L'ultima intervista a Maria CerviTribuno del Popolo
domenica , 17 dicembre 2017
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L’ultima intervista a Maria Cervi

Avevo intervistato Maria Cervi (figlia di Antenore, uno dei sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti nel dicembre 1943) nel giugno del 2007 per una serie di articoli in vista del convegno “Il sapore giovane della resistenza” e ci eravamo lasciati con l’impegno di rivederci in quella occasione (domenica 24 giugno 2007). L’incontro era stato organizzato a Vicenza nell’ambito di Festambiente, ma purtroppo Maria ci aveva lasciato pochi giorni prima della manifestazione vicentina.

Inevitabilmente questa sua testimonianza (forse la sua ultima intervista) ha finito per acquistare un valore particolare.

Qual è, a suo avviso, l’importanza, l’attualità della Resistenza per la democrazia nel nostro paese?

Per me la  Resistenza è ancora, nei fatti, il momento della nascita della Repubblica, della rifondazione democratica. Non sono invece convinta che questa consapevolezza  sia presente in tutta la popolazione. A volte mi sembra venga dato per scontato. Forse non è stato fatto abbastanza per conservare la memoria di quanto è avvenuto. Temo che in questi ultimi sessant’anni ci siamo un po’ “distratti” e ora i risultati si vedono. D’altra parte penso anche che negli ultimi anni (diciamo dal cinquantesimo al sessantesimo della Resistenza) ci sia stata una ripresa, un recupero sia da parte delle istituzioni che dei partiti, della scuola…

Da questo punto di vista, il sacrificio dei fratelli Cervi resta un esempio ancora molto significativo. Ritiene sia importante anche per i giovani?

Parlando con molte delle persone che vengono al museo mi sembra di capire che resta un esempio emblematico. In maggioranza i visitatori sono giovani, soprattutto studenti. Il fatto di voler sapere, visitare la casa, lasciare dei “segnali” esprime interesse, attenzione. Evidentemente  rimane  un segno molto forte. Anche andando in giro per l’Italia in occasione di conferenze o manifestazioni scopro continuamente sale, circoli, scuole …a loro dedicati. Talvolta rimango stupita perché la cosa va ben oltre quello che mi sarei aspettata. Incontro molte persone che conoscono sia i loro nomi che episodi della loro vita, come quello del trattore e del mappamondo…

Ce ne può parlare?

Nel 1939 (io avevo cinque anni) comprarono un trattore, all’epoca un elemento sicuramente innovativo dato che nessuna azienda di piccole dimensioni lo possedeva. Al momento dell’acquisto si fecero regalare un mappamondo, un simbolo di modernità ma anche di cultura, della volontà di scoprire il mondo, gli altri  popoli…E molti mi chiedono “ma dov’è il trattore, dov’è il mappamondo?” con un riferimento preciso, molto diretto. Oggi sono entrambi conservati nel museo gestito dall’”Istituto Nazionale Alcide Cervi”. Il trattore è stato la scelta ultima, preceduta da un lungo percorso di innovazione per adottare sistemi nuovi di coltivazione. Tutta la loro vita era indirizzata in questa direzione. C’era stata, per esempio, la scelta della coltivazione di prato stabile per intensificare la produzione di latte e quindi del parmigiano. Risaliva al 1938 un progetto di abbeveraggio automatico per le mucche. Qui da noi negli anni trenta il pascolo non esisteva più e non c’erano quasi più gli abbeveratoi. L’acqua veniva portata nelle stalle con i secchi, un lavoro assai faticoso. Prima di installare l’abbeveratoio, completarono l’ampliamento delle stalle. Quando nel 1934 (io avevo tre mesi) andammo ad abitare in questa casa dove ora c’è il museo, c’era la possibilità di tenere solo otto capi di bestiame. Nel 1943, al momento del loro arresto, ce n’erano cinquantasei.

Possiamo dire che la famiglia Cervi rappresentava un fattore di discontinuità rispetto alla situazione tradizionale nelle campagne?

Le loro iniziative erano circondate sia da curiosità che da perplessità da parte degli altri contadini. Rientrava nel loro atteggiamento anche la a scelta, nel 1934, di lasciare la mezzadria per diventare affittuari, per avere maggiore libertà. Ritenevano che l’affittuario, una volta pagato l’affitto, fosse più libero di agire, di innovare. Il proprietario di questa casa era un medico condotto che acconsentiva a questi interventi. L’ampliamento delle stalle venne fatto in “acconto d’affitto”.

Contemporaneamente cresceva anche il loro impegno politico. Come ebbe inizio?

La formazione della loro coscienza politica comincia ancor prima del ’34. C’erano dentro di loro questi valori di giustizia sociale, di libertà. Dicevano che non era giusto “se noi stiamo bene e gli altri no”. Naturalmente ci furono alcuni episodi determinanti. Nel ’29 Aldo, mentre era militare, venne ingiustamente condannato a cinque anni di carcere che poi diventarono due anni di confino a Gaeta. Qui avvenne l’incontro, sicuramente importante, con alcuni esponenti politici confinati. Al ritorno di Aldo ci fu un confronto con gli altri fratelli e fu in quel periodo che diventarono comunisti.

Quali erano i valori della famiglia Cervi?

Era una famiglia di cattolici praticanti e alcuni di loro cominciarono a chiedersi come portare avanti quei valori, con coerenza. Un altro momento importante risale al 1936 quando Ferdinando venne richiamato dall’esercito per andare in Africa. La nostra famiglia non era d’accordo, dato che non riteneva giusto andare a combattere contro un altro popolo. Da parte di Ferdinando ci fu anche un intenso confronto con il suo confessore, in chiesa. Lo zio non si lasciò convincere e infatti non andò in guerra. Con questi avvenimenti comincia la loro ribellione al fascismo, ma soprattutto lo studio, l’elaborazione…Il nonno (“papà Cervi” nda) diceva che “loro non erano cambiati, avevano solo cambiato strada”. Forse pensavano che certi valori non erano abbastanza difesi. Talvolta è necessario anche qualche sacrificio, come appunto con la Resistenza, un maggiore impegno per la Pace, la libertà, soprattutto per la democrazia. Questi principi non devono ridursi a dei “piccoli monumenti” belli e importanti; devono anche essere vissuti, messi in pratica. Mi è piaciuto il messaggio del presidente della Repubblica a capodanno. Parlando della partecipazione ha citato Giacomo Olivi, un partigiano fucilato a Modena nel ’44, quando scrisse “Non dite di essere stanchi”. E’ un richiamo che porto sempre con me  e, quando posso, cerco di trasmetterlo, soprattutto ai giovani. In fondo è lo stesso messaggio di don  Milani quando diceva “mi riguarda, me ne devo occupare”. Ecco, forse oggi è questo l’aspetto più preoccupante: il distacco, l’indifferenza, la mancanza di prospettiva.

Ha parlato di “papà Cervi”. Cosa ricorda dei suoi nonni?

Il nonno era iscritto al Partito popolare dal 1924. Al museo abbiamo conservato la sua tessera firmata da don Luigi Sturzo. Alla fine i valori guida erano gli stessi. C’è chi ha creduto di continuare a difenderli in un modo e chi ne ha cercato un’ altra strada. E’ significativo poi che le “due strade” si siano ritrovate nella Resistenza. Anche mia nonna Genoeffa è morta cattolica praticante, nell’ottobre 1944, dieci mesi dopo la fucilazione dei suoi figli. E anche lei aveva avuto i suoi “momenti di ribellione”. Si era appena sposata e nella stanza dove dormivano, pioveva regolarmente dal tetto in cattive condizioni. Lei, per quanto timorosa, aveva chiesto invano al padrone di ripararlo. Allora ha fatto un bel buco nel pavimento, in modo che l’acqua cadesse proprio sul letto dei padroni che dormivano nella stanza sottostante. Naturalmente il tetto venne riparato prontamente. Mia nonna non ha neanche voluto dare “l’oro e il rame per la Patria” come chiedeva Mussolini. Diceva che “non è giusto dar via la fede che mi ha donato mio marito”. C’era quindi questo senso innato della giustizia da cui non ci deve discostare.

Gianni Sartori

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2 commenti

  1. ALPAGO RESISTENTE
    (Gianni Sartori)

    Dalla chiesa di Montanès (provincia di Belluno), dedicata a San Martino, si domina il Lago di Santa Croce. Lo sguardo si spinge dal Cansiglio al Col Visentin e alle dolomitiche pareti della Schiara.
    In lontananza si distinguono il Grappa e l’Altopiano di Asiago dove “Piccoli maestri” partigiani scrissero altre pagine significative.
    Tra il ’43 e il ’45 molte furono le vicende di questa conca verde circondata dalle cime suggestive di Col Nudo, Teverone, Crep Nudo, Antander, Messer…
    Su alcuni episodi della Resistenza in Alpago ero stato informato dal compianto Luigi De Min di Lamosano, comandante di un battaglione della Brigata Fratelli Bandiera, nome di battaglia “Squalo” per il servizio militare svolto in Marina, nei sommergibili.
    Altre notizie le avevo poi avute da Nino De Marchi (il comandante “Rolando”), autore del libro “Memorie 1943-1945”.
    Per saperne di più avevo poi incontrato Carlo Barattin, classe 1925, di Montanès.
    “Nel 1943 –mi spiegava- anche noi dell’Alpago siamo stati annessi alla “Grande Germania” del Reich, come l’intera provincia di Belluno insieme a quelle di Bolzano, di Trento e al Friuli Venezia Giulia. Era il territorio dell’Alpenvorland, governato direttamente dai tedeschi”.
    Proprio riferendosi a questo evento Nino de Marchi affermava che “la nostra lotta fu, senza dubbio, guerra di liberazione ed anche di indipendenza”.
    Racconta Carlo Barattin: “Personalmente ero già stato alla visita di leva italiana, ma nel novembre ’43 venni richiamato dai tedeschi. A Montanès eravamo in 8 del ’25 e in un primo momento non ci presentammo. Poi, minacciati dal Podestà (sosteneva che in tutto l’Alpago solo noi non ci eravamo presentati), andammo a Puos per la visita. Ripensandoci è stato un errore. Da quel momento avevano nomi e cognomi precisi di ogni renitente e se ti prendevano eri spacciato”.
    La cartolina arrivò dopo quindici giorni e “noi abbiamo preso la corriera verso Ponte nelle Alpi. D’accordo con l’autista siamo scesi in una zona disabitata e per due mesi siamo rimasti nascosti nei boschi”.
    A questo punto il gruppo di renitenti decise di integrarsi nella Resistenza, alcuni in Cansiglio, altri in Alpago. Qui operava la Brigata Fratelli Bandiera comandata da Nino De Marchi, ex ufficiale di Artiglieria Alpina. In seguito De Marchi doveva diventare il comandante della Brigata Nino Bixio. Nella piana del Cansiglio si era insediato il Comando di Divisione Nino Nanetti (dedicata ad un esponente delle Brigate Internazionali caduto, con il grado di generale, sul fronte basco al comando di una divisione dell’Esercito popolare) che comprendeva le brigate del Gruppo Vittorio Veneto: Cairoli, Fratelli Bandiera, Bixio (con i battaglioni Manara, Nievo e Manin) oltre alle brigate Mazzini, Tollot e Piave.
    “Ad un certo punto –continua Carlo Barattin- ci siano spostati a Pian Cajada, sopra Longarone e Fortogna, dietro il monte Serva. Poi siamo andati alle casere Stabali, sotto al Monte Dolada e al Col Mat, verso Venal di Montanes. Con noi c’era anche il comando del CLN. Ricordo che con Giorgio Betiol e Attilio Tissi dovevamo fare la guardia ad un gruppo di tedeschi. Grazie al parroco di Padola, don Weiss, organizzammo uno scambio di prigionieri alle “paludi”, vicino al canale sotto Tignes. Noi abbiamo consegnato otto tedeschi e contemporaneamente, in base all’accordo, a Bolzano venivano liberati alcuni prigionieri dal campo di concentramento”.
    Naturalmente nel gruppo dei giovani partigiani “c’era un po’ di paura. Noi eravamo in quattro (più il parroco) con otto prigionieri. Di fronte, in mezzo alla strada, c’era un maresciallo tedesco con quattro soldati”. Carlo ricorda che in quel periodo vennero attaccati il presidio di Puos, quello di Bastia e di Santa Croce. Una volta un attacco è fallito perché “dovevamo attraversare un ghiaione e il rumore dei sassi che cadevano ha messo in allarme i nemici che hanno cominciato a sparare”.

    Un evento particolare nella storia dell’Alpago è rappresentato dall’arrivo del maggiore Harold William Tilman. Del mitico comandante della missione alleata Beriwind, conosciuta come Simia, mi avevano parlato sia Luigi De Min che Nino De Marchi.
    Nato nel 1898, Tilman,noto alpinista-esploratore con esperienze himalaiane, viene ricordato per la prima ascensione del Nanda Devi nel 1936, all’epoca la più alta vetta mai raggiunta. Al suo attivo scalate sui monti Kenya, Ruwenzori. Kilimanjaro e in Patagonia, oltre a tre tentativi sull’Everest.
    In Alpago e Cansiglio Tilman manteneva i collegamenti con le truppe sbarcate nel sud d’Italia e garantiva la possibilità di ricevere rifornimenti paracadutati dagli aerei.
    Carlo fece parte del gruppo incaricato di incontrare Tilman (arrivato a piedi dall’Altopiano di Asiago dove era stato paracadutato pochi giorni prima) e di portarlo in Alpago.
    “Siamo andati a prenderlo sul Piave, nella zona tra Castion e Sagrogna, nel maggio del 1944, di notte. Durante il ritorno, eravamo appena arrivati a Puos e ci eravamo fermati per riposare, è iniziato l’attacco di un altro gruppo di partigiani al presidio. Naturalmente siamo ripartiti immediatamente”.
    Tilman rimase a lungo con il gruppo di Carlo esplorando le vette circostanti. In particolare “cercava un passaggio da utilizzare per sfuggire ai rastrellamenti raggiungendo Cimolais e la valle del torrente Cellina (in Friuli) attraverso i monti”. Spesso queste esplorazioni si concludevano in piena notte. Del maggiore ricorda anche che “in pieno inverno scendeva dal Col Nudo (quota 2471) e per lavarsi si tuffava nell’acqua gelida”.
    Tilman “riceveva e trasmetteva in codice, senza che neppure il marconista, un toscano, potesse comprendere. L’interprete era un tenente di artiglieria di Trento”.
    Ai partigiani era affidato il compito di recuperare i piloti inglesi e americani colpiti dai tedeschi. Racconta che “ne avevamo sempre una dozzina nascosti. Una volta in Cansiglio cadde una fortezza volante; tre piloti morirono, ma altri tre sopravvissero. Tra questi c’era un capitano di nome Tom”. A Montanès si ricordano anche di un certo “Tech”. Rimasero tutti nascosti per mesi nelle casere sopra il paese.
    “Un altro pilota –prosegue Carlo- lo abbiamo recuperato in Fadalto, vicino al Lago di Santa Croce. La vita non era facile. C’era poco da mangiare e non era semplice procurarsi del cibo”.
    Inizialmente i paracadute venivano bruciati “poi li usammo per fare delle camicie”.
    Ogni tanto “i piloti sparivano. Tilman trovava il modo di mandarli verso Venezia, verso Trieste, verso il mare…dove venivano recuperati”. E’ significativo che dopo la guerra alcune famiglie di Montanès abbiano avuto un riconoscimento benemerito dalla RAF.
    Bisognava inoltre recuperare il materiale paracadutato dagli aerei. I “lanci” avvenivano soprattutto in Cansiglio e Pian Cavallo, dove era facile nascondere le armi e i viveri nelle numerose cavità naturali.
    Luigi De Min mi aveva raccontato di quando con Tilman aveva risalito il Venal di Montanès fino al Passo di Valbona, tra il Col Nudo e la Cima della Pala del Castello per poi inoltrarsi lungo il sentiero impervio delle Landres Negres, già nel Friuli. Al ritorno il maggiore si levò il giubbotto e con quello scese per il ripido pendio ricoperto di neve “come se fosse sopra ad uno slittino”.
    Ma anche i tedeschi erano alla ricerca del passaggio.“Una volta –racconta il nostro interlocutore-prelevarono alcune persone a Montanès tentando di raggiungere il Passo di Valbona con i muli”. Sembra che siano riusciti ad “arrivare fino a Claut, forse a Barcis. Uno dei sequestrati è riuscito a scappare: gli altri due poi sono stati rilasciati…era solo un giro di esplorazione”.
    Ben più grave quella che accadde durante un rastrellamento quando “i tedeschi arrivarono da Farra, mentre il nostro gruppo si trovava a Col Indes (sopra Tambre). Il primo morto lo hanno fatto a Sant’Anna dove allora c’era soltanto la malga”. Era l’epoca dei grandi rastrellamenti che colpirono anche sulle montagne vicentine: dalla valle di Posina (in agosto, Malga Zonta), all’Altopiano (ne parla Meneghello in “Piccoli maestri”), al Grappa. Poi, in settembre, toccò al Cansiglio e all’Alpago. Durante il rastrellamento del settembre 1944 i tedeschi “hanno ucciso anche alcuni malgari in Val Salatis, la valle che risale verso il Monte Cavallo. A Spert i partigiani catturati e uccisi sono stati appesi ai ganci, esposti come in una macelleria”.
    Carlo ricorda con commozione anche un’altra vittima dei nazifascismi, il “Comandante Zero”, originario da Soccher, del battaglione Piave. Era stato fatto prigioniero e avrebbe dovuto portare i soldati in Venal di Montanès, alle casere Stabali dove erano nascosti i partigiani e il comando del CLN. Finse di sbagliar strada portandoli in Venal di Funès, sull’altro versante del Teverone. Naturalmente “quando si resero conto di essere stati ingannati i tedeschi lo ammazzarono. Il corpo del comandante Zero venne ritrovato nei boschi da Tilman, vicino alla Crosetta. Noi pensavamo che dopo la cattura fosse stato deportato. Con il suo sacrificio –sottolinea – ha salvato una cinquantina di persone, tutte quelle che in quel momento si trovavano a Stabali”.
    E prosegue ricordando che “nel gennaio del 1945 da Tambre vennero deportate una cinquantina di persone, in maggioranza renitenti. Alcuni finirono a Mathausen e solo tre o quattro ritornarono a casa. Uno in particolare ritornò distrutto psicologicamente. Nel campo di concentramento era stato costretto a bruciare i cadaveri dei suoi compagni”.
    Il 20 febbraio alla casera di Montanès venne ucciso Vittorio Barattin (nome di battaglia Faè) un partigiano amico e coetaneo di Carlo. L’episodio è stato raccontato anche da Nino De Marchi. In quel momento il comandante partigiano si trovava proprio a Montanes dove era stato mandato per riorganizzare la sua vecchia brigata, la “Fratelli Bandiera”.
    “Quel giorno a Montanès i tedeschi avevano rinchiuso nelle stalle una trentina di civili che sicuramente sarebbero stati uccisi per rappresaglia se ci fosse stato uno scontro a fuoco, se Nino avesse tentato di sganciarsi combattendo”. Invece il “comandante Rolando”, rischiando di essere catturato, riuscì a restare nascosto durante il rastrellamento e le perquisizioni. Alla fine i tedeschi se ne andarono senza distruggere il paese.
    Lorenzo Barattin, anche lui del ’25, ricorda che “la sera prima avevo dormito nella casera di Montanès con mio fratello e con Vittorio , ma per ben tre volte avevo fatto un sogno angoscioso. Entrava nella casera un cacciatore e si metteva a dormire vicino a noi. Sempre lo stesso sogno per tre volte. Ne parlai con mio fratello e decidemmo di traslocare”. Invece Vittorio aveva incontrato in paese alcuni partigiani e rimase con loro nella casera. “Morì –racconta-per una pallottola che entrò dalla spalla e forò il polmone”.
    Finita la guerra, nonostante avessero partecipato alla Resistenza (“pagando il prezzo del biglietto di ritorno alla democrazia”) Carlo, Lorenzo e altri partigiani dell’Alpago furono obbligati a fare anche il militare. Poi se ne andarono a lavorare in Svizzera, in Francia o in Belgio.
    Quanto a Tilman, l’ultima immagine che Carlo conserva è quella del maggiore mentre sale su una jeep americana a “la Secca”, sulla strada che collega Vittorio Veneto a Ponte nelle Alpi. La sua vita avventurosa si concluse nel 1977 quando, navigando verso le isole Falkland, scomparve misteriosamente nell’Oceano Atlantico.
    Gianni Sartori

  2. BIODIVERSITA’ A RISCHIO NEL VICENTINO
    Tempi duri per la biodiversità anche nel Basso vicentino, il territorio a sud di Vicenza, Colli Berici compresi. All’orizzonte si intravedono ulteriori devastanti escavazioni e cementificazioni. La A31 (Valdastico Sud), infilandosi tra le colline di Monticello, Albettone, Lovolo e Lovertino potrebbe rappresentare il colpo di grazia.
    Le piccole alture costituiscono (o meglio, costituivano) il trait d’union, un vero cordone ombelicale di reciproca “contaminazione” naturalistica tra due aree geologicamente diverse, i vulcanici Euganei (padovani) e i carsici Berici (vicentini). A questo punto preoccupano soprattutto gli effetti collaterali: nuove zone industriali, caselli, svincoli, cavalcavia, raccordi stradali, il poligono di tiro ad Albettone e la prospettiva di circa 200 campi (600mila metri quadri) divorati dal progetto Despar ai Casoni di Ponte di Lumignano. Chi si permette di contestare, viene definito “talebano ambientalista” dalla stampa locale. Oppure, più benevolmente, tacciato di “romanticismo bucolico”.
    In base al piano territoriale regionale, un’area di due chilometri di raggio attorno ai caselli verrebbe considerata “zona speciale” e quindi cementificabile senza possibilità di opporsi da parte di comuni, cittadini e comitati. Forse bisognava pensarci prima. Ricordo che il convegno di tre giorni contro la nuova autostrada, organizzato da alcuni ambientalisti a Cà Brusà nel 2006, vide una significativa partecipazione di comitati provenienti da ogni parte della penisola (No Tav, No Mose, No Ponte di Messina) accogliendo anche i primi vagiti del No Dal Molin, ma venne ampiamente ignorato dagli indigeni.
    Anche se finora la cosa sembra passare inosservata, dall’alto il tracciato dell’autostrada suggerisce un suo possibile utilizzo militare. La nuova base statunitense al Dal Molin (denominata “Ederle 2”) sarà ottimamente servita dalla preesistente Valdastico Nord, così come la vecchia “Ederle 1” si trova in prossimità del casello di Vicenza est. Restava un po’ defilata la base sotterranea “Pluto” di Longare, ma con il nuovo tratto è previsto un casello. Ben servito dall’A31 (con relativo casello) anche il nuovo poligono ad Albettone. Resta la “Fontega” (altra base sotterranea nei pressi del Tormeno), ma prima o poi, temo, si provvederà.
    Senza dimenticare le voci ricorrenti di un “villaggio americano” a Nanto (in posizione strategica) e la presenza, poco lontano da dove l’autostrada finisce a sud, di una base militare dismessa. Almeno per ora.

    Questo per quanto riguarda i guasti a livello macro. Ma anche nel micro non si scherza. E le colline del Basso vicentino, da questo punto di vista, rischiano molto in quanto ricche di habitat di piccole dimensioni (pareti, grotte, scaranti, prati aridi. lago di Fimon etc.)
    Insieme alla A31 procede infatti la contemporanea opera di “valorizzazione ambientale” di alcune zone dei Colli Berici. Un premio di consolazione per consentire ai cittadini fugaci visite guidate nei siti naturali superstiti? Una valvola di sfogo per gli sportivi o l’equivalente di una tisana sedativa per i contemplativi? Purtroppo l’esperienza insegna che l’uso consumista e vacanziero di una “natura” spettacolarizzata e addomesticata risulta complementare e funzionale al saccheggio del territorio.
    Alcuni interventi della Provincia (in mano al Pdl e alla Lega nord) al lago di Fimon, anche se teoricamente all’insegna della biodiversità (una formula utilizzata per usufruire di finanziamenti dell’Unione europea), sembrano aver prodotto effetti di segno opposto. Parcheggi, chioschi, imbarcaderi, moli per le gare di pesca, megapontile, presenza eccessiva di natanti e lo smembramento del canneto, non sembrano aver entusiasmato più di tanto gli uccelli che frequentavano lo specchio d’acqua. Sarebbero praticamente scomparse due specie in passato nidificanti: tarabusino e pendolino. Rarefazione di altre abitualmente svernanti nel lago, come la folaga. Un ambiente naturale dal fragile equilibrio è stato trasformato in località turistica e ricreativa.
    Altri esempi tra le soleggiate scogliere di Lumignano e i covoli di Castegnero. Qui le attività ludiche degli scanzonati free climber (sostenuti anche dal CAI vicentino che sulla rivista “Piccole Dolomiti” ha pubblicato regolarmente articoli sulle nuove vie aperte a forza di trapano) hanno provocato la distruzione di concrezioni e stalattiti (v. sul Broion) e una riduzione della flora caratteristica delle rupi e dei covoli (Galium lucidum. Athamanta turbith, Pistacia Terebinthus, Eucladium verticillatum, Saxifraga berica, Campanula carnica etc). Intere pareti sono state ricoperte, “crocefisse”, dai chiodi a pressione piantati da queste caricature frustrate (e altrettanto alienate) dei rampanti social climber. Senza nemmeno rendersi conto di alimentare ulteriormente tutti i guasti del loro mondo artificiale e di trovarsi così sempre più separati dal mondo reale, dalla biosfera pulsante e indomita (parafrasando G. Debord). Potenza colonizzatrice della società mercantile! (v. “La società dello spettacolo” di Guy Debord, cap. I, “versetto” 33. *
    La possibilità di arrampicare in ogni periodo dell’anno (epoca delle nidificazioni compresa, nonostante si parli di “autoregolamentazione”) ha determinato la scomparsa della rondine rossiccia dai covoli di Castegnero, del falco pellegrino dal Broion e del corvo imperiale (in passato era presente almeno una coppia, anche se solitamente vive in montagna). Sempre più raro il picchio muraiolo che qui svernava regolarmente fino a qualche anno fa. Nel gennaiodi tre anni fa anche nella zona tra Nanto e Mossano, dove l’ambiente conservava una sua integrità consentendo addirittura la nidificazione (temo l’ultima) di una rondine rossiccia, , la vegetazione è stata estirpata per rendere accessibili alcuni covoli e piccole pareti. Responsabili dell’atto vandalico alcuni rocciatori vicentini (soci Cai, colti sul fatto dal sottoscritto e pesantemente redarguiti) alla ricerca di un nuovo parco-giochi, di una caricatura delle nude e spoglie pareti dolomitiche. Va anche ricordato che le zone rocciose esposte a sud, anticamente una barriera corallina, permettono una nidificazione precoce a uccelli che in seguito nidificano nuovamente tra il fogliame degli alberi. I mitici “merli sengiari”, soprattutto nella zona di Mossano fanno il primo nido tra gli arbusti e i rovi a ridosso delle cengie, dove si riscontra un microclima più mite. Esposte al sole durante il giorno, le rocce mantengono una temperatura che permette la nidificazione, la cova e la schiusa della uova anche in febbraio. Ovviamente se la vegetazione viene estirpata questo non è più possibile.
    Altro habitat in via di devastazione, la dolina di San Rocco (divenuta una cava nel dopoguerra), tra Val Bugano e Val Cumana. Negli ultimi 30 anni, dopo la fine degli scavi, si era ampiamente autovalorizzata dal punto di vista naturalistico (e senza nemmeno ricorrere ai fondi europei). Una folta vegetazione forniva rifugio a tassi, lepri, ricci, ghiri, colubri e ad una varietà di uccelli (come il picchio verde) diventati sempre più rari in questa provincia fortemente antropizzata, disboscata e cementificata.
    Nonostante qualche inascoltato appello dei soliti “fanatici protezionisti”, tra la fine di marzo e i primi di aprile del 2011 sono arrivate le ruspe. Alberi sradicati a decine (in periodo di nidificazione!). Trasformarla in parco tematico o area attrezzata per un’”educazione ambientale” addomesticata (come vorrebbe fare la solita Provincia) porterà soltanto ad un impoverimento, sia per la flora che per la fauna. Lasciarla com’era sarebbe stato un gesto di rispetto per l’ambiente e la biodiversità. Ma nemmeno in questo caso si è voluto rinunciare alla trasformazione violenta della natura in “merce spettacolare”.
    Gianni Sartori

    n.d.a. Si raccomanda l’edizione Vallecchi del 1979, con la traduzione di Paolo Salvadori, approvata dallo stesso Debord.

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