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sabato , 21 gennaio 2017
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Mediterraneo in fiamme, tra crisi e rivolta sociale

Atene, Roma, Madrid, Lisbona: lo spettro della rivolta nel XXI secolo passa dalle capitali mediterranee dell’Europa.  E di colpo il Mediterraneo torna  nuovamente al centro dell’attenzione mondiale, ma questa volta non per l’esportazione di modelli economico-politico-culturali, bensì perchè può essere considerato il nuovo “anello debole della catena” capitalistica.

All’inizio del XX secolo Vladimir Uljanov Lenin teorizzò che la maturazione delle condizioni per l’abbattimento del capitalismo a livello globale avrebbero reso possibile la rivoluzione sociale anche in un Paese arretrato come la Russia del tempo, definita allora “l’anello più debole della catena imperialista mondiale”. Da allora è passato molto tempo,e la Russia è tornata ad essere una potenza internazionale sia dal punto di vista economico che militare. Il contesto in cui Lenin visse e scrisse fu molto diverso da quello odierno, tuttavia all’epoca nessuno si sarebbe mai potuto lontanamente immaginare che la prima Rivoluzione mondiale sarebbe scoppiata proprio nell’ “anello debole” dell’imperialismo mondiale, quella Russia che poi a dispetto delle critiche dei menscevichi e dei socialdemocratici avrebbe resistito per oltre settant’anni realizzando quel “socialismo in un paese solo” che si pensava inizialmente essere una chimera. Non fu nell’industriale e ricca Inghilterra, o nell’operosa Germania (dove Marx credeva sarebbe avvenuta la rivoluzione) che scoppiò la scintilla rivoluzionaria, bensì fu nel Paese capitalista più arretrato, quello dove le contraddizioni del sistema economico capitalista e imperialista erano più smaccate, e dove il peso più grave era costantemente scaricato sul popolo, sugli ultimi. Tutti sanno alla perfezione cosa sarebbe successo dopo con la vittoria improvvisa della Rivoluzione e la guerra civile che ne sarebbe conseguita. Oggi il contesto è chiaramente, del tutto diverso, tuttavia farei notare alcune somiglianze significative che preludono a prospettive potenzialmente rivoluzionarie a lungo termine nell’Europa mediterranea del XXI secolo. Ci troviamo infatti in un’Europa disastrata dalla crisi economica con i paesi più poveri, quelli appunto della fascia mediterranea, che precipitano sempre di più nella crisi economica e nella miseria. Anche agli inizi del XX secolo l’economia mondiale entrò in crisi dopo l’edonismo della belle epoque, e per tutti i primi dieci anni del secolo le grandi potenze pensarono bene di dividersi il mondo, esaltando così la grande era dell’ imperialismo. Secondo molti analisti anche oggi ci troviamo in una fase “imperialista” dell’economia capitalistica, e ogni riferimento all’imperialismo come “fase suprema del capitalismo” è del tutto casuale.  Sono Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia e Grecia i paesi più arretrati del capitalismo europeo, quelli dove i governi e la politica sono più screditati, e soprattutto dove sono già cominciate le scintille di rivolte sociali fino a questo momento controllate dalle autorità senza troppi patemi. Ma cosa accadrà nei prossimi anni quando gli stipendi medi dei paesi mediterranei scenderanno anche del 30% parallelamente a un rincaro di più del 40% dei beni di prima necessità? Nei Paesi mediterranei si sta lentamente sedimentando una situazione drammaticamente simile a quella che precedette, nei paesi del Nord Africa, la Primavera Araba del 2011. Anche in Tunisia infatti si era creata una situazione di sfiducia e odio nei confronti del governo di Ben Ali, e quando i beni alimentari aumentarono vertiginosamente un giovane ambulante si sarebbe dato fuoco, dando de facto inizio alla rivolta sociale. In Europa mediterranea forse siamo ancora lontani, a parte in Grecia, da prospettive di questo tipo, ma cosa accadrà quando milioni di giovani disoccupati non potranno più nemmeno contare sulle pensioni dei propri genitori? Purtroppo non è difficile immaginarlo, si avrà come al solito una doppia possibilità: o la repressione cieca da parte delle istituzioni e quindi una potenziale rivolta sociale/guerra civile, oppure il ricorso a “un uomo forte” che, fingendo di incarnare la pancia della piazza, finisca prima o poi per intorpidirne lo spirito rivoluzionario ( Mussolini nell’Italia degli anni Venti in risposta al “biennio rosso” ne è un valido esempio).  E così mentre in Grecia e in Spagna la rivolta sociale per certi versi è già cominciata, in Italia i focolai di malcontento e la rabbia popolare già covano sotto la cenere, pronti a tramutarsi in un incendio alla prima occasione. Insomma un sistema ormai insostenibile, il capitalismo liberista, viene mantenuto in vita sulle spalle della popolazione dei paesi più deboli dell’Eurozona, un gioco furbo ma rischioso quello osato da coloro che reggono le fila dell’economia mondiale ma che potrebbe, come da copione dei film di Hollywood, finire per evocare forze incontrollabili dagli apprendisti stregoni della finanza. E chissà se cento anni dopo, nel 2017, Lenin non possa avere la sua tardiva rivincita.

D.C.

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