L'ombra del razzismo. Dal caso Kyenge alla sentenza ZimmermanTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
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L’ombra del razzismo. Dal caso Kyenge alla sentenza Zimmerman

L’autore dell’attuale legge elettorale – peggiorativa rispetto alla stessa legge Acerbo, nonché messa in discussione dalla stessa Cassazione che ha sollevato la questione di costituzionalità – poteva esimersi dall’esprimere il suo pensiero sul grave affronto fatto dal Pd con l’inserimento di un ministro donna e di colore?

Ovviamente no e com’è suo solito l’ha fatto nel peggiore dei modi, cioè tornando al Manifesto della Razza degli pseudoscienziati fascisti. La storpiatura del darwinismo compiuta da Calderoli è risultata evidente a tutti tranne che alla senatrice Fuksia del M5S e a  Cota (il che dice tutto sulla qualità dell’attuale opposizione parlamentare): discendiamo dalla scimmia, ma qualche “razza” è meno evoluta e quindi più vicina allo status di ominide. Mentre la sua razza (superiore), ossia quella padana, evidentemente svolge una funzione ariana rispetto agli ominidi centrafricani che abitano le regioni a sud del Po e quindi può usufruire per legge di natura del diritto di vomitare insulti razzisti ai comizi come si fosse allo stadio. Peccato che allo stadio è giustamente vietato rivolgersi con epiteti razzisti ai calciatori: si viene cacciati non appena individuati (come è recentemente accaduto), si interrompono le partite e si emanano multe e penalità. Eppure il fenomeno razzista non si è mai arrestato, ed è proprio negli stadi che è risultato sempre più evidente. Sarà mica perché è permesso ad alti  rappresentanti delle istituzioni di arringare la folla con discorsi razzisti? Sarà mica perché ci sono forze politiche di governo che difendono chi tali epiteti razzisti li emette? Forse il problema culturale non si può risolvere se in Italia forze che fagocitano i più bassi istinti animaleschi sono libere di esprimersi con un linguaggio simile, e anzi, vengono addirittura difese!

Che il problema sia alla fonte e, come al solito, venga ignorato perché fa comodo occuparsi d’altro è evidente, ma che rischi di diventare una prassi di governo non più solo in Italia forse non lo è altrettanto.

Lo vediamo a partire dal triste caso di Trayvon Martin che ha indignato gli Stati Uniti delle battaglie per i diritti civili. Gli americani con l’elezione di Obama nel 2008 pensavano di poter proseguire la battaglia iniziata da Luther King e Rosa Parks, una battaglia congelata dall’ultimo lungo ciclo di presidenti conservatori e mai ripresa realmente dalla debole presidenza Clinton. Lo stesso Nobel al Presidente che proprio in Egitto aveva dato l’impressione di voler dare un taglio netto alla strategia della “guerra preventiva” di Bush poteva aver convinto il popolo statunitense di essere sulla strada giusta. Malgrado ciò, i dubbi da parte delle storiche organizzazioni come l’Naacp hanno iniziato a manifestarsi quando è apparso evidente che la strategia della “guerra preventiva” era solo stata rimodulata verso un nemico interno. Dal mantenimento di Guantanamo alle nuove “guerre umanitarie”, passando per Assange e il caso di Bradley Manning, fino al recente caso Snowden il potere continuava a non manifestare né rispetto per i diritti della privacy né per i diritti umani. Due caratteristiche propedeutiche alla persecuzione delle minoranze etniche. Obama in passato si è tolto dagli impicci associando le ingiustizie ai suoi casi personali, o con operazioni mediatiche, cioè facendosi fotografare sul bus di Rosa Parks e andando a trovare il morente Mandela. Stavolta però le ingiustizie che covano sotto il modello americano sembrano venire a galla per mettere Obama davanti alla durezza dei fatti. Effettivamente risulta difficile concepire, anche dal punto di vista liberale autentico, come possa una giuria rappresentativa di uno stato composto a stragrande maggioranza da persone di colore, nativi (i seminole nella fattispecie) e chicanos essere composta quasi esclusivamente da bianchi.  Dalla sentenza che scagiona Zimmerman, prevedendo il reintegro immediato arma in pugno della guardia giurata, sono nati i riot più imponenti dal ’92, ma chi conosce l’Naacp sa che il caso non può dirsi chiuso, così è partita una sottoscrizione per la celebrazione di un nuovo processo. Obama, nel frattempo, è costretto a retrocedere rispetto alle iniziali dichiarazioni sul caso di Trayvon Martin, ammettendo che sì, poteva anche essere direttamente lui Trayvon, ma precisando subito: “35 anni fa”, non oggi. E perché non oggi visto che per stessa ammissione di Obama “in America esiste il problema del razzismo”(oggi)? Infatti, la difesa del vigilante ha ribattuto immediatamente sentendosi chiamata in causa da Obama, ricordando come secondo la stessa sentenza quella di Zimmerman sia stata “legittima difesa”. Evidentemente “la sentenza del processo da rispettare” stride fortemente col problema razzista tuttora forte.

Gettando uno sguardo sul continente europeo,  non può non balzare agli occhi come i più recenti riot siano stati generati da una logica segregazionista delle minoranze razziali: Parigi, Londra e Stoccolma gli esempi più problematici che rivelano il problema della ghettizzazione delle minoranze etniche e della scarsa integrazione in un contesto europeo che viceversa dovrebbe caratterizzarsi per l’alta inclusività. Questo per non perdere di vista come il problema sia penetrato in un’ Europa un tempo meno esposta alle divisioni etniche, ma oggi al centro di un’ondata di migrazioni che sono difficili da integrare in un contesto economico in sfacelo.

Invece, per capire quali fenomeni abbiano rigenerato il problema razzista dobbiamo restare negli States e prendere un po’ di cifre che rispecchiano una evidente difficoltà all’integrazione delle minoranze etniche. In genere i livelli di vita delle minoranze sono inferiori: l’indice di povertà nella popolazione nera è più del doppio che in quella bianca, la speranza di vita è di circa sei anni inferiore, la mortalità infantile di quasi tre volte superiore, il tasso di disoccupazione è doppio, il 40% dei bambini neri soffre di insufficienza alimentare, e infine, le donne nere hanno quattro volte più probabilità delle bianche di morire di parto ( e questi sono dati precedenti alla crisi, tratti dal O. Bergamini, Democrazia in America?, ombre corte, 2004). Sussiste poi una netta separazione della manodopera nera da quella bianca, fondata sul sistema scolastico privatizzato che preclude a larghe fette della popolazione di colore buoni livelli di istruzione.

Basti pensare alla sentenza del caso Regents of University of California contro Bakke con cui la Corte Suprema autorizzò la considerazione della “razza” come uno dei criteri di ammissione all’università, ripresa negli anni ’90 da alcuni college come quelli della California, del Texas e della Florida. Una norma che fece crollare il già basso dato delle minoranze etniche presenti nell’elitario sistema dei college privati: circa il 12% sul dato complessivo, 28% sul dato aggregato delle minoranze nere e ispaniche. Questo di conseguenza ha ricadute sui dati del mercato del lavoro e crea un “mercato dell’occupazione separato per i neri”(O.Bergamnini, Ivi). Da questo punto di vista le discriminazioni del sistema poliziesco e giudiziario sembrano combinarsi all’insieme delle discriminazioni economiche, sociali e culturali che mantengono le minoranze etniche su un piano inferiore di cittadinanza. Se poi pensiamo che secondo la stessa logica tipicamente liberale le condizioni delle minoranze sono la cartina tornasole del grado di democraticità del sistema sociale e politico, dovremmo emettere un giudizio sul paese delle libertà “esportatore di democrazia” non particolarmente lusinghiero.

Alex Marsaglia

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