Ma il lavoro, il lavoro dov'è?Tribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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Ma il lavoro, il lavoro dov’è?

Mentre, con l’inizio dell’anno nuovo, ci accingiamo a studiare la legge di stabilità 2014, a discutere di una disciplina sulle unioni civili, della legge elettorale e dell’introduzione del reato di omicidio stradale, alla politica sfugge ancora una volta l’argomento più urgente e necessario: il lavoro. Ma in che termini occorre parlare di lavoro?

Fonte: Oltremedianews

A ricordare la tematica del lavoro ci ha pensato il Comitato “Coordinamento 9 dicembre 2013” che, dopo la riunione di ieri 4 gennaio 2014, ha avanzato specifiche richieste al Governo da attuarsi entro e non oltre il 21 gennaio 2014.Le richieste mirano a un ritorno della dignità dei lavoratori, ad oggi assente, dignità di cui ci parla la Costituzione che, tra tutti, all’art. 36, comma 1, sancisce che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Tra le proposte avanzate dal Comitato si menzionano: la “sospensione immediata di tutte le procedure esecutive di qualsiasi origine” e “l’aumento in busta paga per i dipendenti privati di 300 euro attraverso la defiscalizzazione degli oneri contributivi a carico dell’impresa”.

Vedremo come reagirà il Governo e quali risposte fornirà al Comitato.

Del resto, osservando la realtà, la situazione è drammatica per tutte le categorie. Ad esempio, attualmente, i piccoli commercianti sono affossati dall’IRAP, dall’IVA, dalla nuova TASI, dall’affitto, dalle bollette, dai debiti con i fornitori. Senza contare la necessaria documentazione amministrativa, attività che, senza troppi successi, si è cercato di semplificare con il susseguirsi di vari decreti, come quello sulle liberalizzazioni e quello sulla semplificazione amministrativa. Invero, la “semplificazione amministrativa”, raggiunta spesso con il silenzio-assenso in cui la mancata risposta alla richiesta di rilascio di un’autorizzazione equivale all’ottenimento della stessa o con le autocertificazioni, comporta, senza dubbio, assenza di regole e di controlli.

Quanto ai laureati, la gran parte di questi si introduce nel mondo del lavoro a 24/25 anni mediante un tirocinio formativoovvero uno stage oppure un praticantato. La maggior parte di tali esperienze lavorative (o formative) non è neppure retribuita e al termine del periodo previsto, spesso breve, cominciano i problemi. Tra l’esame di abilitazione per l’esercizio di una specifica professione, tra contratti a tempo determinato, finte partite IVA, prestazioni co.co.co., finte prestazioni occasionali, la confusione è dominante ma a sfavore dei tirocinanti e della loro formazione. Il discorso appena svolto può sembrare ripetitivo ma, forse, visto che, ancora oggi, non sono state adottate misure risolutive, repetita iuvant!

La soluzione, ad avviso di chi scrive, è semplice.

Occorrono controlli efficaci da parte delle autorità competenti e, soprattutto, regole precise e stringenti, che valorizzino anche la formazione nel senso che anche quest’ultima deve essere considerata con dignità. La formazione, lungi dall’emarginare gli individui e permettere che siano oggetto del profitto (inteso anche come risparmio) dei privati deve indirizzarli nel “mondo del lavoro” in concreto. Solo così i canoni costituzionali (artt. 1, 4 e 35 e seguenti della Costituzione) potranno dirsi rispettati e solo così si potrà rilanciare il Paese. Ciò posto, quello che ci si aspetta dal nuovo anno è quanto meno l’avvio di una riforma che tenga conto della realtà, perché troppo spesso pare dimenticata. La mancata percezione della realtà da parte della politica corrisponde, infatti, all’allontanamento delle persone dalla politica stessa.

Al contrario, occorre partire dalla realtà e dai sentimenti di rassegnazione e disillusione, che purtroppo dominano il nostro Paese, onde intervenire per il rilancio e per un ritorno della dignità che tutti ci aspettiamo.

Sara Venanzi

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