Lo sciopero generale del marzo 1944Tribuno del Popolo
domenica , 26 marzo 2017
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Lo sciopero generale del marzo 1944

Lo sciopero generale dell’ 1-8 marzo 1944, organizzato dal Comitato segreto d’agitazione del Piemonte, della Lombardia e della Liguria, è riuscito in modo veramente grandioso e superiore alle nostre stesse aspettative. Le organizzazioni del nostro partito sono state mobilitate e si sono prodigate con tutte le loro forze per la preparazione, la riuscita e la direzione dello sciopero.

Fonte: Marx21.it; La Nostra Lotta, marzo 1944, n. 5-6

I due grandi centri industriali di Milano e di Torino sono stati per otto giorni completamente paralizzati. A Milano per tre giorni hanno scioperato compatti anche i tranvieri; per due giorni hanno scioperato pure i postelegrafonici e gli operai del Corriere della sera. A Torino l’azione degli scioperanti è stata appoggiata da quella dei G.A.P. e dei partigiani, che hanno occupato alcuni paesi, fermato i treni, tenuto comizi tra grandi manifestazioni degli operai e della popolazione. Le altre province nelle quali lo sciopero è riuscito generale o quasi, sono: Bologna, Firenze, Bergamo, Como, Spezia, Savona, Varese, Vicenza. Lo sciopero è riuscito parzialmente nelle province di Venezia, Brescia, Padova, Pavia, Novara, Cuneo, ecc.

In tutte o quasi tutte le città e le province i G.A.P. ed i partigiani sono intervenuti con efficaci azioni in appoggio agli scioperanti. Numerose sono state le interruzioni di linee ferroviarie, tranviarie, elettriche e le azioni contro le spie, i traditori ed i nazifascisti.

Lo sciopero non è riuscito a Genova, a Trieste ed a Biella. Biella non è un grande centro come i primi due, ha tuttavia una notevole importanza industriale.

Il fallimento dello sciopero a Genova città è dovuto a diverse cause, non ultima la feroce reazione e le misure preventive prese dalle autorità; ma la causa essenziale va ricercata nella delusione provata dagli operai in conseguenza dello sciopero del 13 gennaio, il quale non era stato ben diretto ed era terminato lasciando alla massa operaia l’impressione della sconfitta e della mancanza di una capace organizzazione.

Questa costatazione deve servire a confermare quanto sia importante sapere dirigere bene un movimento di massa. Uno sciopero mal diretto può avere delle conseguenze dannose e lasciare strascichi per lungo tempo. I compagni della nostra organizzazione di Genova si erano veramente prodigati con un intenso lavoro per rimontare lo stato d’animo degli operai e per preparare lo sciopero generale. Da questo punto di vista non abbiamo da muovere loro alcun rimprovero. Essi hanno veramente fatto tutto il possibile. Il loro errore è stato quello di non aver compreso che la massa operaia non aveva ancora superato lo stato d’animo di depressione. Essi si sono sbagliati nel valutare la situazione, non hanno dato sufficientemente peso alle informazioni che venivano direttamente dai compagni di alcuni grandi stabilimenti. È necessario tener sempre in gran conto le informazioni dei compagni portavoce dell’officina, e non giudicare troppo affrettatamente come manifestazioni di passività, di «attesismo» e di opportunismo certe prese di posizione che assai spesso rispecchiano la situazione e lo stato d’animo reale delle masse.

Nel caso concreto di Genova i fatti hanno dato ragione a quei compagni fiduciari nostri in alcuni grandi stabilimenti, i quali sostenevano che lo stato d’animo della massa operaia era tale per cui lo sciopero non sarebbe riuscito. Se i compagni del comitato federale avessero saputo valutare giustamente la situazione di Genova, invece di dichiararsi d’accordo sulla data del 1° marzo, avrebbero dovuto chiedere il rinvio dello sciopero di una o due settimane. Nel caso, molto probabile, che il comitato di agitazione delle tre regioni non avesse più potuto rinviare la data di inizio dello sciopero, a Genova i compagni avrebbero dovuto attendere due o tre giorni prima di proclamarlo. Certamente, malgrado l’atmosfera che ivi regnava, se invece del 1° lo sciopero si fosse proclamato il 3 od il 4 marzo, quando già fossero giunte a Genova le notizie sulla riuscita dello sciopero nei grandi centri di Torino, Milano e Bologna, certamente il morale degli operai si sarebbe di colpo sollevato, e il movimento sarebbe riuscito anche a Genova. Difatti, dalle informazioni sopravvenute, sappiamo che gli operai genovesi sono stati mortificati quando hanno appreso che negli altri centri industriali lo sciopero era riuscito. Per quanto riguarda Trieste, ha contribuito a far fallire il movimento una manovra dei tedeschi che, alla vigilia dello sciopero, conclusero un accordo con gli operai dei cantieri, concedendo loro aumenti di salario. A Biella gli operai sono stati messi in ferie alla vigilia dello sciopero. Queste cause, da sole, non spiegano però completamente l’assenza degli operai di Trieste e di Biella da questo grande movimento. Vi devono avere senza dubbio contribuito debolezze delle nostre organizzazioni e difetti di lavoro che in questo momento non siamo ancora in grado di precisare, ma che dovranno essere messi in luce.

Lo sciopero generale nazionale ha avuto una enorme importanza che non può essere sminuita dagli sforzi propagandistici dei nazifascisti. La loro miserevole polemica ed il loro tono ora ironico, ora paternalistico, ora minaccioso, non riesce a mascherare la loro rabbia, il loro furore per il grandioso movimento che essi non hanno saputo impedire, per il grave colpo che hanno dovuto incassare.

Anche se nessuna delle rivendicazioni economiche che erano alla base dello sciopero rivendicativo-politico, è stata raggiunta, anche se gli operai hanno dovuto riprendere il lavoro con le paghe di prima, sarebbe Un errore ritenere che lo sciopero si è concluso con la sconfitta. Lo sciopero è stato una grande battaglia vinta dalla classe operaia italiana. Per una settimana l’intiera produzione industriale e bellica è rimasta ferma. La macchina di guerra nazista ha ricevuto un duro colpo. Malgrado l’apparato reazionario fascista, malgrado l’occupazione tedesca con la Gestapo, le S.S. e tutte le altre forze armate, malgrado i tribunali militari, il terrore e le fucilazioni, gli operai italiani sono stati capaci di scatenare in tutte le città, nello stesso giorno, un grande movimento di lotta contro i tedeschi e contro i fascisti. Lo sciopero generale rappresenta una battaglia vinta, perché la classe operaia italiana si è dimostrata più forte, più unita, più compatta di tutte le forze reazionarie-fasciste messe insieme.

Lo sciopero generale ha dimostrato la forza, la volontà di lotta e l’orientamento del popolo italiano, di cui il proletariato è la parte migliore e più combattiva. Lo sciopero generale ha dimostrato che il proletariato con alla testa il suo partito, il partito comunista, è veramente la forza motrice e dirigente della lotta per la liberazione e l’indipendenza del nostro paese. Lo sciopero generale fu un grande passo in avanti sulla strada dell’insurrezione nazionale.

Con questo sciopero generale il popolo italiano tutto ha dimostrato’ di avere ritrovato la sua unità nella lotta, ha dimostrato di voler farla finita con gli invasori tedeschi ed i traditori fascisti, ha dimostrato quale è il suo orientamento politico, qual’è il suo terreno di lotta, ha dimostrato cioè di non volerne più sapere di governi reazionari come quello di Badoglio; il popolo italiano ha dimostrato di riconoscere nel Comitato di liberazione nazionale il reale governo d’Italia.

Questo sciopero generale è stato il più grande movimento di massa che si sia avuto nei paesi occupati dai tedeschi nel corso di questa guerra. Di questo gli operai italiani possono essere giustamente orgogliosi. Uno sciopero generale, contemporaneo, in tutti i centri industriali di un paese occupato, sinora non si era ancora verificato. Il fatto che in Italia sia riuscito, dimostra che i tedeschi sono oggi più deboli di quanto non lo fossero ad esempio in Francia due anni or sono, ma dimostra anche che la classe operaia italiana è oggi assai più forte, assai più unita e combattiva di due anni fa (1).

Di colpo il proletariato italiano, con questo suo grandioso movimento, è balzato in primo piano sulla scena politica internazionale. L’attenzione del mondo in questi giorni è stata rivolta verso il popolo italiano, che con la sua eroica lotta contro il nazifascismo ha conquistato il diritto di decidere liberamente delle sorti e della ricostruzione del nostro paese. Gli scioperi del marzo 1943 hanno segnato l’approssimarsi della fine del fascismo: lo sciopero generale dell’ 1-8 marzo deve significare un rude colpo di maglio per il nazismo.

Lo sciopero generale del 1° marzo 1944 sta anche ad indicare la grande influenza, il grande prestigio che il nostro partito si è conquistato tra le masse lavoratrici.

L’apparente colpo di forza ostentato dai nazifascisti con i loro ordini di non ricevere le commissioni operaie, con la proclamazione della serrata, col negare qualsiasi concessione, non deve trarre in inganno. Il nemico ha dimostrato di essere debole. Se fosse stato forte, se avesse avuto margini di manovra, avrebbe fatto alcune, sia pur piccole, concessioni economiche, affinché gli operai riprendessero il lavoro. Ma i tedeschi non potevano concedere nulla, perché per continuare la guerra devono depredare il nostro paese di tutte le sue risorse.

Soprattutto, il nemico ha dimostrato la sua debolezza perché, per quanto non sia stato colto alla sprovvista, per quanto informato sulla data, malgrado tutte le misure preventive e repressive non è riuscito ad impedire il grandioso movimento. Il nemico nazista non è più quello di due anni fa, e neppure più quello di un anno fa. Esso è assai più debole. È ancora feroce proprio perché è più debole di prima. Esso va verso la catastrofe e si difende con la forza della disperazione. Questa costatazione ci deve portare a rafforzare la nostra lotta, perché noi sappiamo che il nemico, per quanto indebolito, non si suiciderà, ma lo dovremo battere ed abbattere.

Premesso questo, noi dobbiamo trarre da questa grande battaglia combattuta vittoriosamente dal proletariato italiano una serie di esperienze, perché ci servano come insegnamento per le lotte future. Le considerazioni che vogliamo fare non sono ancora né complete, né definitive: molte informazioni sul come nelle diverse località lo sciopero si è sviluppato mancano ancora. Nel frattempo noi possiamo cominciare a mettere in luce alcune deficienze manifestatesi nel corso della lotta.

Un elemento che ha giocato a favore del nemico è stato senza dubbio quello della conoscenza della data dello scatenamento dello sciopero. È mancata cioè la sorpresa, la quale ha sempre una grande importanza, tanto sul terreno militare quanto su quello organizzativo e politico. Certamente è assai difficile, per non dire impossibile, preparare dei vasti movimenti di massa (soprattutto quando questi movimenti devono scoppiare contemporaneamente in diversi centri) mantenendo il segreto sulla data di inizio. Difficile soprattutto quando su questa data è necessario discuterne nei comitati d’agitazione e nei C.L.N.

Sarà bene, ad ogni modo, tenerne conto per l’avvenire, sforzandoci in casi consimili di fare conoscere la data il più tardi possibile.

Quando l’avversario conosce il giorno fissato per lo sciopero ha modo di prepararsi, di prendere preventivamente delle misure, che questa volta sono state, in alcuni centri, le ferie, ma un’altra volta potrebbero essere di natura diversa.

Abbiamo sempre ritenuto che in una situazione di illegalità, gli operai sono più forti se scioperano restando in officina; se ce ne fosse stato bisogno, ne avremmo avuto ora la conferma.

Durante lo sciopero generale, quasi dappertutto gli operai hanno avuto la tendenza ad abbandonare le officine. Essi dicevano: «In novembre ed in dicembre, non ci hanno pagato le giornate di sciopero; anche questa volta non ce le pagheranno, perché allora dobbiamo restare in officina? Andiamocene a casa». A fare abbandonare le officine hanno certamente contribuito le minacce nazifasciste e l’intervento in molti stabilimenti delle forze armate. In certi casi hanno abbandonato in massa la fabbrica. Gli operai si sentivano più sicuri a casa. I nostri compagni non hanno sufficientemente insistito perché gli operai rimanessero negli stabilimenti. Sarebbe stato necessario un maggiore sforzo in questo senso. In una situazione di illegalità, nella quale non si possono tenere comizi né diffondere quotidianamente in larga misura i giornali ed i manifestini, la presenza degli operai nelle fabbriche permette di poter diffondere in brevissimo tempo le parole d’ordine del partito e dei comitati di agitazione, permette di tenere in pugno le masse, di guidarle verso un unico obiettivo, il che riesce assai difficile se le centinaia di migliaia di operai si trovano sparpagliati in rioni diversi, nelle loro case.

Per l’avvenire dovremo fare il possibile per impedire che gli operai vengano cacciati dalle fabbriche. Bisognerà persuadere gli operai a restare nelle officine, a non abbandonarle nelle mani dei nazifascisti. La fabbrica è la fortezza degli operai, dalle fabbriche non dobbiamo farci scacciare.

Durante lo sciopero generale non si è fatto uno sforzo sufficiente per nominare ed inviare delegazioni operaie alle direzioni degli stabilimenti e, se necessario, alle autorità per presentare le rivendicazioni degli operai e trattare per ottenere concessioni. È vero che tedeschi, industriali e fascisti avevano stabilito di non trattare con gli operai, di non accedere alle loro rivendicazioni, di non riconoscere le loro delegazioni. È vero che, a differenza che in altri scioperi, questa volta tedeschi e padroni non invitarono gli operai a nominare delegazioni per le trattative; ma è anche vero che da parte degli operai non ci fu uno sforzo sufficiente per nominare delegazioni e mandarle dai padroni ed eventualmente dalle autorità, per insistere di essere ricevuti ed ascoltati. Il carattere politico assunto dallo sciopero, anche se esso aveva per base delle rivendicazioni economiche, ha certamente contribuito a creare negli operai l’idea che era inutile andare a trattare. Gli operai dicevano : «Non sono tanto i grassi che ci interessano; noi scioperiamo per farla finita con i fascisti e con i tedeschi, noi vogliamo la fine della guerra». Questo non toglie che i nostri compagni avrebbero dovuto lavorare ed insistere di più per far nominare delle delegazioni operaie. In parecchi stabilimenti vi fu anche da parte degli operai una resistenza ad accettare di far parte delle delegazioni, per il timore di essere arrestati e portati in Germania. Queste preoccupazioni derivavano dal fatto che la massa degli operai invece di trovarsi in fabbrica ed appoggiare la delegazione, era a casa.

Negli scioperi di novembre, dicembre, gennai o i delegati non si sentivano isolati, perché quando andavano a trattare erano appoggiati da migliaia di operai che si trovavano nei reparti, pronti ad intervenire per sostenere e difendere la delegazione in caso di bisogno. In qualche caso in cui si sarebbe potuto discutere e trattare, le delegazioni operaie si sono rifiutate perché si sarebbe dovuto farlo con i tedeschi, e cosi si fini col non trattare con nessuno. È giusto, sino a quando è possibile, rifiutarsi di trattare con i tedeschi e con le autorità politiche, ed insistere che gli operai sono alle dipendenze degli industriali, ed è con questi che si deve trattare.

Ma quando non vi fosse altro modo di intavolare discussioni, se non andando dai tedeschi o da quelle autorità politiche intervenute per risolvere la vertenza, sarebbe un errore non approfittarne per strappare alcune rivendicazioni che possono servire a marcare, unitamente al successo politico, anche il successo economico dello sciopero.

Naturalmente bisogna fare attenzione, esaminare cioè bene la situazione caso per caso, vedere se non c’è altra via di uscita. Non si tratta di mutare la nostra direttiva: in generale dobbiamo rifiutarci di trattare coi tedeschi, col prefetto, ecc., ma sarebbe un errore mantenerci rigidamente su questa posizione (quasi fosse una questione di principio), anche quando non vi fosse alcun altro modo per chiudere lo sciopero con un concordato che segnasse la vittoria operaia. In ogni caso però dobbiamo rifiutarci di trattare coi sindacati fascisti e le commissioni interne fasciste.

Uno dei difetti venuto alla luce nel corso dello sciopero fu l’opinione abbastanza diffusa tra le masse operaie e la popolazione dei grandi centri industriali che lo sciopero avesse carattere insurrezionale, che era giunta Fora di farla finita per sempre con tedeschi e con fascisti. In alcune città correvano insistentemente le voci che migliaia di partigiani avrebbero occupato la città.

Non sempre i compagni hanno sufficientemente reagito a queste «aspettative», non sempre si è fatto un necessario lavoro di chiarificazione. Queste idee sbagliate hanno poi creato una certa delusione in quegli strati di operai che avevano creduto che lo sciopero dovesse sboccare nell’insurrezione armata.

In parte a creare certe illusioni aveva contribuito e contribuisce la situazione oggettiva stessa. Gli operai comprendono molto bene che oggi il problema essenziale non è quello del miglioramento delle condizioni economiche, ma è quello della cacciata dei tedeschi e dell’annientamento dei fascisti. Comprendono che non vi potrà essere reale soluzione alla situazione odierna se non facendola finita col nazifascismo. Ma in parte certe illusioni sono sorte per alcuni difetti della nostra stampa e per un’errata interpretazione di alcune parole d’ordine nostre, quale quella che diceva: «prepariamoci per l’insurrezione nazionale». Nostri giornali sono usciti con titoli a caratteri cubitali, come Verso l’insurrezione, o Le fabbriche si preparano allo sciopero insurrezionale, ecc. Disgraziatamente, per ritardi tecnici, questi giornali che dovevano uscire in gennaio e portavano tale data, si trovavano in circolazione con questi titoli pochi giorni prima dello sciopero. In questi mesi gran parte del nostro materiale di agitazione, articoli, manifesti, trattava del problema della preparazione dell’insurrezione nazionale, problema che era giusto ed urgente impostare, ma la coincidenza di questa campagna con quella di preparazione dello sciopero rivendicativo politico ha contribuito a creare una certa confusione. Per molti il «prepariamoci all’insurrezione nazionale» è stato interpretato come una parola d’ordine «immediata».

Già otto o dieci giorni prima dello sciopero noi ci eravamo accorti che idee confuse sul suo carattere andavano facendosi strada e le nostre organizzazioni cercarono di precisare il carattere rivendicativo-politico del movimento. Si disse chiaramente che questo non avrebbe potuto ancora essere lo sciopero insurrezionale. Ma quest’opera di chiarificazione non fu abbastanza larga e sufficiente.

Se lo sciopero generale dal punto di vista della compattezza riusci veramente imponente, non vi furono però nei grandi centri industriali delle manifestazioni di strada. Lo sciopero restò ancora nei limiti di una grande manifestazione pacifica, il che sta anche ad indicare, contrariamente a quelle che possono essere certe ingenue aspettative, che di fatto la stessa massa operaia non era ancora sufficientemente preparata e decisa alla lotta insurrezionale; che molto lavoro deve ancora essere fatto per la preparazione della lotta decisiva. Non si potrà arrivare all’insurrezione armata di colpo, senza che gli operai abbiano fatto qualche esperienza di dimostrazioni di strada, senza che gli scioperi assumano un carattere più combattivo ed attivo.

Tentativi di dimostrazioni di strada si ebbero solo a Torino. Importanti e ben riuscite dimostrazioni di strada alle quali parteciparono le donne, i giovani e, fatto molto importante, i contadini si ebbero nell’Emilia e nella Toscana. Nei grandi centri industriali le nostre stesse organizzazioni hanno troppo poco insistito in questa direzione, soprattutto, non hanno svolto un concreto lavoro di organizzazione delle dimostrazioni, altrimenti qualche risultato maggiore si sarebbe potuto avere.

Per quanto, in tutti i grandi e piccoli centri indistintamente, lo sciopero generale sia stato salutato dall’aperta simpatia di tutti gli strati della popolazione, non vi furono però sufficienti dimostrazioni concrete di questa simpatia con un intervento attivo in aiuto degli scioperanti. Nei grandi centri operai non solo non vi furono dimostrazioni di operai, ma neppure di donne, studenti, artigiani, ecc. A Torino vi fu, è vero, una dimostrazione di donne al mercato, e a Milano, fatto importante e degno di rilievo, lo sciopero compatto degli studenti universitari che cacciarono dalle aule gli studenti ed i professori fascisti e poi si recarono a dimostrare davanti ad una officina in segno di solidarietà con la massa operaia. Ma a Milano stessa, per contro, nei giorni in cui i tranvieri scioperavano compatti, troppa gente si serviva dei tram guidati dai nazifascisti.

Il lavoro tra le popolazioni delle grandi città deve essere rafforzato e durante le giornate di sciopero deve essere organizzata una partecipazione attiva alla lotta di tutti gli strati della popolazione. Non basta applaudire ed entusiasmarsi per la coraggiosa lotta degli operai, è necessario dare ad essi tutto l’aiuto possibile. Le manifestazioni di strada devono essere organizzate non solo dagli operai, ma anche dagli altri strati della popolazione. Bisognerà organizzare cortei di donne, partendo magari dal mercato, dai negozi con le code, da altri luoghi di riunione, e portarli ad incontrarsi e ad unirsi coi cortei degli operai: organizzare un più gran numero di cortei di studenti che dovranno portarsi davanti alle fabbriche ed unirsi ai dimostranti operai. È da segnalare a Torino l’ottima iniziativa di organizzare da parte dei contadini l’invio di generi alimentari agli operai scioperanti, affinché potessero resistere nella lotta. Da questo punto di vista, nel corso dello sciopero generale, vi sono stati importanti episodi che dimostrano l’intervento attivo dei contadini a fianco degli operai. Ma questi episodi devono moltiplicarsi, e l’alleanza degli operai coi contadini deve saldarsi ed esprimersi nella lotta.

Il nostro lavoro tra gli addetti ai servizi pubblici deve essere molto intensificato. Lo sciopero ha dimostrato quanto siamo ancora deboli in questa direzione. Quasi dappertutto gli addetti ai servizi pubblici – ferrovieri, tranvieri, postelegrafonici – non hanno partecipato al movimento. Fa eccezione Milano, dove i tranvieri hanno scioperato compatti per tre giorni consecutivi, malgrado le minacce, gli arresti e le deportazioni. A Milano anche i postelegrafonici scioperarono per 24 ore. Allo sciopero parteciparono pure per due giorni gli operai del Corriere della Sera.

Scioperi parziali dei tranvieri si ebbero pure a Torino, a Bologna ed in alcune altre località. Ma nulla o quasi nulla tra i ferrovieri e i postelegrafonici.

I servizi pubblici sono ancora un punto debole. È assolutamente necessario sviluppare un intenso lavoro organizzativo tra i ferrovieri, i tranvieri, gli operai delle officine elettriche e del gas, i postelegrafonici e gli operai addetti ai giornali. Queste dovranno essere delle forze attive e decisive nello sciopero insurrezionale.

Durante la preparazione dello sciopero vi è stata una larghissima diffusione della nostra stampa e dei nostri manifestini. In tutte le regioni sono state stampate decine di migliaia di copie del manifesto del Comitato d’agitazione del Piemonte, Lombardia e Liguria e del manifesto dei partiti comunista e socialista, nonché decine di migliaia di copie dei manifesti dei comitati d’agitazione locali. Nel complesso si sono tirate più di un milione di copie di manifestini, senza contare le edizioni de l’Unità ed i giornali locali.

Ma un difetto emerso nel corso dello sciopero generale fu, specialmente nei grandi centri, l’insufficienza della nostra stampa. Mentre i nazifascisti provvidero a diffondere largamente manifesti, anche apocrifi, a nome di diverse organizzazioni, per disorientare le masse operaie, le nostre organizzazioni riuscirono solo scarsamente a diffondere la nostra stampa. Molti operai si lamentavano di essere privi di notizie, di non conoscere la parola d’ordine del partito, ecc. Durante uno sciopero e particolarmente uno sciopero generale politico, è della massima importanza poter parlare con la nostra stampa agli operai. Bisogna poter giungere ogni giorno ad essi, almeno con un manifestino, non importa se breve; ma è necessario ci sia. L’insufficienza della stampa si è fatta tanto più sentire, in quanto nel corso di questo sciopero gli operai erano fuori delle fabbriche.

Le nostre organizzazioni devono fare il più grande sforzo per crearsi una sufficiente e sicura attrezzatura indipendente che possa funzionare in qualsiasi situazione, mentre invece le tipografìe normali non offrono sufficienti garanzie, perché in certe contingenze si rifiutano di stampare e perciò non possiamo contare su di esse.

Compito immediato nostro e di tutte le nostre organizzazioni è oggi quello di spiegare nel modo più largo possibile alle masse il grande successo, l’importanza ed i risultati politico-organizzativi di questo forte sciopero generale che non ha precedenti nel corso di questa guerra. Bisogna dare larga diffusione al notiziario dello sciopero, al manifesto lanciato dal comitato d’agitazione al momento della ripresa del lavoro, alla dichiarazione del nostro partito ed al rendiconto dello sciopero preparato dal comitato d’agitazione delle tre regioni.

È necessario chiarire le idee di molti operai, rispondere alla campagna dei nazifascisti; spiegare a coloro che si erano fatte delle illusioni, perché lo sciopero del i° marzo non poteva ancora essere lo sciopero insurrezionale. Bisogna spiegare come l’insurrezione armata non sia un’avventura, né un tentativo di «disperati».

Noi vogliamo preparare l’insurrezione, ma l’insurrezione vittoriosa; noi vogliamo battere il nemico, per questo con l’insurrezione non bisogna scherzare. Ben contenti sarebbero stati i nazifascisti se noi avessimo buttato allo sbaraglio le masse impreparate alla lotta armata. Le migliori forze rivoluzionarie sarebbero state soffocate nel sangue.

Noi dobbiamo lavorare intensamente per preparare in ogni dettaglio l’insurrezione nazionale. .Questa dovrà essere scatenata quando le forze del popolo italiano attraverso la lotta quotidiana si saranno decisamente organizzate e preparate per la battaglia decisiva, perla vita o per la morte. Quando saranno pronte a colpire ed a schiantare il nemico, il momento e l’ora dell’insurrezione saranno scelti dal popolo italiano e non dal nemico nazifascista.

Bisogna largamente spiegare ai compagni ed agli operai che sarebbe un errore pensare che da oggi sino al momento dell’insurrezione nazionale non vi saranno più agitazioni e scioperi per le rivendicazioni economiche parziali. È vero che il recente grande sciopero generale ha dimostrato che il nemico non vuole più trattare, non vuole più concedere nulla perché nulla più può concedere. È vero che dall’atteggiamento di sfida assunto dal nemico c’è da trarre la conclusione che noi potremo batterlo definitivamente solo opponendo alla forza armata la «forza armata», solo preparandoci all’insurrezione nazionale.

Ma all’insurrezione nazionale ci si prepara attraverso la lotta; sarebbe ingenuo pensare che noi oggi dobbiamo cessare ogni lotta parziale, dobbiamo smettere nelle fabbriche qualsiasi agitazione per le rivendicazioni economiche, in attesa… dell’insurrezione nazionale. Gli interessi immediati, le esigenze vitali, il pane, il salario degli operai devono essere difesi anche oggi: questa è per essi e per noi un’assoluta necessità. Noi dobbiamo in ogni fabbrica continuare l’agitazione per l’aumento dei salari e dei generi alimentari e per tutte le altre rivendicazioni che in questo momento interessano le larghe masse lavoratrici e sono indispensabili ad esse per tirare avanti. Ogni sciopero vittorioso, sia pure limitatamente ad una sola officina e per una piccola rivendicazione, rappresenta un successo nella lotta, un punto segnato nei confronti del nemico, un passo verso l’insurrezione nazionale.

Malgrado il decreto che fa divieto a chiunque di assumere la rappresentanza degli operai, noi non dobbiamo rinunciare a fare nominare nelle fabbriche delle delegazioni che devono recarsi in direzione a presentare le rivendicazioni degli operai. Naturalmente si tratterà di scegliere il momento opportuno. Queste delegazioni dovranno essere nominate alla vigilia di un’agitazione, o comunque nel momento in cui la massa della fabbrica è disposta, decisa ad appoggiare la sua delegazione nel caso di minacce o di arresti. Quando fosse veramente impossibile, per l’atteggiamento reazionario della direzione, inviare delegazioni, le rivendicazioni degli operai dovranno essere fatte conoscere agli industriali per mezzo di lettere, esposti, petizioni, ma mai bisognerà servirsi della commissione interna fascista. Si potrà organizzare il sistema già adottato in alcuni grandi centri industriali, di far firmare cioè le rivendicazioni da presentare alla direzione della fabbrica da tutti o da una grande parte degli operai dell’officina stessa. Queste petizioni verranno poi inviate alle direzioni.

Bisogna tener viva l’agitazione per il rilascio degli operai arrestati o deportati in Germania durante gli scioperi. Questa agitazione non solo deve essere tenuta viva all’interno delle fabbriche, promuovendo petizioni, delegazioni presso gli industriali e le autorità, minacciando e arrivando effettivamente allo sciopero, ma deve essere tenuta viva tra tutti gli strati della popolazione. È necessario far sapere ai responsabili degli arresti e delle deportazioni, ai grandi industriali ed alle autorità fasciste che essi risponderanno con la loro vita del tradimento compiuto verso la patria.

Bisogna organizzare la lotta e la resistenza all’obbligo del lavoro forzato in Germania. Non un uomo deve partire per la Germania. Gli operai debbono lottare contro il reclutamento obbligatorio.

È necessario attraverso i C.L.N. mobilitare la popolazione tutta per venire in aiuto agli scioperanti e particolarmente agli arrestati ed alle loro famiglie. Dobbiamo chiedere che i C.L.N. stanzino delle somme a favore degli scioperanti. Le giornate di sciopero devono essere pagate agli operai. Questo deve essere il nostro obiettivo. Pretendere il miglioramento del vitto nelle mense di officina; organizzare tra i ceti più benestanti della popolazione sottoscrizioni per gli operai scioperanti; invitare i bottegai a fare credito agli operai che hanno scioperato; invitare i padroni di casa a condonare loro un mese di affitto. Soprattutto, l’aiuto non deve mancare agli arrestati, ai deportati ed alle loro famiglie.

In alcune città e regioni, come a Torino, nell’Emilia, nella Toscana e nel Veneto, lo sciopero generale è stato appoggiato abbastanza attivamente dai G.A.P. e dai partigiani, che si sono eroicamente prodigati. In alcune località della Liguria, e anche più in Lombardia, il loro intervento è stato assai debole ed insufficiente. In generale, però, si può essere soddisfatti di questa prima prova di unione della lotta partigiana con la lotta degli operai.

Tutte le organizzazioni devono però rafforzare ancora di più il lavoro militare, dando ad esso ulteriori forze e migliorandolo in tutti i suoi aspetti. Solo con la partecipazione attiva alla lotta di migliaia di partigiani e di G.A.P., noi potremo arrivare all’insurrezione nazionale, all’insurrezione vittoriosa.

Il lavoro tra i contadini è ancora dappertutto assai debole ed in alcune località quasi inesistente. Solo in alcune province si sono avuti, nel corso di questo sciopero generale, significativi episodi della partecipazione attiva e solidale dei contadini alla lotta della classe operaia. Ma per arrivare all’insurrezione nazionale è necessario che le larghe masse dei contadini siano mobilitate ed organizzate. Tutte le nostre organizzazioni devono prendere in seria considerazione il problema dei contadini. L’alleanza degli operai coi contadini deve diventare una realtà viva, deve manifestarsi nella lotta e nel combattimento.

In alcune località, e particolarmente a Torino, elementi in vista del partito socialista, malgrado le direttive della direzione del loro partito, hanno assunto un atteggiamento contrario allo sciopero, hanno fatto di tutto per farlo fallire e per farlo terminare anzi tempo, giungendo anche a lanciare manifestini apocrifi con la firma del comitato d’agitazione. Bisogna convincere i compagni socialisti a condurre una lotta per cacciare dalle file del loro partito questi elementi sabotatori degli scioperi e della lotta, traditori degli interessi del popolo italiano ed agenti del nemico. Lo stesso dicasi per quegli elementi aderenti al C.L.N. che continuano a mantenere posizioni «attesiste» e capitolarde. I C.L.N. sono gli organismi dirigenti della lotta del popolo italiano per la cacciata dei tedeschi e l’annientamento del fascismo. I capitolardi, i traditori, gli agenti del nemico debbono essere cacciati dai C.L.N. e dai partiti ad esso aderenti.

Queste le considerazioni che, per ora, abbiamo voluto fare, sullo sciopero generale; le informazioni che ci giungeranno dalle province più lontane ci daranno forse il modo di accennarne altre. Se noi ci siamo soffermati soprattutto sulle deficienze, sulle debolezze venute alla luce durante lo sciopero, non è per trarre conclusioni pessimistiche, ma per ricavarne utili esperienze per le prossime future lotte.

Lo sciopero generale, già l’abbiamo detto, ha avuto un grande successo ed enorme ripercussione: è stato il più grande movimento che sia mai avvenuto in paesi occupati dai tedeschi nel corso di questa guerra. Lo sciopero generale dell’1-8 marzo ha segnato un notevole progresso sugli scioperi del novembre, dicembre e gennaio scorsi.

Gli scioperi di novembre, dicembre e gennaio avevano ancora molti elementi di spontaneità. Questo è stato uno sciopero organizzato e diretto dai comitati di agitazione, ed è incominciato in tutte le regioni d’Italia nello stesso giorno.

In secondo luogo, il movimento è stato assai più compatto e generale. I comitati di liberazione nazionale in tutte le città hanno aderito ed appoggiato lo sciopero, e questo ha fatto si che gli operai non si sentissero isolati dal resto della popolazione. In modo speciale, salvo alcune località (ad esempio Torino), i socialisti hanno avuto una parte attiva, partecipando coi democratico-cristiani al grandioso movimento. La direzione del Partito socialista d’unità proletaria aveva lanciato in comune con il nostro partito un manifesto ai lavoratori, chiamandoli allo sciopero.

In terzo luogo, lo sciopero generale dell’1-8 marzo, a differenza di quelli parziali dei mesi precedenti, ha assunto subito un carattere spiccatamente politico. Un nuovo spirito di lotta animava gli operai. Essi ardevano ed ardono dal desiderio di farla finita con i tedeschi ed i fascisti, di arrivare alla lotta armata.

In quarto luogo, a questo sciopero hanno cominciato a partecipare anche gli addetti ai servizi pubblici.

In quinto luogo, questo sciopero è stato accompagnato da manifestazioni di donne, di studenti e di contadini. Anche deboli, ma già ci sono state.

Infine questo sciopero generale è stato accompagnato dagli atti di sabotaggio, dalle azioni difensive ed offensive dei G.A.P. e dei partigiani, delle squadre di difesa. Queste azioni, anziché intimidire, hanno rafforzato ed entusiasmato gli scioperanti e la popolazione.

In certe regioni vi è stata delusione e rammarico perché non ci sono state o ci sono state troppo poche azioni dei G.A.P. e dei partigiani.

Per tutti questi motivi, lo sciopero generale dell’1-8 marzo si pone su di un piano assai più elevato che non gli scioperi parziali dei mesi passati e costituisce veramente un grande passo in avanti sulla strada dell’insurrezione nazionale.

Note:

1) Quando noi comunisti proponemmo di organizzare uno sciopero generale in tutta l’Italia occupata dai tedeschi vi furono inizialmente molti dubbi e molte incertezze da parte degli altri partiti antifascisti, ed anche di nostri amici, perché l’impresa sembrava effettivamente superiore alle possibilità, e non vi era stato ancora un nessun paese d’Europa occupato dai tedeschi un precedente del genere.

Scrive Leo Valiani in Tutte le strade conducono a Roma:
«…Gli scioperi del novembre e del dicembre sono stati imponenti. Vi hanno partecipato anchs gli impiegati industriali. La classe operaia di Torino si sente forte. I comunisti sono ottimisti al punto di ritenere possibile l’organizzazione di un
grande sciopero generale simultaneo in tutte le tre regioni industriali, Piemonte, Lombardia, Liguria. Ne avrò altri dettagli a Milano, dove devono trovarsi Longo e Secchia, al centro di tutto il movimento proletario».

Pietro Secchia

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