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lunedì , 27 marzo 2017
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L’ultima guerra settaria in Africa

L’ultima guerra settaria in Africa

UN PAESE IN FIAMME- Lo stupro del Ruanda, il genocidio di un popolo sono un ricordo lontano, ma nella Repubblica Centrafricana l’incubo è ripreso a imperversare sul paese. Vent’anni dopo, mentre gli occhi del mondo sono rivolti altrove, la morte è calata sul paese scatenando l’inferno.

Secondo Didier Wangue, ex ministro dell’industria del governo Bozizé, nessuno può sentirsi al sicuro: “La posta in gioco è troppo alta, la partita va ben oltre le forze in campo. Parigi ha abbandonato il presidente Bozizé, reo di aver manifestato l’intenzione di cedere i diritti di prospezione e sfruttamento delle risorse minerarie alla Cina. A quel punto Deby N’Djamena ha avuto carta bianca. Finanziando e armando i ribelli, Deby ha creduto di potersi impossessare della regione a nord del paese, ricca di petrolio”.

LE COMPONENTI IN GIOCO – Secondo gli osservatori dell’ONU, le milizie Seleka sono una composizione eterogenea, che non appartiene a un nuovo capitolo di neocolonizzazione islamica, come in Mali o in Nigeria, sebbene presentino al loro interno una forte percentuale musulmana. Diverse unità arrivano dal vicino Ciad, che ha sempre considerato la Repubblica Centrafricana come una propria provincia. Altre (si vocifera) sarebbero state sponsorizzate dalla Francia per riprendere le concessioni minerarie che erano state cedute alla Cina. Altre ancora sono composte da mercenari giunti dal Sud del Ciad e dalla Libia dopo la caduta di Gheddafi, avvenuta nel 2011 e che hanno portato in dote gli armamenti francesi che erano stati venduti dalla Francia a Gheddafi prima della guerra.

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 Tomba cristiana nel cimitero del campo profughi di Mpoko.

Sul terreno le operazioni sono complesse: “Stiamo tentando, in condizioni disperate, di procedere al disarmo di tutte le milizie.” spiega il colonnello dell’Unione Africana Haaizimana Pomtiem “Il problema è che non è facile individuarne gli appartenenti fino a quando non aprono il fuoco su di noi. Indossano abiti civili, organizzano attacchi a sorpresa”. Le elezioni presidenziali che erano state indette per febbraio di quest’anno sono state rimandate ad agosto a causa dell’instabilità del paese.

Il rimpasto governativo dell’ agosto scorso, con la nomina a ministro della gioventù e dello sport del comandante ribelle Armel Ningatoloum Sayo, guida del movimento Rivoluzione e giustizia, rafforza il pensiero che creare un gruppo armato sia la strada più rapida per ottenere un ministero.

I rapporti di Amnesty International e Croce Rossa Internazionale sono drammatici e quotidianamente denunciano atrocità. Joanne Lui, presidente di MSF International, parla deliberatamente di catastrofe di massa. Gli anti-Balakà (dal songo “anti-machete”), invece sono le formazioni in prevalenza cristiane che si sono formate con la dissoluzione dell’esercito centrafricano e si sono opposti agli invasori. Sono composti da ex-unità dell’esercito e dai giovani centrafricani che si sono ribellati alle angherie degli invasori.

Emotion ex-portavoce degli anti-Balakà, spiega: “Il movimento ha una struttura nazionale, al cui vertice siede Edoard Patrice Ngaissona, in funzione di responsabile politico. Il luogotenente Kokaté (ora consigliere del primo ministro, ndr) e il capitano Ngramangu si occupano rispettivamente delle operazioni militari e del coordinamento logistico. Movimenti di autodifesa sono sempre esistiti nella Repubblica Centrafricana. Fanno parte della cultura di questo popolo. Per difendere la popolazione dalle violenze subite durante la presidenza di Djotodia, i giovani hanno deciso di imbracciare le armi e combattere. I Francesi e i Misca (i soldati dell’Unione africana, ndr) sono nostri fratelli, ma non conoscono il paese e non sanno muoversi. Non devono disarmarci, ma permetterci di aiutarli a sconfiggere i Seleka. Abbiamo difeso il paese dalla schiavitù e dalla barbarie dei musulmani ciadiani”.

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Volevano cacciare gli stranieri che hanno invaso il loro territorio, ma hanno finito per mettere in atto una rappresaglia violenta contro la popolazione musulmana del paese. Ora oltre alle morti che seminano per strada gli invasori in fuga, si aggiungono le stragi messe in atto dai nuovi ribelli e molti dei loro leader e dei Seleka sono accusati da numerose organizzazioni per i diritti umani di aver perpetrato crimini contro l’umanità. Diverse fosse comuni sono state scoperte nella periferia delle città. Molti testimoni parlano esecuzioni sommarie, stupri e violenze  contro civili.

I rapporti di Amnesty International e Croce Rossa Internazionale denunciano atrocità quotidiane tali da far presumere che una pulizia etnica ai danni dei musulmani sia in corso. Joanne Lui, presidente di MSF International, parla deliberatamente di catastrofe di massa. Le stime dell’Irin ( l’ agenzia d’informazione che si occupa di crisi umanitarie fondata dall’ONU) aggiornate al 7 gennaio 2015, parlano di 2,7 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria immediata su una popolazione totale di 4,6 milioni. Gli sfollati nel paese sarebbero 538 mila.

LA SITUAZIONE ATTUALE – Secondo gli esperti dell’ONU, il rischio di una somalizzazione del conflitto è molto alto. Questo termine è un neologismo degli anni ’90 (coniato dalla guerra del ‘91 e ancora in atto in Somalia, dovuto all’elevato numero delle parti in causa) con cui si indica uno Stato centrale che ha perso il controllo lasciando libero campo all’anarchia. Lo Stato non garantisce più i servizi essenziali e non controlla più diverse zone importanti del paese. Questo è il drammatico “failed state”, uno stato fallito dove vige la legge della forza e delle armi e le milizie stabiliscono un loro dominio sui territori occupati e vi esercitano la propria sovranità, stabilendo un’economia di guerra che ricorda molto da vicino la situazione durante lo scontro civile che dal 1991 al 2012 imperversò in Sierra Leone, sotto la guida di Foday Sankoh e del suo Fronte Rivoluzionario Unito (Ruf), quando bande armate depredarono il paese massacrando la popolazione.

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Guerrigliero Seleka viene arrestato da un controllo della Miska.

A complicare ulteriormente la scena c’è stata l’implosione del Fronte popolare per la rinascita del Centrafrica (FPRC), che raggruppa i sostenitori dell’ex-Seleka. I Peul (la tribù di pastori nomadi presenti in tutta la fascia del Sahel) e i Goula ora si combattono per i terreni fertili del centro del Paese. I ribelli della fazione FPRC, legata all’ex presidente Michel Djotodia e al suo alleato Nourredine Mahamat Adam, lottano per la secessione e la creazione della Repubblica islamica di Dar al-Kuti, nel Nord del Paese. Sul fronte opposto anche gli Anti-Balakà ora si dividono tra nordisti Gbaya e Yakoma del Sud. I comandanti militari sono in competizione tra loro per strappare la direzione della componente più strutturata, il Coordinamento nazionale dei liberatori con a capo Patrice Edouard Ngaïssona, fuggito all’inizio di febbraio grazie a un’operazione condotta dall’esercito francese e della MISCA che ha portato all’arresto di diversi leader Anti-Balakà, accusati di massacri e furti ai danni della popolazione. Inoltre, il Paese sta diventando una facile preda per tutte le guerriglie operanti nella regione, grazie alla porosità delle sue frontiere e all’assenza di controllo da parte dell’inesistente potere centrale. In questo momento l’Esercito di resistenza del Signore (LRA), movimento ribelle ugandese di Joseph Kony, imperversa in quattro province orientali e collabora con uno dei gruppi ex-Seleka comandato dal colonnello Ahmed Sherif, nella provincia di Mbomou.

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 Soldati dell’Unione Africana entrano a Bangui.

Quella che sta vivendo la Repubblica Centrafricana è una tragedia di proporzioni immani. Difficile pensare a come si possa ristabilire un clima di coabitazione e pacificazione tra tutte le forze in conflitto: la frammentazione delle parti in causa e l’odio etnico finora sprigionato gettano lunghe ombre sul futuro del paese.on ci sono vincitori e neppure vinti in questa guerra come in ogni altra. E la paura e l’abbandono si mischiano con il sangue rappreso dell’ultima vittima nelle strade della capitale Bangui. La strage dei civili non ha fine, mentre le prospettive di una pace sono sempre più lontane (nonostante l’intervento di Francia e Unione Africana) e sul viso della popolazione si legge tutta la sofferenza come una “pallottola” sparata che lascia un buco nel cuore di un paese.

Foto e testi di Marco Napoli fotoreporter della: eikonassociazione.com  

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