Marcinelle: una storia italianaTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Marcinelle: una storia italiana

Sabato 27 Aprile, ci siamo uniti a una simpatica comitiva di italiani immigrati in Belgio, come noi, per visitare la miniera di carbone più famosa d’Europa: Marcinelle.

L’evento è stato organizzato dal Centro d’Azione Sociale Italiano – Università Operaia di Bruxelles, un’associazione nata nel 1971 che si occupa di mettere in contatto tra loro le diverse generazioni di immigrati italiani, preservandone l’identità culturale e al tempo stesso arricchendola attraverso le numerose attività organizzate.

In questo luogo, l’8 agosto del ‘56, hanno perso la vita 262 lavoratori, di cui 136 italiani, in quello che rimane ancora oggi il più grave incidente minerario avvenuto in Europa.                                                                                                                                                              A cavallo tra la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, con la sola eccezione del periodo di grave congiuntura economica degli anni ‘30, lo Stato belga ricorre a un utilizzo massiccio di manodopera straniera, in tutti i settori produttivi, per compensare le ingenti perdite di forza lavoro locale. Sotto la spinta della Fédéchar (Federazione Carbonifera del Belgio), i lavoratori italiani con le loro famiglie giungono in massa e si installano nel sud del paese, raggiungendo le 30000 unità.

Nonostante ciò, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la produzione industriale belga non decolla: le miniere sono piene di carbone, ma manca la manodopera necessaria per estrarlo.

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Infatti, la maggior parte dei minatori belga, provata dalle condizioni estreme di quel lavoro e sopravvissuta alle atrocità della guerra, rifiuta di tornare nelle miniere, preferendo “un posto in fabbrica”. L’Italia invece si trova nella situazione opposta: è ricca di forza lavoro, ma non ha materie prime per l’industria.

Con gli accordi bilaterali del giugno del ‘46, il nostro Paese si impegna a fornire allo Stato belga circa 50000 lavoratori, ottenendo in cambio la possibilità di acquistare forniture di carbone a prezzi vantaggiosi. Questo protocollo d’intesa prevede una campagna di reclutamento in Italia, il trasporto dei lavoratori dall’Italia al Belgio e un alloggio per permettere il ricongiungimento familiare. In realtà, l’insufficienza degli alloggi, le condizioni del viaggio, la mancanza di preparazione e formazione dei lavoratori e le condizioni proibitive del lavoro stesso, instaurano nella mente dei nostri connazionali la convinzione di essere stati “venduti per un sacco di carbone”.

Quel maledetto giorno d’agosto, al Bois du Cazier, una delle miniere attorno a Marcinelle, un errore umano provoca la tragedia che ha reso tristemente famosa la cittadina. Sono le 8 del mattino, i minatori  sono scesi da poco e l’estrazione è cominciata, quando dalla piattaforma situata a – 975 m, la gabbia montacarichi inizia a risalire prima del tempo. Un vagone mal inserito oltrepassa uno degli scomparti, danneggiando i cavi elettrici ad alta tensione e i tubi dell’olio pressurizzato. In un istante si scatena l’inferno: le fiamme avvolgono travi e strutture in legno di pino del primo pozzo, propagandosi nel secondo.

L’incidente causa la morte di quasi tutti i minatori del turno del mattino e rimane ad oggi la più grave sciagura mineraria in Europa.

Per i due Paesi è uno shock e i Protocolli d’Intesa del ‘46 verranno annullati.

Nonostante ciò, i lavoratori italiani continueranno ad arrivare in Belgio fino ai giorni nostri (il 44% degli stranieri presenti nel 1961 sono di origine italiana, e dieci anni dopo la nostra comunità conta 300000 unità ), diventando una delle principali comunità, per numero di persone e per importanza.  Il dramma di Marcinelle, come racconta un ex-minatore, ha dato l’impulso per lo sviluppo di una legislazione sulla prevenzione degli incidenti sul lavoro nel settore minerario belga. A seguito dei decreti del 1957-1958 e del 1961 si riduce notevolmente sia il numero delle morti bianche che degli infortuni.

Purtroppo le morti sul lavoro e l’emigrazione sono temi che non hanno trovato, ad oggi, alcun tipo di soluzione. Per questo motivo è importante preservare la memoria storica di questi avvenimenti.

Per questo motivo ho scelto di aspettare il 1° Maggio Festa dei Lavoratori per raccontare questa storia.

Anche io sono immigrato in Belgio, da pochi mesi, in cerca di lavoro ed è da quando ho maturato la decisione di trasferirmi a Brussels, che ho avuto il desiderio di visitare questo luogo carico di ricordi e scoprirne la storia. Il collegamento tra “devo emigrare in Belgio” e “Bois du Cazier” è stato automatico.

E’ stato interessante scoprire come si organizzava la comunità dell’epoca per affrontare le difficoltà legate all’inserimento nella società belga.

Anche se la  mia esperienza di migrante è differente da quella dell’epoca, alcuni tratti sono gli stessi di allora: non sei a casa tua, cerchi lavoro quindi lo togli ad altri; hai comunque la necessità di sopravvivere, devi evitare di diventare un altro disperato di strada che passa la giornata in un cantuccio ad alcolizzarsi e devi sopportare pressioni psicologiche notevoli prodotte dall’incertezza.

Durante la visita, mi sono mi reso conto dell’importanza di essere in contatto con la propria comunità di origine. Sono contento che, oggi come allora, la comunità accolga e aiuti i propri connazionali in difficoltà…anzi consiglio proprio a chi decide di trasferirsi in cerca di lavoro all’estero di contattare come prima cosa le associazioni italiane presenti nel Paese di destinazione.

Andrea Stratta

 

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