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mercoledì , 29 marzo 2017
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Mali. E’ solo una guerra umanitaria?

La Francia è in guerra ufficialmente per proteggere Bamako dall’avanzata dei jihadisti. Ma cosa si nasconde dietro la campagna maliana di Hollande? E’ davvero solo una guerra umanitaria o c’è dell’altro? Cerchiamo di scoprirlo.

mali

La causa scatenante dell’intervento francese in Mali è stata l’avanzata verso la capitale Bamako dell’esercito di jihadisti ed estremisti islamici che ha già sottratto al controllo del governo quasi tutta la parte settentrionale del Paese. Una scusa più che sufficiente, almeno in teoria, dal momento che i jihadisti impongono la sharia nei territori che conquistano, e non hanno alcun rispetto delle minoranze e delle vestigia storiche. E’ però pur vero che purtroppo attacchi di questo tipo sono all’ordine del giorno in Africa, e spesso e volentieri l’Occidente finge di non guardare di fronte agli abusi e alle violenze. Nel caso del Mali impossibile non pensare che Bamako è il terzo produttore di oro di tutta l’Africa, e anche uno dei principali produttori di cotone e ferro. Ma non è finita qui, il Mali si sta attrezzando anche per estrarre uranio, fosfato, granito e petrolio, quest’ultimo non ancora estratto nel bacino del Taoudéni, a cavallo tra la Mauritania e il nord del paese. Insomma gli interessi economici derivanti dal controllo geopolitico del Mali sono svariati, e solo un ingenuo potrebbe escludere che non abbiano avuto una certa influenza nel convincere Parigi a intervenire per impedire che il Paese finisca in mano a gruppi di jihadisti senza scrupoli.Come mai nessuno è intervenuto prima in Somalia ad esempio? La risposta è sin troppo facile, un cinico calcolo di vantaggi/benefici. Anche a Parigi cominciano ad avanzare dubbi in tal senso, ad esempio l’associazione Survie ha sottolineato che l’ operazione militare in Mali non rientra assolutamente  nel quadro delle tre risoluzioni dell’Onu sul Mali, che hanno aperto sì la via a un intervento militare, ma sotto responsabilità africana. Come se non bastasse l’operazione militare si starebbe protraendo già ben oltre la logica dell’attacco a sorpresa, e rischia di trascinare il Mali in una feroce guerra civile di tutti contro tutti. La Francia del resto ha già fatto vedere nel 2011 di non essere in grado di gestire scenari complessi in Africa, basti pensare agli orribili massacri che si sono perpetrati in Libia e soprattutto in Costa D’Avorio, dove Parigi secondo molti avrebbe avuto responsabilità nell’organizzare un golpe contro il presidente legittimo Gbagbo.

Ad accusare Parigi di avere interessi molto materiali in Mali inoltre, è l’Osservatorio francese sul nucleare,  attento alle questioni che legano la  allo sfruttamento dell’uranio nel vicino Niger. Secondo l’Osservatorio insomma, a spingere Hollande ad attaccare i jihadisti in Mali sarebbe stato l’interesse a proteggere gli approvvigionamenti delle centrali nucleari francesi con l’uranio estratto nel nord del Niger, separato dal nord del Mali soltanto da una riga sulle cartine geografiche: “A tale proposito  è importante sottolineare la perversità delle ex potenze coloniali che tracciarono in passato confini assurdi, senza rispetto per l’insediamento delle popolazioni, creando paesi dai contorni curiosi: il Niger e il Mali sono a forma di clessidra con le capitali relegate nel sud-ovest, lontane e decentrate rispetto alle immense regioni del nord, principalmente desertiche. Così per 40 anni Areva (già Cogema) ha potuto accaparrarsi in tutta tranquillità l’uranio nigerino in miniere ubicate a 500 chilometri dalla capitale”. E in tutto questo emerge lo spettro di una guerra che i francesi rischiano di aver aggravato dal momento che il governo di Bamako  forse avrebbe potuto gestire la situazione solo gestendo i contingenti inviati dagli altri paesi africani. Anche i Tuareg dell’Azawad, laici, hanno mollati i jihadisti e starebbero collaborando con l’esercito. E in tutto questo, sarebbero ormai già 500.000 i maliani che hanno abbandonato le loro case nel nord del Paese per fuggire dal conflitto. La cifra è stata diffusa dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati. In particolare quasi 150.000 sarebbero già fuggiti lontano dal Paese, mentre altri 230.000 sarebbero riparati momentaneamente a sud. Una bomba, quella dei rifugiati, che purtroppo deve ancora esplodere.

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