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martedì , 24 gennaio 2017
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Mamma li Greci

Mamma li Greci

Il 2015 potrebbe regalarci già nel suo primo mese di vita una risposta che da molto tempo aleggia nell’aria senza una soluzione precisa: cosa ne saràdell’Europa? Come ampiamente ricordato dalla stampa internazionale nei giorni passati, il prossimo 25 gennaio i Greci, non senza qualche pressione indebita, si recheranno alle urne per eleggere il nuovo parlamento.

Fonte: Oltremedianews

Sin qui non parrebbe esserci nulla di particolarmente eccezionale trattandosi dell’esercizio di una libertà su cui si dovrebbero fondare le democrazie occidentali da più di qualche decennio, ma sarebbe ingenuo ignorare la nevralgica importanza che queste elezioni ricoprono per il futuro degli elettori greci e di tutta l’Europa. Infatti, differentemente dalla tornata del 2010, questa volta la larga intesa ellenica costituita da Nea Demokratia e Pasok è ridotta al lumicino, mentre le quotazioni dello schieramento socialista Syriza sono in netto rialzo.

Per capire come mai queste elezioni segneranno una svolta cruciale per l’Europa è sufficiente dare un’occhiata al programma del partito in testa ai sondaggi. Sfrondato il campo dalle irreali accuse di bolscevismo massimalista (a quello ci pensa il KKE, il partito comunista greco) e dagli isterismi antieuropei, il programma di Syriza nasce e si alimenta sotto il segno di una ovvia e lampante constatazione: l’austerità non ha funzionato e occorre cambiare strada prima che sia troppo tardi. Dunque se nel 2010 l’asse composta da Nea Demokratia e Pasok ha ottenuto la maggioranza dei seggi parlamentari con la promessa di rilanciare l’economia del paese sotto l’egida di Fmi, Bce e Commissione europea per evitare la barbarie comunista, oggi questa ricetta risulta decisamente inadeguata a soddisfare gli appetiti dei Greci, di certo non biasimabili per il disappunto esternato quando hanno scoperto che la povertà infantile misurata in Kcal giornaliere riguarda circa 4 bambini su 10. A voler essere ancora più precisi dobbiamo poi anche rassegnarci al fatto che le statistiche macroeconomiche non siano da sole in grado di delineare il quadro di miseria in cui versa la Grecia dopo la crisi. Siamo d’accordo che anche prima non navigassero nell’oro, ma dopo il tracollo del 2008 intere famiglie vivono senza luce e acqua corrente nelle case, senza servizi igienici e sanitari dignitosi, con infrastrutture sempre più diroccate e anche con parecchi euro in meno nelle proprie tasche. Considerando poi che mentre Samaras e i suoi sedevano ai tavoli europei i militanti di Syriza prestavano soccorso alla popolazione di Atene, non sembra particolarmente ostico immaginare quale corso prenderanno gli eventi.

Alexis Tsipras, leader di Syriza noto alle cronache italiane per aver ispirato la lista “L’Altra Europa” alle scorse elezioni europee, ha più volte sottolineato la necessità di ristrutturare il debito pubblico greco e di dar vita ad un piano di investimenti sul calco del Piano Marshall per evitare che l’Europa finisca alla deriva. L’idea lineare e pulita che sta dietro ad una simile proposta programmatica deriva dalla constatazione che il debito pubblico e privato greco è insostenibile: il primo, data la deflazione che sta subendo il paese e la forte contrazione del Pil degli ultimi anni, continuerà ad aumentare per un banale motivo aritmetico; il secondo è detenuto in ampia parte dagli istituti di credito del nord europa che durante la crisi hanno pensato che fosse profittevole investire in Grecia. Dunque se ora i fatti hanno evidenziato una realtà diversa perché deve essere solo il popolo greco a pagarne le spese? Si badi che nessuno ha evocato ufficialmente né lo scenario del default e nemmeno l’uscita unilaterale dall’euro e dall’Europa, ma si parla di una semplice ridefinizione dei rapporti finanziari come accaduto molto spesso nel corso della storia. Il punto vero, come sottolineato dal sempre puntuto editorialista del Financial TimesWolfgang Munchau, è che se le trattative con l’Europa dovessero fallire, come effettivamente è pronosticabile che accada, l’unica arma in mano alla Grecia sarebbe quella di recedere dall’Unione per non perdere ogni credibilità politica. Il piano di Syriza rappresenta infatti un’unione fiscale forzosa, con trasferimenti tra paesi, che è sempre stato il tabù impronunciabile della Germania.  A tal punto le conseguenze sono difficilmente pronosticabili. Sicuramente non si tratterà, qualora accadesse, di terremoti irreversibili né per l’una né per l’altra, ma certamente mischierebbe le carte in tavola aprendo (speriamo) un walzer di dibattiti pubblici sul tema.

Concludiamo con due ulteriori realistici scenari. In primis non è detto che Syriza, attraversata da qualche faida tra ortodossi e chi è più incline alla mediazione con le altre forze politiche, raggiunga il quorum dei 151 seggi necessari per avere la maggioranza nel parlamento di Atene. In tal caso il realismo politico ci induce a ritenere che Tsipras ed i suoi dovranno fare proseliti tra gli altri schieramenti (difficile) oppure trovare una soluzione che gli garantisca la governabilità del paese. Se ciò da un lato sembra contenere i rischi per l’Europa, non dobbiamo d’altro canto dimenticarci che nella seconda metà del 2015 anche la Spagna si recherà alle urne e tutto lascia presagire che la formazione socialista Podemos, anch’essa parte del Gue assieme a Syriza, otterrà un’ottima fetta dei voti. E anche il programma politico di Iglesias ha come primo punto la rinegoziazione del debito spagnolo. La Germania e i paesi del nord saranno ancora capaci di mantenere fermo il punto davanti ad un eventuale doppio focolare?

Non abbiamo fatto menzione alla patetica pantomima dei mercati finanziari in questi giorni per due motivi. In primo luogo le movimentazioni reazioni negative della borsa a fronte di una vittoria di Syriza non ci sembra che costituiscano un buon motivo per delegittimare il processo democratico. In secondo luogo, che in realtà è solo un corollario del primo, è la politica a dover dare un senso ai mercati e non viceversa

Fabrizio Leone

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