

“Son sempre discorsi un po’ astratti e, pur essendo io di formazione filosofica e non disprezzando l’astrazione in sé, ritengo poco utili questi discorsi con macrocategorie di cui non si capisce bene l’applicazione. Non credo che Renzi sia così importante da aver affossato la sinistra del ‘900, piuttosto è stata affossata dalla caduta del muro di Berlino che ha colpito fortemente sia i partiti comunisti che quelli socialdemocratici.  Da quel momento è avvenuta una trasformazione molto veloce di questi partiti che hanno abbracciato le istanze liberali, chiamandole terza via come nel caso di Blair, comportando una mutazione molto forte della natura delle sinistre. Questo è il processo che mi sembra interessante. La cosa interessante da studiare è che noi oggi siamo nel pieno della terza crisi epocale del capitalismo, dopo quella di fine ‘800 e del 1929, e probabilmente ci sarebbe un grande spazio per il rilancio delle idee di sinistra. Ma è chiaro che se si accettano gli strumenti analitici e pratici costruiti dal liberismo questa sinistra non si potrà mai ricostruire. Io credo che invece ci sia spazio per una sinistra non subalterna a queste idee, ma che sperimenti e che voglia costruire qualcosa di nuovo imparando dagli errori e dalle conquiste del passato”.

Una domanda a tal proposito viene spontanea. A maggio prossimo ci saranno le elezioni europee, lei crede che la lista di Tsipras possa fare da collettore delle sinistre del mediterraneo o crede che sia destinata a rimanere ancora una volta fuori dal Parlamento?

“Sono molto esplicito sull’argomento. Purtroppo questa lista non è nata bene, ma è stata costruita sul criterio abbastanza bizzarro per cui alcune persone si sono autonominate garanti della lista pur non essendo particolarmente rappresentative, direi quasi da ogni punto di vista, dell’elettorato di sinistra. Sono state compiute scelte molto pesanti in termini di discriminazione di alcuni partiti politici che avrebbero potuto contribuire alla buona riuscita del progetto, e dunque probabilmente la lista ha fatto un danno anche a se stessa. Però la cosa che mi preoccupa di più è che non vedo, ma spero di sbagliare, un atteggiamento sufficientemente radicale nei confronti di questa Europa. Vedo un europeismo di maniera per cui si dice “l’Austerity non ci piace, ma ci piace tanto l’Europa”. Dipende di quale Europa si sta parlando: l’Europa degli ultimi venti anni personalmente a me non piace affatto. Mi sembra un’Europa pericolosa che colpisce i lavoratori, che favorisce alcune zone a discapito di altre e che ha anche alcune propensioni molto pericolose in termini di espansione geografica – si pensi a ciò che sta accadendo in Ucraina -. Io credo serva una sinistra che abbia delle parole chiare su tutto ciò: solo in questo caso le persone che la sinistra dovrebbe rappresentare potranno sentirsi protette ed effettivamente rappresentate. Però ecco, anche in questo caso è troppo presto per giudicare, ma i primi passi della lista non mi piacciono”.

Fonte: Oltremedianews

 Simone Mucci e Fabrizio Leone  

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