Lo Stato Islamico che tutti vogliono distruggere ma alla fine non "dispiace"Tribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Lo Stato Islamico che tutti vogliono distruggere ma alla fine non “dispiace”

Ormai da mesi la Coalizione internazionale sostiene di combattere lo Stato Islamico ma sembra che in realtà non ci sia una volontà condivisa di distruggerlo, come se l’Isis, in qualche misura, serva comunque a consolidare e conseguire dei vantaggi geopolitici.  E’ questo il concetto di fondo che ora è stato denunciato anche da Famiglia Cristiana.

Chi combatte davvero il Califfo? O meglio chi realmente ha l’interesse di distruggere lo Stato Islamico? Rispondere a questa domanda è tutto sommato facile, chi combatte l’Is sul campo sono i soldati siriani, quelli iracheni, i miliziani di Hezbollah, le milizie sciite legate a Teheran e i curdi. Sono queste le entità, assieme al mondo sciita nel suo complesso, a volere davvero eradicare il Daesh del Califfo dal Medio Oriente, il problema è che dall’altra parte ci sono paesi che finanziano e tollerano le “imprese” del Califfo, arrivando anche a finanziarlo. In questo modo risulta chiaramente molto difficile pensare di trovare una soluzione al problema, ancor più che proprio mentre l’Isis è stato cacciato da Tikrit, in Iraq, è avanzato invece alle porte di Damasco, nel campo profughi palestinese di Yarmouk. Qui ci sono qualcosa come 17.000 profughi, tra cui anche diverse migliaia di bambini, e si parla di stragi messe in atto dal Califfo, con tanto di decapitazioni ed esecuzioni di massa. Ma la storia sembra ripetersi, nessuno sembra volersi sporcare le mani eliminando l’Isis, nessuno sembra disposto ad aiutare la Siria e questo non perchè Assad sia “buono” ma perchè materialmente lo Stato siriano è laico e si oppone al tentativo da parte del Califfo di distruggerlo per sostituirlo con un governo autoritario governato dalla Sharia. Sicuramente non vuole l’Arabia Saudita, solerte invece a bombardare lo Yemen degli Houthi sciiti, silente quando non complice nei confronti dello Stato Islamico. Del resto anche Famiglia Cristiana ha apertamente parlato del governo di Assad come dell’ultima frontiera contro lo Stato Islamico in Siria, cioè come l’unica realtà esistente e organizzata capace di contrastare i jihadisti del Califfo. In questo senso proprio Famiglia Cristiana parla del rischio che Al Nusra, la costola di Al Qaeda in Siria, possa allearsi operativamente con l’Isis, fatto già accaduto nel campo di Yarmouk e che potrebbe ben presto ripetersi nel resto del Paese. In tutto questo gli Stati Uniti, al posto che analizzare la situazione da un punto di vista oggettivo, continuano a portare avanti la teoria del “nè con l’Isis nè con Damasco”, una via impraticabile che non fa che rafforzare sul campo proprio i jihadisti. E poi però si capisce facilmente anche il perchè, evidentemente la Casa Bianca vuole rimuovere a tutti i costi Assad, e in questo senso si serve indirettamente proprio del Califfo, confidando poi di poter fare i conti con il Daesh in un secondo momento. Peccato che mentre i grandi giocano a Risiko siano i civili, quotidianamente, a finire vittima della follia dello Stato Islamico e dell’estremismo. In questo senso Famiglia Cristiana è andata anche oltre, pubblicando un interessante articolo che si chiama per l’appunto “Yarmouk, l’Isis che non vogliamo battere” e nel quale si riporta la testimonianza di Raphael Louis I sako, il Patriarca della chiesa caldea cattolica dell’Iraq, che ha detto ai microfoni della rivista che nessuno vuole davvero sconfiggere l’Isis. Ecco quanto ha scritto Famiglia Cristiana: “Basta confrontare ciò che i Paesi arabi sunniti fanno contro l’Isis in Iraq e in Siria (poco o nulla) con ciò che fanno invece nello Yemen, dove in pochi giorni sono stati raccolti 150 mila soldati e 100 aerei da combattimenti per attaccare i ribelli Houthi. In altre parole:cresce il sospetto che in fondo l’Isis stia bene a tutta una serie di Paesi (in prima fila le monarchie del Golfo Persico) che si aspettano dai jihadisti l’abbattimento del regime sciita di Assad e l’insediamento di un regime estremista dal punto di vista dell’islam ma compiacente nella realtà dei finanziamenti e dei rapporti. Come fu, a suo tempo, con i talebani dell’Afghanistan, il cui regime fu riconosciuto proprio da Arabia Saudita e Pakistan oggi così attivi nello Yemen”.

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