L’Occidente, l’Islam e i nazismi del XXI secoloTribuno del Popolo
lunedì , 24 luglio 2017
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L’Occidente, l’Islam e i nazismi del XXI secolo

E’ passata una settimana dai vili attentati di matrice islamista che hanno sconvolto Parigi e tutta l’Europa mietendo 12 vittime. Oggi, a sette giorni dal terribile evento Charlie Hebdo, la rivista la cui redazione è stata al centro degli attacchi e che dal 1970 racconta con sarcasmo la Francia multietnica, è tornata in edicola con ben tre milioni di copie e nuove vignette su Maometto.

Fonte: Oltremedianews

Sette giorni nei quali si è detto e si è scritto tanto, si sono riaperte vecchie e nuove ferite, soprattutto riportate al centro del dibattito questioni mai risolte: dal fondamentalismo religioso al problema della sicurezza al tempo della globalizzazione, il suo rapporto con la sfera delle libertà individuali (privacy e libertà di spostamento e di opinione in testa), ma anche il tema delle società multietniche, dell’integrazione, dell’emarginazione economica e sociale, della convivenza di diverse religioni e dissimiliculture.

Un campanello suonato dalla Storia. E’ questa la sensazione che si vive oggi in Europa a margine dei fatti di Parigi. Il sentore è quello di un confronto imminente come quelli che solo le vigilie dei grandi cambiamenti sanno mettere in atto. Un confronto niente affatto inedito, che ha coinvolto e sconvolto l’occidente (Europa in primis) anche nel passato, e che puntuale si ripresenta alla vigilia di ogni giro di boa della storia, quasi che la stessa volesse scherzare il Vecchio Continente per testarne il grado di maturità salvo poi scoprirne puntualmente la terribile solidità sia delle certezze che delle paure, tanto robuste quanto feroci quando intaccate, colonne portanti della propria auto celebrata grandiosità ed eterna condanna all’instabilità. Così spesso il confronto si trasforma in tragedia i cui immancabili attori sono i mostri partoriti dalle culture universaliste (come quella cristiana e musulmana) capaci di tradurre univoche scale di valori in efficaci macchine di distruzione.

Che il cambiamento sia dietro l’angolo lo diciamo da più di vent’anni senza rendercene mai veramente conto. L’era della globalizzazione incombe con  le sue contraddizioni, i suoi vantaggi e le inevitabili sfide da affrontare. Spazi in passato impensabili di comunicazione e condivisione si aprono e mettono in contatto culture differenti: le disuguaglianze, che da sempre hanno come principali alleate l’ignoranza e l’emarginazione, diventano sempre più evidenti e dunque altrettanto intollerabili per chi le subisce. Il benessere, vicino o lontano che sia in termini geografici, viene sbattuto sotto gli occhi degli affamati tramite internet, che arriva anche dove manca il pane. Il malinteso (neanche troppo ingiustificato) è dietro l’angolo, il pregiudizio e la rabbia pure. 850milioni di pregiudizi, tanti quante sono le persone che soffrono la fame nel mondo, ed un numero imprecisato di malnutriti, di analfabeti, di persone escluse dalla vita politica e sociale del loro e del nostro mondo.

No non è la solita analisi impostata sul pietismo occidentale di matrice cattolica che tanto si indigna per le proprie colpe e che tutto perdona salvo poi continuare a perpetrare i più infami soprusi nell’indifferenza più totale. Si tratta di numeri veri, reali, che caratterizzano e segneranno la nostra epoca. Numeri dai quali non si può non partire per spiegare il fenomeno del fondamentalismo religioso che coinvolge e sconvolge il mondo islamico prima ancora del nostro. Quante volte abbiamo sentito l’affermazione “prima o poi faremo le guerre per l’acqua e per il cibo”? Un quesito vago che spesso rimene senza risposta, convinti nella nostra opulenza della lontananza fisica e temporale di tali problemi, pronti a versare lacrime e inondare il mondo di comprensione per queste emergenze “da cartolina”, senza accorgerci che fiumi di sangue e di rabbia scorrono sotto il nostro naso.

Così, nonostante ogni giorno nel mondo islamico il terrorismo mieta decine di vittime, quando è il cuore della nostra civiltà ad essere colpito, la comprensione fa spazio alla collera che appanna la vista e acceca le menti. Strumenti mediatici e potenza economica e militare fanno il resto: sembra quasi di essere gli unici a soffrire i pericoli di questo XXI secolo, gli unici a vivere nella paura, i soli a morire…“per colpa degli altri”. I duemila nigeriani uccisi da Boko Haram, che per uno scherzo del destino perivano quasi contemporaneamente al verificarsi della strage di Parigi, diventano un dato statistico, o comunque, come direbbe qualcuno, l’inevitabile conseguenza di “quegli altri” la cui cultura sarebbe particolarmente incline al fondamentalismo.
La parola è facile quando si ha la pancia piena e il confronto fra culture diventa immediato specie per chi vuole spiegare le differenze economiche con un approccio sociologico: –non hanno diritti, non conoscono democrazia, sono piegati dalla povertà, vivono nella sporcizia e nelle malattie, non rispettano la donna, pregano un Dio diverso, molti delinquono, sono aggressivi e disordinati – Quante volte abbiamo sentito considerazioni di questo genere.
– Di certo se vivono questa condizione la colpa sarà anche un po’ loro. Anzi, è di sicuro la loro e del loro Corano -. Il passaggio dal pregiudizio alla reazione è solo questione di tempo. Per capirlo basta leggere Il Foglio di una settimana fa: «Una sola è la risposta alla forza intimidatrice dell’islam califfale e politico: una violenza politica, militare, tecnologica e civile incomparabilmente superiore».

I meccanismi concettuali coi quali l’occidente partorisce i suoi mostri e crea i suoi nemici sono molteplici, e più affinati di qualsiasi altra cultura esistente. Diciamolo chiaramente: abbiamo trascorso secoli tra le speculazioni filosofiche sulla natura della ragione, tra categorie trascendentali e materialismo dialettico, ma l’assunzione e la comprensione di ciò che è “diverso” proprio non è il nostro forte. Così stiam qui a dare un nome alle epoche storiche e a misurare sviluppo e sottosviluppo, democrazia, libertà e laicità secondo le nostre scale di valori, a spiegare i fallimenti degli altri con le ragioni del nostro successo, salvo poi non riuscire ad accorgerci che la fame, la miseria, le disuguaglianze sono uguali in ogni tempo e producono sempre gli stessi risultati: dittature, guerre, intolleranze, conflitti etnici. Esse erano ieri e sono ancora oggi i veri mali non più tollerabili di questo tempo, rispetto ai quali c’è qualcuno che, come successo a noi ieri, in questo momento nel mondo islamico sta tentando di spiegare ad un esercito di affamati che le ragioni del sottosviluppo ricadono su una questione di fede, su un complotto degli infedeli, dei cristiani, dei crociati, degli occidentali.

Quanto di questa retorica corrisponda a verità, quanto cioè il sottosviluppo dell’Africa e di parti dell’Asia sia colpa di noi occidentali e quale parte delle responsabilità ricadano sulle popolazioni di queste aree non è possibile affermarlo con certezza né può essere oggetto di trattazione in questa sede. Ciò che però oggi bisognerebbe comprendere è che non è detto che le guerre per l’acqua e per il pane da tempo previste si dovessero scatenare con chiare rivendicazioni di carattere economico e sociale. Più probabile è che masse disperate di gente affamata, e di conseguenza non istruita, vengano attratte da chi oggi vuole spiegare la povertà come una questione di religione, salvo poi instaurare regimi come e più classisti e oligarchici di quelli laici dei militari “amici” di europei ed americani. Più plausibile è che quel famoso conflitto tra ricchi e poveri del mondo che tanto ci spaventa avvenga sotto i vessilli delle guerre di religione, da sempre queste più adatte a scatenare le follie collettive e le intime pulsioni che solo la paura del diverso può risvegliare.

Del resto noi europei proprio non dovremmo sorprenderci di ciò. La storia novecentesca del Vecchio Continente conta più di sei milioni di vittime perché qualcuno in Germania aveva spiegato ai tedeschi che le ragioni della propria crisi economica risiedevano in un complotto orchestrato dai ricchi ebrei. Eppure, nonostante siamo ben coscienti dell’equivoco di fondo che ha scatenato il più grande genocidio che si ricordi e dei meccanismi che lo hanno reso possibile, continuiamo a porci come i metronomi della storia e a ritenere incomprensibile come nel XXI secolo certe dinamiche siano ancora possibili. Siamo così sicuri di ciò che neanche riusciamo ad immaginarci cosa succederebbe oggi se qui in Europa ci fossero 800milioni di poveri sfruttati e analfabeti.
E’ questo forse il più grande peccato dell’occidente. Un vizio sotto certi aspetti ancora più grave delle indiscutibili responsabilità storiche che hanno plasmato il mondo delle ingiustizie e delle disuguaglianze. Sì perché studiare la storia non significa operare soltanto una classificazione cronologica degli eventi per indignarsi a comando in occasione delle ricorrenze. Vuol dire bensì dotarsi degli strumenti critici necessari per cogliere i veri problemi che stanno dietro i tragici eventi che scuotono le epoche e mettono in moto le masse verso i conflitti. E’ così che ancora una volta sfugge l’analisi più ovvia rispetto al fondamentalismo islamico che da anni agita le nostre paure e che da tempo nei propri lidi taglia le gole degli innocenti: e cioè che tanto ieri quanto oggi il problema dell’instabilità che sfocia nelle guerre è nella povertà e nel sottosviluppo, che i conflitti si combattono sempre per ragioni economiche e soprattutto che se c’è qualcuno che vuole spiegare il problema della povertà attraverso teorie complottiste e proponendo conflitti tra civiltà, questi non è altro che un nazista dei nostri tempi.

Solo così allora è possibile individuare i veri nemici della pace, quelli contro cui battersi, i veri nazisti del nostro tempo. Forze politiche presenti tanto nel mondo islamico quanto nel nostro occidente. Sì, perché se i terroristi dell’Isis o di Al Qaeda sono dei veri nazisti, come considerare chi oggi in Europa prova a spiegare il terrorismo come un fatto di cultura, una scoria di una religione da combattere come si faceva ai tempi delle crociate? Di più, facendo un salto logico, come considerare chi spiega la crisi economica europea, la disoccupazione e la povertà crescente, come una inevitabile conseguenza di una invasione di immigrati – che rubano il lavoro, e portano delinquenza -?

Ecco che allora scopriamo che certi anticorpi, che pensavamo facessero parte ormai del nostro DNA come fossero una sorta di marchio indelebile inflittoci dalle guerre mondiali, non sono poi così solidi. Che i fantasmi del passato sono dietro l’angolo e che i mostri dell’occidente, questi sì straordinariamente efficienti nella loro opera distruttrice tanto quanto quelli dei nostri vicini musulmani sono già in moto, pronti al conflitto, all’ennesimo confronto militare con l’altra grande cultura universalista dell’altro capo del mediterraneo. Manca ancora il detonatore, manca, per quanto ci riguarda, la ragione economica che possa giustificare un simil dispendio di risorse ed energie. Ma il XXI secolo è ancora lungo,il lavoro dei nazisti islamici è appena cominciato e mira a conquistare il potere a suon di morti nei loro paesi di riferimento: quando ci saranno riusciti i tasselli saranno tutti al loro posto e allora sì, prima ancora di rendercene conto, ci ritroveremo per davvero sotto attacco.

Michele Trotta

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