Lo spionaggio ai tempi del cyber-spazioTribuno del Popolo
domenica , 22 gennaio 2017
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Lo spionaggio ai tempi del cyber-spazio

Lo spionaggio ai tempi del cyber-spazio

Che la competizione tecnologica e propagandistica tra gli Stati si fosse spostata, negli ultimi anni, dalle imprese spaziali al più metafisico campo virtuale, ce ne eravamo accorti un po’ tutti.

Fonte: Oltremedianews

In questi giorni gli scandali delle intercettazioni telefoniche operate dalla NSA ai danni dei più influenti leader europei, hanno soltanto riacutizzato una ferita in realtà aperta dal 2010 quando Julian Assange scuoteva il mondo con le sue rivelazioni. Se a ciò si aggiungono le parole della stessa Hillary Clinton, che nel riferirsi agli enormi investimenti delle potenze mondiali sul terreno di scontro del cyber-spazio aveva parlato di ‘cortina telematica’, il problema risulta ancora più evidente: quale il ruolo di internet nelle relazioni tra Stati? Soprattutto, in tempo di pace, esiste una regolamentazione dello spionaggio e quanto l’informatizzazione dei servizi può rendere un Paese sovrano esposto ai rischi di un attacco virtuale?

La materia è tra le più discusse degli ultimi anni, e la portata dei quesiti basta per giustificare l’enorme interesse che i più acuti giuristi di tutto il mondo stanno riponendo sul tema del diritto internazionale al tempo di internet. Lasciando in secondo piano il ruolo della criminalità organizzata che sempre più differenzia il suo portafoglio tra truffe ‘reali’ e truffe a mezzo informatico, il punto è come le amministrazioni centrali degli stati sovrani stanno facendo fronte alla digitalizzazione delle informazioni e ai rischi che possono conseguirne; e, passando dall’aspetto statico a quello dinamico, quali mezzi mettere in campo in caso di violazione di eventuali principi regolatori della materia perpetrata da soggetti rispondenti ad organi statuali. Senza contare il fatto che spesso, un po’ come secoli fa gli inglesi facevano affari con le scorrerie dei corsari, oggi la linea di demarcazione tra hackeraggio pirata e azione di spionaggio finalizzata ad acquisire informazioni riservate è molto molto labile.

L’approccio alla materia non può che partire da un assunto: non esiste una disciplina dettagliata nel diritto internazionale che regoli lo spionaggio in tempo di pace; a ciò fa da corollario che, se pur nelle varie convenzioni internazionali che hanno cercato di disciplinare il fenomeno sussista qualche strumento giuridico, resta difficile stabilire la responsabilità di un’azione visto che è spesso impossibile rintracciare la localizzazione di un server.

Andando più nello specifico, dove esiste una disciplina più completa è con riguardo allo spionaggio in tempo di guerra: laConvenzione di Ginevra del 1949, rifacendosi alla iù consueta fonte consuetudinaria, afferma che la spia, in caso di cattura non ha diritto allo status di prigioniero di guerra ed è soggetta alla potestà repressiva dello stato che la cattura; e che lo stato, per cui la spia agisce, non commette però alcun illecito internazionale.

Meno permissiva è, ovviamente, la disciplina dello spionaggio in tempo di pace. La Convenzione di Vienna del 1961 prevede norme a tutela della pace della missione diplomatica straniera - quella svolta dalle ambasciate, per intenderci. In particolare l’art. 22 della detta Convenzione stabilisce che i locali della missione sono inviolabili: dunque non possono essere introdotti congegni, né messe in campo dall’esterno delle tecniche finalizzate all’acquisizione di informazioni e allo spionaggio dell’attività dei diplomatici. Una disattenzione di questo principio costituisce infatti una violazione della missione di pace e una lesione della dignità dello Stato, in presenza delle quali è ritenuto responsabile il Paese da cui dipende l’attività di spionaggio. Possibili rimedi sono previsti nell’obbligo di scuse ufficiali da parte del governo coinvolto con relative garanzie ed assicurazioni di non ripetizione, oltre che un possibile ricorso alla Corte internazionale di giustizia.

Lasciando da parte del missioni diplomatiche, lo spionaggio può essere commesso anche da un soggetto che si trovi in un paese straniero ai danni dello stesso e per conto di un altro. Ebbene, secondo il diritto internazionale, lo spionaggio in tempo di pace così configurato, costituisce una violazione della sovranità nazionale quando per tale attività non sia stato dato un permesso. Onde per cui la spia non può  invocare l’immunità diplomatica ed è sottoposto alle pene previste dall’ordinamento.

Il tema, come anticipato, si fa sempre più complesso mano a mano che si prendono in considerazione ipotesi di spionaggio perpetrate mediante tecnologie che consentono un’attività svolta a distanza, senza la presenza fisica di un soggetto nel territorio di uno Stato sovrano. Se per l’osservazione aerea il problema può essere risolto, salvo convenzioni apposite, nei termini di una palese violazione dello spazio aereo del Paese ‘osservato’, per quanto riguarda le immagini scattate da satelliti o tramite congegni applicati su navi situate nelle acque internazionali, non risultano nome che sanzionino tali condotte, ed anzi consuetudine vuole che questo tipo di attività siano da considerarsi lecite in quanto svolte da piattaforme che non si trovano su un territorio appartenente ad uno stato sovrano.

E il cyber-spazio? Internet tutto sommato è un non-luogo, e parlare di realtà virtuale non è poi così inesatto. Il punto è che grazie all’enorme mole di informazioni che vengono condivise telematicamente, interi settori economici, industriali, ma anche attinenti alle amministrazioni e all’apparato di sicurezza di uno Stato, dipendono da questo tipo di tecnologia. Un attacco non convenzionale perpetrato tramite il web può quindi avere effetti convenzionalissimi visto che possono essere bloccate se non distrutte moltissime attività umane. Basti pensare alle guerre informatiche che hanno paralizzato le amministrazioni di Estonia e Georgia alcuni anni fa. Due casi che hanno attirato l’attenzione dei governi di tutto il mondo: in un rapporto del 2010 il nostro Copasir esprimeva l’esigenza di politiche lineari e programmatiche finalizzate a mettere in piedi una rete dipendente dal consiglio dei ministri con lo scopo di garantire la sicurezza dello scambio di informazioni governative; dall’altro lato, mettendo in evidenza i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dai possibili attacchi hacker, il nostro organo esprimeva preoccupazione di possibili ripercussioni di attività di spionaggio nei rapporti tra gli Stati. Detto fatto, i più pragmatici americani ci hanno preceduto di anni visto che oggi ci sono 90mila uomini a disposizione del generale Keith Alexander il quale dirige il cd. Cyber Command.

Dal punto di vista giuridico non ci sono regole che disciplinano lo spionaggio a mezzo telematico, ma sono sempre di più le autorità ed i giuristi che auspicano specifici trattati internazionali che impongano principi regolatori della materia. Una importante funzione di impulso l’hanno data i recenti scandali che hanno messo in imbarazzo l’amministrazione Obama dinanzi alle ire dei capi di governo di 35 paesi, alleati e non, i quali sarebbero stati intercettati negli anni scorsi. Se infatti l’attività di spionaggio a mezzo internet può coslo costituire una violazione della privacy, è proprio sul diritto dell’uomo alla riservatezza della propria corrispondenza che nelle istituzioni europee si sta discutendo per arrivare ad una disciplina compiuta che abbracci anche le operazioni di intelligence.

Sull’altro fronte, quello delle relazioni tra Stati, al Consiglio UE sono stati i capi di governo di Francia e Germania a proporre la stipulazione di un codice etico; mentre al Palazzo di Vetro all’ONU, il Brasile si è fatto promotore di una bozza di risoluzione dell’Assemblea Generale che stabilisca maggiori diritti alla privacy su internet.

Restano da chiarire le i mezzi con cui individuare eventuali responsabili di attività illecite. Che si tratti di terroristi, di cani sciolti, o di singoli uomini al servizio di organismi statuali, oggi è possibile colpire un paese dall’altro lato del globo senza lasciare tracce sulla provenienza di un tale attacco. Dunque bene la definizione quantomeno concettuale di diritti non calpestabili, ma la strada per una regolamentazione del cyber-spazio passa necessariamente per la messa in campo di strumenti comuni idonei a combattere le attività illecite e, soprattutto, di organi internazionali di controllo che possano infliggere sanzioni riconosciute da tutti gli Stati.

Michele Trotta

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