Ma la Cina è un'economia di mercato?Tribuno del Popolo
domenica , 22 ottobre 2017
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Ma la Cina è un’economia di mercato?

Negli ultimi mesi sulla stampa internazionale si è sviluppato un ampio e approfondito dibattito relativo alla possibilità che alla Repubblica Popolare Cinese venga attribuito dal WTO, dopo 15 anni dal suo ingresso, lo status di “economia di mercato”.

A gran voce si sono subito levate le proteste dei rappresentanti politici delle borghesie occidentali terrorizzati dal fatto che questo riconoscimento ostacolerebbe l’imposizione di dazi e misure protezionistiche nei confronti dei prodotti e delle aziende cinesi. I paladini del neoliberismo sembrano aver rapidamente cambiato opinioni sulle virtù salvifiche del libero scambio e della libera concorrenza, per trasformarsi in sostenitori del protezionismo più intransigente! Questa isteria dilagante ha avuto inoltre lo strano effetto di saldare un’innaturale alleanza nel nostro continente tra lavoratori, privi ormai di organizzazioni politiche in grado di costruire una coscienza ideale alternativa e autonoma, e classe imprenditoriale. I timori principali, che le classi dominanti europee cercano di presentare sotto la falsa veste di “interessi generali”, sono da ricondurre al fatto che questo cambiamento potrebbe arrecare pesanti danni in termini di occupazione e crescita economica alle già dissestate economie capitalistiche occidentali.

I motivi addotti dagli specialisti borghesi, che anche in questo caso si dimostrano sfortunatamente molto più obiettivi di certi “comunisti” europei, possono essere facilmente recuperati da una serie di interventi apparsi sul giornale “Sole 24 Ore”, non certo passibile di simpatie bolsceviche. A tal proposito Lisa Ferrarini scrive lapidariamente: “La Cina non è un’economia di mercato” e conclude specificando: “Tuttavia, è evidente a chiunque che quella con Pechino non è una competizione ad armi pari: la Cina è un’economia pianificata dove il ruolo dello Stato continua ad essere pervasivo, creando forti distorsioni sui meccanismi di determinazione dei prezzi e controllando direttamente ampi settori dell’economia”. Per rendere più comprensibili le posizioni in esame è necessario riportare anche una parte dell’articolo di Manfred Weber, presidente del gruppo del PPE (Partito Popolare Europeo) al parlamento europeo, nel quale egli afferma che: “La Cina ha fatto buoni progressi nell’attuazione dei suoi impegni in seno alla Wto, sin dalla sua adesione nel 2001; ma ci sono ancora problemi in sospeso: mancanza di trasparenza, esistenza di misure in Cina che discriminano le imprese straniere, forte intervento del governo nell’economia, protezione ed applicazione inadeguata della proprietà dei diritti intellettuali, restrizioni alle esportazioni cinesi di materie prime – come terre rare. I cinesi hanno mostrato come funziona il protezionismo: infatti una azienda che non produce in Cina, deve confrontarsi con elevate tariffe penalizzanti se vuole vendere i suoi prodotti sul mercato cinese. In alternativa se una azienda vuole produrre in Cina, lo può fare solo diventando partner più piccolo di un azionista di maggioranza cinese”.

Sarebbe ironico se non fosse in realtà tragico, visto lo stato moribondo delle forze anti-capitaliste nel nostro continente (tranne rare eccezioni), poter dimostrare come, attraverso le loro esatte parole, nello studio del “socialismo di mercato cinese” i nostri avversari di classe siano maggiormente obiettivi rispetto ai molti sedicenti studiosi radical-occidentali. Si è infatti assistito nei nostri paesi negli ultimi decenni alla più paradossale “attualizzazione del marxismo”, la quale da un lato decretava defunta la forma partito e gettava nel dimenticatoio tutta l’eredità storica del movimento comunista del ‘900, mentre dall’altro si celebravano i fasti di dottrine “decresciste” e movimentiste.

Un ulteriore motivo di malcelato orgoglio lo rintracciamo, e di questo ringraziamo i comunisti cinesi, nel veder la parassitaria borghesia europea annegare nelle proprie contraddizioni. A seguito delle riforme di apertura intraprese da Deng Xiaoping e ingolosite dalle opportunità di aumentare i propri profitti, utilizzando manodopera a basso costo, le “caritatevoli” classi dominanti occidentali hanno rifornito la Cina di tecnologia, conoscenze scientifiche e manageriali all’avanguardia, aiutando inconsapevolmente il Partito Comunista Cinese nella sua lotta contro la povertà e l’arretratezza del paese. I traguardi raggiunti dal gigante asiatico sono ormai noti a tutti: non solo risulta essere la seconda potenza industriale del mondo, ma conseguenza ancor più importante sta mettendo in serio pericolo il monopolio tecnologico dell’occidente. In questi ultimi anni inoltre questa nazione sta diventando centro propulsore di un possibile blocco internazionale che mentre da un lato limita l’imperialismo occidentale e favorisce la de-dollarizzazione dell’economia mondiale, dall’altro fornisce un aiuto reale a tutte quelle esperienze socialiste e anti-capitaliste che devono misurarsi con innumerevoli problemi interni e internazionali.

Sarebbe molto opportuno che chiunque volesse intraprendere una carriera politica nelle file della “sinistra radicale”, a discapito dell’impreparazione e dell’approssimazione oggi imperante, dovrebbe interiorizzare le parole di Lenin sulle qualità di un militante rivoluzionario, contenute nel “Che Fare?”. Egli infatti sosteneva che: “Un rivoluzionario fiacco, esitante nelle questioni teoriche, con un orizzonte limitato, che giustifichi la propria inerzia con la spontaneità del movimento di massa” rassomigliasse di più a “un segretario di trade-union che non a un tribuno del popolo”, il quale dovrebbe avere al contrario la capacità di “presentare un piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli avversari”.

Per riproporre un “piano ardito e vasto”, come quello di cui parla il leader bolscevico, si dovrebbe necessariamente partire dalla rivalutazione della natura “post-capitalistica” della Repubblica Popolare Cinese. Mettere in risalto questa seppur generica etichetta risulta importante per mostrare come se da un lato si è assistito a un importante accrescimento del peso quantitativo del settore privato, dall’altro l’espropriazione del potere politico e le principali leve economiche risultano ancora controllate, grazie a una pianificazione macro-economica e alla presenza di un vasto settore pubblico, dal Partito Comunista. Certamente solo questo aspetto non potrà essere la risposta a tutti i dilemmi del mondo contemporaneo. Allo stesso modo sarebbe ancor più infantile riporre aspettative messianiche nella sua politica internazionale, sostituendola al “mito sovietico”, consapevoli al contrario delle contraddizioni e delle possibili ritirate strategiche che la classe dirigente cinese dovrà effettuare dinnanzi ai complessi problemi interni, come quelli che stanno emergendo negli ultimi anni. In ogni caso, gli abbagli teorici sulle possibilità di esportazione delle rivoluzioni, che trovano ancora qualche credito in ambienti di influenza trotzkista e non solo, crediamo che, dopo aver studiato alle scuole superiori le vicende storiche da Napoleone in poi, debbano essere abbandonate, per riconoscere invece l’importanza della “questione nazionale” e delle peculiarità di ogni paese.

L’insegnamento che in conclusione risulta certo è che, per invertire lo stato di marginalizzazione politica delle forze comuniste nel nostro paese, dopo aver abbandonato i residui caratteri eurocentrici si riconosca anche la nostra carenza in questioni eminentemente teoriche. Lungi dal liquidare e denigrare l’esperienza cinese come restaurazione del sistema capitalistico, il suo studio approfondito dovrebbe essere uno dei nostri principale compiti, al fine di scindere ciò che vi è di specifico e inapplicabile in altri contesti dagli insegnamenti universali, i quali al contrario dovrebbero essere appresi anche da tutti i comunisti europei.

Fabio Scolari

Fonte:  giulemanidallacina.wordpress.com

Tribuno del Popolo

 

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