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sabato , 25 marzo 2017
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L’umanità diventi consapevole della necessità della pace mondiale

È questo l’eloquente titolo dell’intervento della compagna Socorro Gomes, presidente del Consiglio Mondiale della Pace, che ha partecipato alla 19ª Conferenza Rosa Luxemburg (Berlino, 11 gennaio 2014).

Traduzione di Milena Fiore per Marx21.it

Organizzata dai movimenti pacifisti e da altri movimenti sociali tedeschi, a cui hanno preso parte tra gli altri Denis Goldberg, attivista per i diritti sociali e compagno di lotta dell’ex presidente Nelson Mandela, Michel Chossudovsky, l’ex il Ministro degli Affari Esteri jugoslavo Ivan Jovanovic, Bernd Riexinge, esponente del Partito della Sinistra tedesca (Die Linke), Monty Schädel, leader dell’Associazione tedesca per la Pace, e Jamal Hart, fratello del giornalista detenuto politico statunitense Mumia Abu-Jamal che ha letto un messaggio indirizzato alla conferenza.

L’intervento della compagna Gomes è un appello alla mobilitazione contro il militarismo, i piani aggressivi ed espansionistici dell’imperialismo e le tendenze alla guerra che, in corrispondenza con l’aggravarsi della crisi economica, si fanno sempre più preoccupanti

La costruzione di una lotta di massa è nella nostra epoca particolarmente complessa, poiché – come ha affermato Socorro – “riflette la complessità del mondo contemporaneo, i cambiamenti nella relazioni delle forze politiche suscitati dai cambiamenti geopolitici degli ultimi due decenni. Riflette anche i cambiamenti sociali ed economici, lo sviluppo delle forze produttive e i nuovi fenomeni della società contemporanea.”

Allo stesso tempo si estende il campo delle forze sociali e dei popoli colpiti dalle politiche imperialistiche. L’insieme di queste due condizioni rende necessaria e possibile una lotta per la pace vasta e unitaria che coinvolga sul piano internazionale interi paesi e popoli e settori sempre più vasti della società.

Segue il testo integrale della dichiarazione di Socorro Gomes:

Compagne e compagni, signore e signori,

Quest’anno ricorre il centenario di uno dei più sanguinosi conflitti militari della storia, che ha fatto pagare un altissimo prezzo all’Umanità. Cento anni fa, il 31 luglio 1914, è stata dichiarata la Prima guerra mondiale, una carneficina che ha provocato la morte di circa 10 milioni di persone, un numero triplo di feriti, e ha generato un grande danno economico, con la devastazione dei campi e la distruzione delle industrie. In Germania, due grandi rivoluzionari ebbero il coraggio di denunciare la guerra e si rifiutarono di sostenerla. Erano Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.

Per Rosa, la Prima guerra mondiale fu il risultato di un conflitto interimperialisticico, che poteva portare a due risultati diversi: la fine del capitalismo o la regressione della civiltà umana, per cui divenne famosa la sua frase: “socialismo o barbarie”.

Quella guerra fu la conseguenza dei gravi problemi economici, sociali e geopolitici nelle principali nazioni europee, in un’epoca in cui il capitalismo raggiungeva una nuova fase, l’imperialismo, caratterizzato dal capitalismo monopolistico, dal dominio del capitale finanziario, dall’esportazione di capitali, dal saccheggio di materie prime, dall’accaparramento dei mercati, da una sempre più intensa concorrenza e da una lotta feroce tra le potenze politiche e militari per la spartizione del mondo.

Le classi dominanti dell’epoca, a fronte di diversi nazionalismi, competevano per il dominio delle risorse, dei mari, dei continenti e dei popoli del pianeta.

Più i paesi  europei erano industrializzati, più forte era la lotta tra loro, non solo per il dominio dell’Europa, ma anche per modernizzare le proprie economie a scapito delle altre nazioni.

Una competizione feroce per le fonti di materie prime e il mercato mondiale ha portato i paesi imperialisti a investire ingenti risorse nella tecnologia di guerra e nella produzione di armi, costruendo così potenti eserciti. Queste potenze svilupparono le cosiddette politiche delle alleanze, la diplomazia segreta e firmarono trattati politici e militari che divisero i paesi in blocchi. La divisione vedeva da un lato la Germania, l’Italia e l’Impero Austro-ungarico, che formavano un primo blocco, e un altro blocco fra Inghilterra, Francia e Russia, che crearono la Triplice Intesa.

“Lottare  per la pace è la più sacra delle lotte”, disse Jean Jaurés, uno dei leader più vivaci del movimento per la pace del 20esimo secolo, assassinato il giorno stesso in cui fu dichiarata la Prima guerra mondiale. Ricordando la sua azione pacifista e il suo martirio nel preludio dello scoppio della Prima guerra mondiale, riaffermiamo il nostro impegno e la nostra concezione quanto alla priorità di questa lotta per il destino dell’umanità.

Incessantemente, come Consiglio Mondiale della Pace e organizzazioni affiliate, sommiamo i nostri sforzi – e dobbiamo farlo sempre di più – a quelli di tutte le donne e gli uomini progressisti, di tutti gli attivisti sociali e politici nel condannare gli atti di guerra, interventismo, gli attacchi, l’uso della forza, il militarismo, le alleanze politiche tra paesi imperialistici contro le nazioni più deboli. Siamo solidali con i popoli e le nazioni attaccate, difendiamo la cooperazione internazionale, l’autodeterminazione dei popoli, il principio della sovranità nazionale e del non-intervento, la risoluzione pacifica dei conflitti e delle differenze tra gli Stati e l’esercizio di un ruolo attivo in questa direzione da parte di istituzioni internazionali credibili, democratiche, multilaterali e veramente legate al diritto internazionale.

Non illudiamoci, però. La vera pace non sarà raggiunta, finché perdureranno le relazioni di dominio e di oppressione, di classi e tra nazioni, finché vivrà e crescerà il sistema imperialista, che impone relazioni sociali ed economiche ingiuste, come politiche basate sulla forze e sulle aggressioni. La pace può solo prendere forma solo con la vittoria della lotta dei popoli di tutto il mondo un nuovo ordine politico, economico e sociale con caratteri profondamente diversi da quelli oggi prevalenti, ossia con la costruzione di una nuova società.

L’esperienza storica, non solo della Prima guerra mondiale che ho citato qui, ma anche della Seconda guerra mondiale, scoppiata pure in un contesto di conflitti interimperialistici e nel tentativo di distruggere il socialismo in Unione Sovietica, dimostra che le guerre non sono frutto del caso o della decisione personale di presidenti, generali, sovrani e dittatori.

Le guerre derivano dallo sviluppo di leggi economiche e sociali oggettive, sono un fenomeno connesso con l’imperialismo. Tuttavia, non siamo fatalisti. La guerra non è inevitabile, nonostante le tendenze aggressive delle potenze imperialiste. È possibile invertire il corso degli eventi ed evitare tragedie ulteriori se i lavoratori e i popoli lotteranno per i propri diritti, per l’autodeterminazione e la pace, e quindi impediranno il concretizzarsi dei piani imperialisti.

La dominazione imperialista, volta a ottenere il massimo profitto a favore dei monopoli e dell’oligarchia finanziaria, comporta necessariamente l’uso della forza bruta, la conquista di nuovi territori, fonti di materie prime e mercati per l’esportazione di capitali e merci. Nell’epoca dell’imperialismo, dopo che le grandi potenze capitaliste si sono divise tra loro il dominio del mondo, qualsiasi modifica dei rapporti di forze tra loro porta alla lotta per una nuova spartizione del mondo, che in genere produce la guerra.

Compagne e compagni, signore e signori,

Il mondo di oggi vive una situazione completamente diversa dai periodi della prima e della seconda guerra mondiale, ma l’essenza dell’imperialismo non cambia.

L’attuale congiuntura internazionale è fortemente segnata da una profonda crisi economica, che mette in evidenza la natura predatrice e oppressiva del sistema capitalista-imperialista.

La grande borghesia monopolistica-finanziaria e governi al suo servizio muovono una brutale offensiva  contro i diritti dei lavoratori e dei popoli e saccheggiano  sfrenato della ricchezza dei paesi.

La crisi ha dei costi inestimabili per le masse, il cui tenore di vita e i cui diritti vengono attaccati. La disoccupazione, la fame e la miseria rappresentano uno scenario dantesco nei paesi capitalistici sviluppati o meno.

La crisi rende più acute le contraddizioni e la lotta tra le potenze imperialiste per i mercati, le materie prime, il controllo dei mari e degli oceani e delle regioni strategiche, che può essere ottenuto solo con l’aumento del militarismo, con la moltiplicazione delle basi militari, con gli interventi e gli atti di aggressione contro paesi e popoli sovrani. In questo contesto, è fondamentale notare che la crisi del sistema capitalista-imperialista aumenta il rischio di guerra, sia di guerre locali, sia di scontri su più vasta scala.

Compagne e compagni, signore e signori,

le minacce alla pace mondiale e all’autodeterminazione dei popoli provengono da una offensiva imperialista, militarista e antidemocratica brutale condotta dall’imperialismo degli Stati Uniti e di altre potenze, in particolare quelle che egemonizzano l’Unione europea e compongono la NATO.

Ci sono molte componenti di questa offensiva, così come sono diversi i focolai di guerra.

Esattamente tre anni fa, una coalizione di potenze imperialiste ha attaccato la Libia con il pretesto della democratizzazione del paese. Nuovi conflitti sono sorti nella regione a seguito della disgregazione causata dall’intervento in Libia, che, a sua volta, viene utilizzata come pretesto per nuovi interventi nel nord-ovest dell’Africa. Nel contesto dell’apertura di questi nuovi fronti di guerra in Africa, i paesi imperialisti sono impegnati nella creazione di AFRICOM, il Comando Africano per coordinare le ingerenze e le aggressioni militari.

La situazione in Medio Oriente continua a essere il principale obiettivo della strategia militarista e interventista degli Stati Uniti. Un bilancio dei principali problemi del Medio Oriente include, inevitabilmente, il ruolo di questa potenza come responsabile per le violenze e l’instabilità nella regione.

Continua il genocidio perpetrato dai sionisti israeliani contro il popolo martire della Palestina, vittima della lunga occupazione. Persiste l’aggressione imperialista contro la Siria, destabilizzando e alimentando il pericolo di un conflitto in tutta la regione; prosegue di fatto l’occupazione dell’Iraq, ora lacerata da un terribile guerra civile; l’Afghanistan e l’Iran continuano a essere sotto i riflettori dell’imperialismo.

Nel conflitto tra Israele e i palestinesi, nell’accordo nucleare con l’Iran, nel conflitto in Siria e nell’uso di droni per gli attacchi in Asia centrale, gli Stati Uniti sono attivamente coinvolti nelle questioni di maggiore rilevanza nella regione, giocando sempre un ruolo interventista e schierandosi sempre contro gli interessi dei popoli.

L’instabilità che domina la regione è chiaramente determinata dalle relazioni statunitensi, attraverso la loro alleanza incrollabile col sionismo e lo Stato aggressivo di Israele, così come con le monarchie autocratiche della regione, tra cui l’Arabia Saudita.

In Afghanistan, più di un decennio è passato dall’invasione criminale guidata dal governo dell’ex presidente George W. Bush.

La smilitarizzazione e l’indipendenza afghana sono le condizioni fondamentali per lo sviluppo di questo paese centro-asiatico. Il paese sta vivendo una situazione di estrema povertà e vulnerabilità. Eppure, gli Stati Uniti fanno pressione sul governo afghano per mantenere le loro truppe nel Paese oltre il 2014, termine concordato per il ritiro completo, al punto che il presidente del paese, Hamid Karzai, certo non sospetto di essere anti-imperialista, ha detto che gli Stati Uniti hanno atteggiamento colonialista.

In Egitto, le forze armate sono tornate al potere. La relazione delle classi dominanti egiziana con gli Stati Uniti, malgrado le contraddizioni, è un’eredità dagli accordi di Camp David del 1970, con Israele, che assicurarono all’Egitto il miliardario bilancio militare annuale degli Stati Uniti. Nelle prossime settimane, l’attuazione di un referendum per approvare la Costituzione – redatta da una commissione del governo ad interim, sostenuto dall’esercito – avrà ancora molti ostacoli da superare.

La dominazione e la spartizione colonialista in tutta la regione hanno lasciato segni profondi e hanno fatto sì che le divisioni settarie prevalessero, politicamente manipolate e strumentalizzate dalle potenze. L’amministrazione del presidente Barack Obama segue la tradizione, la lunga scia dell’ingerenza politica, “sottile” o aggressiva, che era stata intensificata dal presidente George W. Bush nella sua “guerra contro il terrorismo”.

Obama è stato attivamente impegnato nelle sanzioni contro l’Iran – una politica iniziata nel 1979, quando la Rivoluzione islamica rovesciò la monarchia autocratica sostenuto dagli Stati Uniti – e nel provocare un intervento militare contro la Siria, entrambe operazioni miseramente fallite, ma che hanno segnato un periodo importante dell’anno scorso. Obama rimase isolato mentre invocava un intervento militare in Siria, come i suoi sostenitori, il Regno Unito e la Francia; l’intervento militare è stato impedito dai loro stessi Parlamenti e dalle proteste civili, cui si sono aggiunte potenze come la Russia e la Cina che hanno esercitato pressione politica e diplomatica.

È stato in questo contesto che tanto nella questione del conflitto siriano quanto nel programma nucleare iraniano, il presidente degli Stati Uniti è stato costretto a sedersi al tavolo dei negoziati.

In Siria, come in Libano, le tensioni etniche sono intensificate. Diventa sempre più evidente che i conflitti armati sono qualcosa di costruito dall’esterno, da molti attori: gli Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Israele. L’ingerenza straniera nel paese è evidente su più fronti: politico, militare, finanziario e dei media.

La manipolazione delle informazioni, l’invio di mercenari, armi ed estremisti religiosi sono le strategie più evidenti, ma lo diventano ancora di più con l’aggressività dei discorsi di Obama e dei capi di Stato di Regno Unito e Francia e dei rappresentanti della monarchia saudita e del sionismo.

L’evento non ancora chiarito dell’attacco chimico nella regione di Ghutta, vicino a Damasco, che ha ucciso numerosi civili, sembrava il pretesto perfetto per le grandi potenze per intervenire con discorsi infuocati e messe in scena su una “linea rossa”, con l’uso di armi chimiche; e resta un attacco la cui paternità non è ancora stata stabilita, nemmeno dagli ispettori internazionali, che indagano nel Paese su invito del governo.

Con un gesto diplomatico, la Siria ha ratificato la Convenzione per la proibizione delle armi chimiche, ha invitato gli ispettori internazionali per indagare e per accompagnare la distruzione del suo arsenale e della capacità di produrre armi chimiche, e ha poi proseguito, sollecitando l’opposizione a sedersi al tavolo delle trattative, definendo, con la partecipazione fondamentale di Russia, una data per la conferenza internazionale di Ginevra 2. Nel frattempo, i gruppi armati subiscono continue sconfitte militari.

Dall’altra parte, Israele mantiene uno stock di testate nucleari non dichiarate, si rifiuta di adottare la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche e il Trattato di non proliferazione nucleare e continua a impedire la visita degli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA).

C’è più di un esempio di quello che praticamente solo l’alleanza con gli Stati Uniti è in grado di garantire allo Stato sionista: intraprendere discorsi e azioni aggressive, possedere armi nucleari e chimiche – e, in questo caso, usarli senza conseguenze, come è successo in Libano e nella Striscia di Gaza nelle guerre più recenti – e continuare così indisturbato.

L’allargamento del conflitto in Siria è evidente anche in Libano. Il paese tenta di rinnovare un governo dai contorni complessi, distribuito secondo la Costituzione tra le diverse linee religiose, ma le tensioni interne e l’instabilità regionale rendono questo un obiettivo impegnativo. Le forze destabilizzatrici, secondo la sinistra libanese, hanno impegnato sforzi decisivi per disgregare il paese, acuendo le principali divisioni politiche interne.

Il militarismo è inseparabile dalla strategia politica dell’imperialismo. I principali paesi membri della NATO hanno aumentato le loro spese militari. La NATO, dal tempo delle guerre che distrussero la ex Jugoslavia, ha accresciuto il suo ruolo e rafforzato il suo carattere di braccio armato dell’imperialismo USA e dell’Unione europea per consentire gli interventi armati nel continente europeo e fuori di esso, rafforzando intanto la militarizzazione dei blocchi politici ed economici.

La strategia militare dell’amministrazione di Barack Obama mantiene l’obiettivo di installare un sistema di difesa antimissilistico e di rafforzare il patto militare aggressivo della NATO. Questa strategia prevede la persecuzione e l’assassinio di persone “sospettate di praticare o di pianificazione atti terroristici”. Ultimamente, il Pentagono ha accresciuto le motivazioni invocate in precedenza per intensificare le sue azioni militari col pretesto delle “minacce informatiche”.

La “Dottrina Obama” conferma i piani di attacchi militari preventivi o le rappresaglie militari contro le minacce per la “sicurezza nazionale”, i “diritti umani” e la “democrazia”.

Inoltre, l’imperialismo statunitense ha installato basi militari in tutti i continenti. Domina i mari, i continenti e lo spazio aereo, oltre ad essere la più grande potenza nucleare al mondo.

La militarizzazione è uno dei principali aspetti della situazione internazionale ed è l’aspetto essenziale della politica imperialista per opprimere i popoli e garantire i propri interessi. La NATO ha aumentato il numero dei suoi membri e ha ampliato la sua area di operazioni, aumenta costantemente la sua spesa militare e investe nella creazione di nuove armi. Partecipa a numerose operazioni militari in varie regioni. Pretesti come la “lotta al terrorismo” e l’instaurazione della “democrazia” sono stati ampiamente utilizzati nel tentativo di legittimare l’espansione delle operazioni militari della NATO in nuove aree geografiche.

L’America Latina e i Caraibi sono inclusi in queste concezioni e azioni militariste della Dottrina Obama e nell’obiettivo della sua offensiva destabilizzante. La Quarta Flotta della Marina di Guerra degli Stati Uniti, le 76  basi militari, la crescita delle forze armate e degli arsenali degli Stati Uniti per intervenire in qualunque parte della regione, il sabotaggio sistematico dei governi progressisti, il blocco a Cuba e i tentativi di sconfiggere la Rivoluzione Bolivariana, tutto questo è incluso nella Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Le provocazioni contro la Repubblica popolare democratica di Corea; le crescenti tensioni nei territori dell’ex Unione Sovietica contro la Federazione Russa, la militarizzazione del Sud Pacifico e le crescenti provocazioni rivolte contro la Cina – sono anche essi elementi della strategia aggressiva ed espansionista dell’imperialismo.

Compagne e compagni, signore a signori,

65 anni fa, quando l’umanità usciva dal buio del fascismo e conquistava la democrazia con la vittoria dei popoli e delle forze antifasciste nella Seconda guerra mondiale, il Consiglio Mondiale della Pace fu istituito per organizzare la lotta contro le minacce di una nuova guerra e la minaccia di catastrofe nucleare.

In quel momento, quando poi le forze oscurantiste dell’imperialismo rivelavano le loro mire egemoniche e la loro volontà di giungere fino alle estreme conseguenze per garantire i loro obiettivi, gli intellettuali e gli operai progressisti di tutto il mondo si riunirono per scongiurare i nuovi pericoli con cui si confronta l’umanità.

Meno di cinque anni prima sorsero le Nazioni Unite, il cui obiettivo principale era quello di creare e mettere in atto meccanismi che consentivano la sicurezza internazionale, lo sviluppo economico, la definizione del diritto internazionale, il rispetto dei diritti umani e il progresso sociale. Assicurare la pace globale, opporsi a qualsiasi conflitto armato, dirimere pacificamente le controversie tra Stati nazionali e garantire la piena sovranità nazionale e l’autodeterminazione dei popoli, sono stati e sono tuttora i nobili principi, gli ideali e gli obiettivi a cui aderiscono tutti gli amanti della pace nel mondo.

Nel corso della sua storia, il Consiglio Mondiale della Pace ha sostenuto questi principi e si è opposto con parole e azioni alle guerre imperialiste, alle violazioni del diritto internazionale, all’interventismo che tradisce e svia l’autodeterminazione dei popoli.

Il Consiglio Mondiale della Pace, con ancora maggiore ragione oggi e in considerazione della complessa situazione internazionale qui esposta, esprime la sua profonda e radicale opposizione alla crescente aggressività dell’imperialismo, un sistema che provoca guerre, miseria e distruzione per garantire i profitti del grande capitale e dei monopoli transnazionali.

È nostro principio inalienabile la completa solidarietà con i popoli che lottano contro tutti i tipi di minacce e interventi imperialisti, con i popoli sotto occupazione e con tutti i popoli che lottano per il diritto di determinare liberamente e democraticamente il proprio futuro.

Il Consiglio Mondiale della Pace sostiene in via di principio l’abolizione di tutte le armi nucleari e denuncia coloro che ammettono il loro utilizzo in un primo attacco. Facciamo nostro il motto dei nostri fondatori secondo cui in qualunque circostanza l’attacco nucleare dovrebbe essere evitato e l’uso delle armi nucleari è un crimine contro l’umanità.

Difendiamo la pace mondiale, così come la giustizia sociale, la distribuzione del reddito e della ricchezza, la democrazia, la sovranità nazionale e lo sviluppo.

Lottiamo per la pace nel mondo, contro le guerre di occupazione, in difesa della sovranità di tutti i popoli e di tutte le nazioni.

Denunciamo i crimini di guerra, i massacri di civili, la pratica aberrante della tortura e difendiamo i diritti umani;

Offriamo la solidarietà a tutti i popoli che lottano per i loro diritti sociali e politici e per la loro autodeterminazione.

Nel nome di questi principi e di questi impegni, il Consiglio Mondiale della Pace invita tutti a unire i loro sforzi per la pace come condizione per la libertà, la lotta alla povertà, la protezione della natura, lo sviluppo nazionale, la democrazia e l’indipendenza, rafforzando lo spirito di solidarietà con l’umanità intera.

L’umanità deve prendere coscienza della necessità urgente della pace nel mondo in modo da poter organizzare la vita delle persone e godere delle conquiste scientifiche che hanno arricchito la conoscenza umana.

In tutto il mondo i popoli manifestano contro le guerre, la violenza e le ingiustizie che sono state provocate da oligarchie che detengono il potere assoluto sul pianeta attraverso la concentrazione delle risorse economiche, politiche e militari. In difesa della democrazia, i popolo condannano l’autoritarismo crescente che li trasformano in schiavi dei diktat imperialisti.

La lotta per la pace è una lotta di tutti i popoli, una lotta dei lavoratori, dei giovani, delle donne, degli intellettuali, indipendentemente dalle ideologie, le organizzazioni politiche, le filosofie e i credi religiosi. Il Consiglio Mondiale della Pace si considera uno degli strumenti di questa lotta ed è disposto a lavorare con tutti coloro che si mobilitano per organizzare la lotta contro la guerra e i suoi fautori.

Una lotta di massa oggi è complessa, riflette la complessità del mondo contemporaneo, i cambiamenti nella relazioni delle forze politiche suscitati dai cambiamenti geopolitici degli ultimi due decenni. Riflette anche i cambiamenti sociali ed economici, lo sviluppo delle forze produttive e i nuovi fenomeni della società contemporanea.

La lotta per la pace si sviluppa in questo contesto ed è trasversale fra le altre lotte politiche, economiche e sociali. Il suo successo dipende dalla mobilitazione e dall’unità delle forze progressiste e di tutti i settori sociali suscettibili di unirsi e mobilitarsi, poiché il nemico è potente.

È per questa unione che ci rivolgiamo e facciamo appello a tutti, nella certezza che, nonostante la sua brutalità e la sua forza l’imperialismo non è invincibile e sarà sconfitto dall’unione e dalla lotta dei popoli.

Traduzione di Milena Fiore

Socorro Gomes, presidente del Consiglio Mondiale della Pace | da www.vermelho.org.br 

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