Marò-nna mia: fatti e chiacchiere sui due militari in IndiaTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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Marò-nna mia: fatti e chiacchiere sui due militari in India

La vicenda dei due marò in India occupa da quasi due anni le prime pagine dei giornali e dei notiziari italiani, non senza incrostazioni di stampo patriottico e clamorose esternazioni da parte di alcuni esponenti politici. Oltremedia, basandosi su un’inchiesta ben documentata, prova a fissare alcuni punti fermi della vicenda.

Fonte: Oltremedianews

Nel clamore mediatico prodottosi a causa della vicenda dei due marò, la voce di Matteo Miavaldi non ha finora trovato il posto che meriterebbe. Miavaldi è caporedattore per l’India di China Files, sito di informazione specializzato in notizieprovenienti dall’Asia, e segue fin dal principio e con grande costanza la vicenda di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Il blog Giap, gestito dal collettivo Wu Ming, ha ospitato oltre un anno fa quella che viene definita una “sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi” scritta dallo stesso Miavaldi, che suscitò più di qualche polemica (basti pensare agli oltre 500 commenti ricevuti sul blog); nonostante l’articolo risalga al 3 gennaio 2013, ritengo che alcuni fatti presentati da Miavaldi siano tuttora di enorme rilevanza per la questione e possano ancora giovare a una migliore intelligenza dell’intricata vicenda da parte dell’opinione pubblica. Pertanto, lungi dal presentare gli esiti di una ricerca personale, attingerò largamente all’ottimo lavoro che Miavaldi ha periodicamente pubblicato su China Files.

Va chiarito in via preliminare che la vicenda dei marò ha fatto vistosamente emergere, come se fosse stato necessario, alcuni limiti del giornalismo italiano. Notizie grossolane e a volte palesemente infondate, come vedremo più avanti, sono state gonfiate e diffuse per suscitare determinate reazioni da parte dell’opinione pubblica; al contrario, aspetti non secondari della questione, come la presenza di militari a bordo di una nave privata impiegati alla stregua dei mercenari, sono stati completamente ignorati. Inoltre, la diplomazia e la classe politica italiane escono fuori da questa vicenda in condizioni ancor peggiori di quando vi sono entrate. Il ministro Terzi, alla sua prima vera prova da titolare del dicastero degli Esteri, si è dimostrato incapace di gestire la situazione: mi riferisco in particolar modo al coinvolgimento della Chiesa nelle trattative diplomatiche, che è stata percepita come un’indebita ingerenza e ha mandato gli indiani su tutte le furie, e al pagamento di una “donazione” alle famiglie dei pescatori morti, che casualmente hanno subito ritirato la denuncia, facendo così sorgere il sospetto che il governo italiano avesse di fatto comprato il silenzio delle famiglie delle vittime. Tuttavia, con ogni probabilità il peggio è venuto fuori da alcuni esponenti del centrodestra, che si sono abbandonati a esternazioni talvolta agghiaccianti. Il 19 dicembre 2012, ad esempio, la senatrice Margherita Boniver si è offerta come ostaggio al governo indiano per far sì che i due marò potessero trascorrere le vacanze natalizie in Italia; due giorni dopo, l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa ha espresso il desiderio di candidare Girone e Latorre con Fratelli d’Italia – ricevendo per altro un secco due di picche dagli stessi marò – desiderio che per giunta è recentemente tornato a esprimere in occasione di una protesta, organizzata da Fratelli d’Italia e da movimenti più o meno assimilabili al fascismo, davanti al consolato indiano di Milano. Giorgio Napolitano ha ricevuto i due militari al Quirinale, quasi si trattasse di eroi e non di presunti omicidi. In tutte queste occasioni e in molte altre, non una voce ha ricordato alla pubblica opinione che i due soldati, lungi dall’essere encomiabili, sono di fatto accusati di omicidio.

Veniamo ai fatti. A lungo sono circolate, e tuttora a volte circolano, alcune notizie così imprecise che possiamo definirle senza troppi giri di parole false. In primo luogo, è stato sostenuto (specialmente nella primissima fase della vicenda) che non fossero stati i nostri militari a sparare. In secondo luogo, le autorità italiane hanno a lungo sostenuto – assieme ai media, che hanno particolarmente insistito su questo punto – che la nave Enrica Lexie, al momento dell’accaduto, si trovasse in acque internazionali, il che avrebbe consentito ai magistrati di occuparsi del processo ai due militari. In terzo luogo, dagli articoli di giornale e dai servizi dei TG sembra che Girone e Latorre siano in carcere in attesa che le autorità indiane decidano cosa fare di loro. Affrontiamo i punti uno per uno. 

Sono stati Girone e Latorre a sparare. All’inizio l’equipaggio dell’Enrica Lexie aveva sostenuto in un rapporto che i marò avessero sparato dei colpi in acqua (tre raffiche di mitra, per la precisione). Un team di tecnici indiani ha portato a termine gli esami balistici alla presenza di osservatori italiani, giungendo alla conclusione che i 16 colpi esplosi contro il peschereccio St. Anthony erano stati esplosi dai fucili in dotazione ai marò, come gli equipaggi di entrambe le navi e persino gli altri marò hanno confermato.

L’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali al momento dell’accaduto. Le autorità italiane hanno sostenuto ripetutamente che, in base ad imprecisate rilevazioni satellitari, si poteva dimostrare che, al momento dell’incidente, la nave su cui i marò erano imbarcati si trovava a 33 miglia nautiche dalla costa indiana: il caso era dunque sotto la nostra giurisdizione.  Al contrario, secondo l’accusa l’Enrica Lexie si trovava nelle acque territoriali indiane, e per questo il caso era di competenza dello stato del Kerala. Il 18 maggio sono stati depositati in tribunale i risultati sia dell’esame balistico, di cui abbiamo detto poco fa, sia della perizia che doveva accertare la posizione della nave al momento dell’accaduto. La nave si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa, in quelle che nel diritto marittimo internazionale si chiamano acque contigue: in questo caso, come anche la Corte Suprema di Nuova Delhi ha confermato, il caso è di competenza non dello stato del Kerala ma dello stato indiano. Non credo sia superfluo rilevare che questa perizia è stata accettata anche dai legali dei due soldati: non c’è dunque più da discutere su questo punto.

Le cosiddette controperizie, che il sedicente ing. Luigi Di Stefano ha presentato ai media e addirittura in parlamento, non hanno validità alcuna poiché, come è stato dimostrato, si basano su dati di seconda mano che Di Stefano non si è neppure curato di verificare. Incalzato dal Fatto Quotidiano, lo stesso Di Stefano ha ammesso (come si legge in un articolo apparso il 5 gennaio 2013) che i dati su cui la controperizia si fonda gli sono stati forniti da alcuni giornalisti, i quali poi hanno usato la sua stessa perizia per scrivere i propri articoli. Nella stessa circostanza è stato anche appurato che Di Stefano in realtà non risulta essere un ingegnere, non essendo iscritto a nessun albo e non avendo neppure conseguito un titolo di laurea riconosciuto. Resta il fatto che un personaggio attivo all’interno del partito fascista CasaPound, il quale ha compilato una perizia grossolana e viziata da elementari errori di metodo e si proclama ingegnere pur non essendolo, è stato ascoltato in parlamento.

I due soldati non hanno fatto un solo giorno di carcere. Fin dall’inizio, Girone e Latorre sono detenuti all’interno diguest houses o in alberghi, in cui non mancano anche lussi come la televisione satellitare e il cibo italiano: stando a quanto riporta Miavaldi, infatti, i nostri diplomatici avrebbero fornito alle autorità indiane un piccolo menu (comprendente pizza, pasta, capuccino e succhi di frutta) che gli indiani stessi hanno premura di offrire ai due soldati. Insomma, quando si parla di “marò prigionieri” occorre figurarsi una realtà diversa da quella di una fredda e buia cella di un carcere.

Ora i giornali e i TG non insistono più sul fatto (falso) che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali, ma di sicuro non filtra l’idea che l’India abbia sempre avuto tutte le ragioni per processare i nostri due soldati (mentre l’ex ministro La Russa trova ancora spazio e tempo per i suoi vaniloqui). Per questo motivo ho creduto che anche nel 2014, a un passo dall’esito finale della vicenda, ci fosse bisogno di insistere sui punti che abbiamo appena analizzato. Senza addentrarci nella questione della pena di morte, che per altro sembra ormai esclusa, non possiamo fare a meno di notare come in questi due anni l’opinione pubblica italiana sia stata – col dolo o in buona fede non spetta a me dirlo – disinformata riguardo alla vicenda dei marò, in particolar modo per quanto riguarda la competenza sul caso, che evidentemente è sempre stata indiana. Con ogni probabilità, in un momento assai delicato per la politica italiana (ricordiamo che il governo Monti era in carica da pochi mesi), i politici e i media hanno puntato sul patriottismo (che a tratti è degenerato nello sciovinismo più puro) per compattare i sentimenti popolari e, a voler essere maligni, per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai dolorosi provvedimenti che il governo tecnico stava prendendo.

Simone Mucci

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