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martedì , 28 marzo 2017
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L’oracolo di guerra

Il consueto editoriale di Eugenio Scalfari di domenica 18 sembra accettare lo scenario di guerra e critica l’atteggiamento di Bergoglio, bisogna prepararsi al peggio?

Fonte: Oltremedianews

Eugenio Scalfari piacerebbe il ruolo dell’oracolo, ogni domenica pronto a farsi consultare dalle pagine del suo giornale, Repubblica. Sicuramente gli si attaglia quello del giornalista ciarliero. Spesso, egli ci ha abituato ad un appuntamento settimanale domenicale in cui, con un lungo saggio, affronta le questioni d’attualità pregnante nella forma lunga del saggio, più che dell’articolo di commento. Nel suo editoriale di oggi, il “fu” direttore ci consegna nuovi “responsi”, ispirati da una settimana fittissima di eventi, tanti: dall’evolversi dei tesissimi rapporti internazionali dopo l’attentato di Parigi, alla prossima riunione plenaria della BCE per decidere del nuovo Quantitative Easing (ahinoi, la notizia della fuga di Cofferati dal Pd giunge troppo tardi per essere commentata dallo stesso).

Primo responso: alla crescente minaccia rappresentata dallo Stato Islamico (Isis), l’Europa deve rispondere con una trasformazione delle sue istituzioni, le quali assumano il “comando unico” e che gli Stati “siano pronti alla cessione di sovranità”. Dunque, secondo Scalfari, l’Europa politica, un governo centrale europeo più forte, un esercito continentale, sarebbero funzionali alla conservazione della pace. Già, la pace. Sembrerebbe, di primo acchito, un paradosso kafkiano affermare che una politica europea degli armamenti e della guerra, con un governo interventista pronto a superare eventuali timidezze e indugi degli Stati nazionali, possa garantire un clima di distensione internazionale e di pacificazione globale. E lo è. Ma in soccorso al lettore dubbioso giunge lo stesso autore quasi nell’esordio del testo affermando che “l’Europa è uno dei teatri di questa guerra”. Già, siamo in guerra. Si tenga ben presente questa affermazione, risulterà centrale per mettere a sistema ciò che a prima vista potrebbe apparire un semplice articolo di commento alla politica internazionale.

Nel prosieguo del suo discorso intorno al mondo, Scalfari propone uno spunto decisivo e, per le poche righe dedicate, forse inconscio di questa importanza: uno dei nemici del fondamentalismo islamico è rappresentato dalla figura politica e giuridica dello stato laico, elencato da Scalfari come il “terzo bersaglio dei fondamentalisti” dopo cristianesimo ed ebrei. Una verità lapalissiana, si direbbe. Dovrebbe esserlo infatti. Come mai, però, proprio dalle colonne del suo battagliero (e non è solo una metafora, in questo caso)  giornale, il nostro non ha mancato di “benedire” negli anni il sovvertimento, o il tentativo di sovvertimento, di quei regimi laici esistenti in Medio Oriente?. Libia 2011 dovrebbe ricordare qualcosa, Siria 2013 qualcos’altro. Nulla sull’argomento viene toccato nell’editoriale. Nessuna traccia di autocritica. Sì, proprio autocritica, visto la straordinaria partigianeria con cui Repubblica si è posta nello schieramento anti-Assad, ad esempio. Innumerevoli, infatti, sono gli articoli pubblicati nel 2013 che lo dimostrano: il 1 settembre 2013 si poteva leggere, a firma di Wolfgang Bauer, “Più di una settimana dopo l’attacco, non ci sono ancora prove definitive che le armi chimiche siano state lanciate dalle truppe governative. Ma gli indizi sono schiaccianti. Quasi tutte le persone da noi intervistate ci hanno chiesto di non pubblicare i loro nomi al completo: hanno paura del regime.” Una posizione sufficientemente chiara e il 7 gennaio 2015, a seguito dell’indagine compiuta dall’ Organizzazione per la proibizione della armi chimiche (Opac), ancora su Repubblica si può leggere “Il rapporto non attribuisce responsabilità per gli attacchi (è noto già dal 2014, infatti, che armi chimiche sono state utilizzate dai “ribelli”, ndr).” ed ancora  “L’ambasciatore Usa all’Onu, Samantha Power, sostiene che il documento contiene -testimonianze oculari più convincenti che il gas è stato usato dal regime-“. Errare humanum, perseverare diabolicum verrebbe da dire. Eppure sul giornale di Scalfari non c’è traccia di una riflessione sul ruolo giocato dalla stampa proprio per favorire lo smantellamento dei presidi laici in Medio Oriente, si preferisce la filosofia alla realpolitik con citazioni dotte tratte da Voltaire.

Bisognerà aspettare la prossima domenica.

Intrecciata alle tese dinamiche internazionali, Scalfari, dopo essersi chiesto se l’attuale pontefice sia o meno “un liberale” (con tanto di risposta affermativa, abbastanza opinabile a parere di chi scrive), critica l’ormai notissima affermazione del papa a proposito del “pugno” per chi insulta la madre (con chiaro riferimento alle religioni, compresa quella cattolica). Gli argomenti da lui portati sono di sufficiente dominio pubblico, sicuramente noti a chi ha frequentato alcuni anni di catechismo (comunque poco profetici, per così dire): si limitano al “porgere l’altra guancia” contenuto nelle scritture, omettendo che nello stesso testo sacro anche il richiamo all’azione attiva (quanto non esplicita “violenza”) è ben presente e chiara, basti pensare alla cacciata dei mercanti dal tempio. E’ evidente allora che la sua affermazione va ben oltre il significato letterale. D’altra parte, potrebbe davvero il pontefice che ha caratterizzato il suo governo (mai dimenticare il ruolo di capo di stato che il papa esercita giuridicamente accanto a quello di capo spirituale) con la discontinuità rispetto alla “ortodossia”, cifra del pontificato di Benedetto XVI, cadere in un istinto censorio? Proprio lui che ha indotto una parte qualificata dell’opinione pubblica a definire “liberale” il pontefice che forse più di ogni altro sta giocando un ruolo da protagonista nello scacchiere internazionale, alla pari con qualsiasi altro capo di stato? Non dovrebbe essere necessario citare Gregorio XVI che con l’enciclica Mirari Vos criticò fermamente i principi del liberalismo politico e religioso: (a proposito di libertà di stampa) “Inorridiamo, Venerabili Fratelli, nell’osservare quale stravaganza di dottrine ci opprime o, piuttosto, quale portentosa mostruosità di errori si spargono e disseminano per ogni dove con quella sterminata moltitudine di libri, di opuscoli e di scritti”. Dunque il papa che ha convertito tanti “laici” è rimasto fulminato sulla via di Parigi? Difficile affermare che il “liberale” Bergoglio abbia rinnegato se stesso di colpo. D’altra parte sarebbe difficile anche per lo stesso Scalfari spiegarselo, visto il suo canale privilegiato di dialogo con Bergoglio, un dibattito che il già direttore non ha mancato in passato di rendere noto.

In realtà, Scalfari con la sua posizione si schiera con una fazione critica (una fazione che, nel mondo dell’informazione, conta su di un fuoco d’artiglieria notevole che tiene insieme un’inedita alleanza tra avversari, da Repubblica a il Giornale) nei confronti del pontefice, impegnato a perseguire, in maniera molto chiara, una linea di distensione globale per impedire la definizione di due blocchi schierati uno fronte all’altro che generalizzerebbe guerre e conflitti militari. “Non possiamo chiedere a Francesco di essere volterriano” ricorda Scalfari. Certo, ma non è necessario per capire le intenzioni del suo agire. E’ sufficiente pensare al rifiuto di incontrare il Dalai Lama delle settimane scorse come atto di distensione verso la Cina socialista, anch’essa da anni oggetto delle “attenzioni” della Nato.

Bene, se un’esegesi delle parole di Francesco I si deve fare, questa deve tenere certamente conto del contesto ispido: il pontefice sa bene che una “santa” crociata secolare non è la strada della pace, probabilmente in questo conscio di alcune delle tragedie più grandi che proprio la volontà di potere e l’integralismo della Chiesa ha provocato.

Non è dunque di oracoli che c’è bisogno, ma di analisti pragmatici e Bergoglio dimostra di muoversi a suo agio tra questi ultimi. Quanto ai primi, non c’è ancora traccia di alcuno più prestigioso dell’Oracolo di Delfi.

Francesco Della Croce

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