L'Onu accusa Israele per la demolizione di edifici palestinesiTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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L’Onu accusa Israele per la demolizione di edifici palestinesi

Israele ha demolito una quarantina di edifici palestinesi in 4 giorni. Nonostante le accuse dell’OCHA (Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari), il governo di Tel Aviv non intende fermarsi. E porta avanti la sua strategia.

Un nuovo anno è cominciato, ma le politiche di Tel Aviv  nei Territori Occupati si ostinano a percorrere la via della continuità; il problema è che tale coerenza si traduce in costanti e impunite violazioni del diritto internazionale, e a pagarne le conseguenze, spesso e volentieri, è la popolazione civile palestinese.

E’ di due giorni fa la notizia che l’OCHA, l’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari, ha accusato le autorità militari israeliane di aver demolito illegalmente, soltanto tra il 20 e il 23 gennaio, ben 42 costruzioni palestinesi, nello specifico situate nelle aree di Ramallah, Gerico, Hebron e Gerusalemme Est. Gli sfollati sono 77; la maggioranza di essi è stata privata di strutture funzionali al suo sostentamento; più della metà sono bambini. Tra gli edifici abbattuti, 9 erano stati finanziati da donatori internazionali. Nel condannare l’accaduto, l’OCHA ha intimato a Israele di “cessare immediatamente” la pratica delle demolizioni.
I suddetti numeri vanno ad aggiungersi alle cifre fornite sempre dall’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari, che parla di 590 strutture palestinesi demolite dai militari israeliani nel solo 2014, considerando Gerusalemme Est e l’Area C della Cisgiordania. L’anno appena trascorso ha inoltre fatto registrare il record di sfollati palestinesi dal 2008, ben 1.177.

Stando ai dati forniti dalle Nazioni Unite, il numero di costruzioni fatte demolire da Israele a partire dal 1967 (anno della occupazione dei Territori Palestinesi) ammonterebbe a circa 27.000. Cifre enormi.
Israele giustifica tale politica facendo spesso leva sull’illegalità di molte strutture, costruite in assenza di permessi edilizi; ma i palestinesi sono in realtà costretti a costruire senza autorizzazioni, poiché l’esercito israeliano le concede esclusivamente in casi eccezionali. A ciò vanno aggiunte le ragioni “di sicurezza”, spesso avanzate da Tel Aviv quando si tratta di “colpire” le abitazioni dove vivono (o vivevano) i palestinesi responsabili di attacchi contro cittadini israeliani; ma è evidente che in tali casi a pagare le conseguenze di quei gesti estremi sono soprattutto familiari e parenti.

Tutto lascia pensare all’esistenza di un disegno strategico fin troppo chiaro, volto ad estromettere la popolazione palestinese da quella che, secondo il diritto internazionale, è l’area su cui dovrebbe sorgere lo Stato di Palestina , e soprattutto dai territori dell’ Area C (che rappresenta circa il 60% dell’intera Cisgiordania, e sulla quale Israele ha il pieno controllo in base agli Accordi di Oslo) e da Gerusalemme Est. D’altronde, l’inarrestabile costruzione di colonie israeliane, considerate illegali da ognuno dei massimi organismi internazionali, e la quantità di cemento impiegato per estendere ancor più il muro dell’apartheid entro la “Linea Verde”, non fanno altro che confermare i piani sionisti.

photo credit: <a href=”https://www.flickr.com/photos/rogueanthro/4589965460/”>Kara Newhouse</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/”>cc</a>

Manuel C.

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