L'uomo che ha vissuto due volteTribuno del Popolo
martedì , 28 marzo 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

L’uomo che ha vissuto “due volte”: Intervista a un rifugiato politico giunto a Lampedusa dalla Libia

Intervista ad A., un rifugiato politico del Darfour che dopo avventure di ogni tipo e aver vissuto sulla sua pelle la guerra civile in Libia è riuscito ad imbarcarsi a Tripoli e a raggiungere Lampedusa. Una storia che ci serve a comprendere quanta sofferenza ci sia dietro i cosiddetti “viaggi della speranza”. La sua storia serve da riflessione anche riguardo al dibattito politico pro o contro l’immigrazione nel nostro Paese e a dimostrare come il “Mare Nostrum” abbia regalato una nuova vita a chi aveva quasi perso le speranze. 

Era una giornata di inizio autunno a Torino, una di quelle giornate grigie dove il freddo comincia a fare capolino senza però impedire di godere delle ultime giornate all’aperto. Avevo un appuntamento con una persona speciale, un mio amico mi aveva avvisato, così sono diretto pieno di curiosità nel luogo convenuto. L’ho trovato lì, A.M., un ragazzo del Darfour più o meno della mia età dallo sguardo sveglio, e mi ha salutato in modo educato, come se fosse contento di poter parlare. Nella Torino della crisi è dura per tutti e lavoro decente semplicemente non si trova, figurarsi per chi come A. è arrivato a Torino in circostanze come minimo avventurose, come mi avrebbe spiegato di lì a poco. Lavora in una catena A., o meglio ci lavorava perchè il progetto del Comune che gli aveva trovato un impiego in una famosa catena è scaduto, e ora si trova come tanti suoi coetanei italiani alla ricerca di un lavoro senza il quale è difficile mantenere la dignità. La dignità però A. non l’ha mai persa, e ho subito scoperto bene il perchè quando ha cominciato a raccontarmi la sua vita mentre intorno a noi la giornata scorreva come una giornata qualsiasi tra macchine e gruppi di ragazzi e anziani che passeggiavano. A. si è subito dimostrato colto ed educato, mostrando di saper parlare già molto bene l’italiano anche se si trova qui da meno di due anni; sommessamente mi ha detto di trovarsi bene qui, ma ben presto inizia a raccontarmi della sua vita ed è quasi inevitabile per noi cittadini italiani cresciuti nella tranquillità rimanere a bocca aperta nel sentire i resoconti di quello che ha dovuto passare a casa sua, in Darfour, Sudan, dove una guerra terribile ha sconvolto un paese già povero facendo arrivare in Occidente solo un eco lontano, troppo spesso bellamente ignorato.

Sono venuto a sapere che in Sudan non essere religiosi osservanti, o peggio essere persino comunisti, rappresentava e rappresenta un problema grosso che ovviamente non interessa ai nostri media, interessati al contrario a cercare sempre e comunque il caso strappalacrime da sottoporre a un pubblico massificato e sempre più standardizzato. Essere comunisti in Sudan invece è un problema reale che si paga con la propria vita, come A. ha potuto imparare letteralmente sulla propria pelle trascorrendo un’adolescenza di sofferenza, subendo su di sè il dolore di venire allontanato dalla propria stessa comunità e la repressione del governo che si è fatta sentire anche e soprattutto nei confronti di ragazzi come lui che non commettono crimini se non quello considerato gravissimo di difendere le proprie idee e di non vergognarsene. A. reo di essere comunista ci ha detto senza problemi di aver conosciuto la galera, le torture e la persecuzione, e questo non solo nei suoi confronti, ma anche di quelli della sua famiglia al punto da convincerlo a fuggire aiutato da un amico a bordo di un motorino, ben sapendo che se non fosse stato il figlio dell’ex sindaco della sua cittadina probabilmente per lui non ci sarebbe stato scampo. Difficilmente dimenticheremo i segni delle torture che ci ha mostrato sulle braccia e le gambe, segni di una violenza che noi percepiamo come lontana ma che invece bussa alla nostra porta, mostrandoci quanto in basso si può spingere un essere umano nei confronti dei suoi simili. In Darfour infatti, A. ci ha spiegato con la voce rotta l’esistenza delle milizie governative chiamate Janjawed,  tristemente note tra i sudanesi,  che arrivano e uccidono indiscriminatamente da anni, anche se le loro uccisioni non fanno più notizia dal momento che il Sudan è sempre più la periferia del mondo, ovvero un non-luogo che è meglio tenere lontano, quasi guardandosi dall’altra parte. In una di queste incursioni, A. ha perso anche dei familiari e delle persone care, ma mi sono reso conto che forse era meglio non chiedere dettagli, così l’ho fatto continuare.

A. ci ha detto che delle migliaia di raccolte fondi per il Darfour pubblicizzate in pompa magna negli scorsi anni in Sudan non si è mai vista traccia, ma almeno in questo non ci ha lasciato sorpresi, stranamente.  A.comunque a differenza di tanti, troppi ragazzi, ce l’ha fatta e ci  ha raccontato con una punta di emozione della sua fuga, dei dolori e della malattia subita nel corso della detenzione, della speranza di trovare finalmente una pace che non avrebbe trovato in Libia, la seconda tappa della sua avventura di vita. E in Libia A. ci arriva nel 2011, ironia della sorte proprio quando era appena esplosa la guerra civile libica contro Muammar Gheddafi. Per sua fortuna A. è riuscito a rimanere lontano dai combattimenti trovando un impiego come professore e maestro, ma ha conosciuto per la prima volta il razzismo, quello vero, quello che fa male e ferisce proprio in quanto radicato nel tessuto sociale che ha trovato intorno a sè. A. però ha le spalle larghe, me ne sono accorto vedendolo sorridere mentre ci raccontava la sua vita incredibile, e mi sono emozionato anche io quando l’ho sentito  raccontarci con serenità di come le bombe cadevano uccidendo conoscenti e amici. Con la guerra civile i neri come lui venivano arruolati da entrambe le parti, spesso mandati come carne da macello in prima fila, al punto che possiamo solo immaginare le sofferenze che deve aver patito questo ragazzo. Alla fine A. è riuscito a evitare di farsi invischiare nella guerra ed è finito ad affrontare un folle viaggio a piedi da Misurata a Tripoli nella speranza di fuggire dal caos e di tenere accesa la speranza di ottenere finalmente un briciolo di serenità. A Tripoli, mi ha raccontato, è arrivato pochi giorni prima della morte di Gheddafi a Sirte, quando ancora la guerra infieriva e mieteva vittime e distruzione, ovvero alla fine di agosto del 2011. Miracolosamente  arrivato a Tripoli è entrato a contatto con le fasi finali della guerra civile, quelle dove bastava una parola fuori posto per condannare a morte i nemici di un tempo accusandoli di essere collaborazionisti anche quando non lo erano. In un clima di sospetto e paura A. è riuscito a trovare una nave che partiva verso la speranza, verso l’Italia. Con 800 euro si poteva continuare a sperare di costruirsi una vita migliore e A. ci ha raccontato di aver deciso di provarci, tanto rimanere in Libia significava solo altra sofferenza, altra paura e la possibilità di morire da un giorno all’altro. A. ci ha detto di aver incontrato un ex militare di Gheddafi che si occupava della  gestione della partenza dalle coste libiche e di essersi affidato a lui per provare a raggiungere le coste italiane in uno dei tanti viaggi della speranza. Il suo viaggio per fortuna finirà a lieto fine con i carabinieri che li hanno intercettati in mare e portati prima a Lampedusa e poi a Taranto e Bari dove per la prima volta la sorte ha arriso al nostro amico. Ad A. è infatti stato riconosciuto lo status di rifugiato politico, per ironia della sorte il provenire da un luogo disastrato dalla guerra come il Darfour gli è servito a qualcosa.

Quando abbiamo finito di parlare era ormai tardi, era già buio e ci siamo accorti di dover andare. Io e il mio amico ci siamo guardati pietrificati e abbiamo salutato A., che al contrario era sereno come se nulla fosse, quasi contento di averci raccontato la sua vita.  Solo quando lo abbiamo visto  prendere l’autobus abbiamo compreso quanto siamo fortunati e quanto siano grottesche le nostre lamentele quotidiane, abbiamo pensato alle sofferenze che A. deve aver patito sulla sua pelle, al dolore, alla paura e ci siamo resi conto improvvisamente di quanto siamo fortunati e di quanto siamo ridicoli noi uomini occidentali nel non renderci conto di quello che abbiamo. Un fremito di rabbia ci ha attraversato  la schiena, e abbiamo subito pensato a quei politici che si scagliano contro il Mare Nostrum o a quei razzisti che esultano quando una imbarcazione non ce la fa e sprofonda nel Mediterraneo. Chissà quanti A. giacciono nel fondo del mare e quanti A. invece oggi possono raccontarci le nostre storie proprio grazie alle nostre pattuglie che li traggono in salvo dalle acque. Non sono dei ladri, non sono degli stupratori, sono ragazzi come A. che fuggono dalla guerra e dalla miseria cercando solo un posto dove poter ottenere quello che per tutta la vita hanno inseguito ad ogni costo: un briciolo di dignità. A. ci ha mostrato in modo indiscutibile quanto la determinazione e la consapevolezza di essere nel giusto possano rendere forte un essere umano, al punto da portarlo a migliaia di chilometri da casa propria, al punto da difendere le proprie idee a costo di perdere tutto. E ci ha fatto capire tutto questo con la pacatezza di un sorriso senza mostrare una sola punta di odio o di risentimento, anzi, semmai affiorava quasi in lui il senso di colpa per aver abbandonato quella che, nonostante tutto, è la sua casa. Chiaramente questa preziosa testimonianza non servirà a nulla se non che a mostrare uno sprazzo di luce, a mostrare che dietro ogni migrante che si imbarca in Libia o altrove per raggiungere il nostro Paese c’è la storia di un uomo sofferente che non ha niente da perdere e che mette in conto anche di morire perchè sa che indietro non può più tornare. E A. ci ha raccontato le sue avventure come se fossero cose semplici che possono capitare a chiunque, senza vittimismo e senza tragedie, mostrando come sia possibile sorridere, nonostante tutto, e trovare la luce anche laddove per noi uomini fortunati dell’Occidente sembrerebbe impossibile.

Dc

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top