Mediterraneo, un futuro come ponte verso l'AsiaTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Mediterraneo, un futuro come ponte verso l’Asia

Quale futuro per il Mediterraneo? Da centro del mondo a luogo periferico di “provincia dell’Impero” (americano ndr) sacrificabile per salvare la “testa”. Ma il Mediterraneo potrebbe tranquillamente ritagliarsi un nuovo ruolo nei futuri equilibri geopolitici, se solo lo volesse, diventando un luogo insostituibile di confronto e scambi commerciali con la Cina, la Russia e l’Est del mondo. 

Il mondo sta cambiando e lo sta facendo in modo talmente rapido e repentino da stravolgere bussole e mappe preparate nel secolo scorso e obbligando addetti ai lavori ed analisti a rivedere la propria interpretazione della complessità globale del sistema-mondo. L’Italia si trova al centro anche geograficamente del Mar Mediterraneo, non a caso definito già ai tempi dell’Impero Romano come “Mare Nostrum”. Da allora molte cose sono cambiate e l’attuale assetto geopolitico globale è indubitabilmente figlio dei sommovimenti bellici del XX secolo che hanno prodotto, come spesso accade, vinti e vincitori, con questi ultimi che hanno tratteggiato confini e regole del gioco. Il nostro paese, fortunatamente, ha perso la Seconda Guerra Mondiale combattuta accanto ai nazisti di Hitler, e ha pagato questa sconfitta subendo un ridimensionamento in politica estera logico e conseguente, figlio peraltro della nuova Costituzione antifascista che noi ci sentiamo di condividere appieno e che rifiuta la guerra come modo di risoluzione delle dispute internazionali.

L’Italia ripudia la guerra dunque, ma la sua adesione a organismi sovranazionali come la Nato, organizzazione militare nata ai tempi della Guerra Fredda per arginare il comunismo e oggi sopravvissuta anche alla fine della Guerra Fredda, rende sostanzialmente lettera morta il proprio rifiuto, ancor più che la Nato e gli Usa possiedono diverse basi militari proprio in territorio italiano e non solo. La ricerca di una nuova identità nel secondo Dopoguerra che si ponesse in contraddizione e contrasto con il fascino del comunismo sovietico, e quindi con il Partito Comunista Italiano, ha fatto sì che l’Italia si stringesse sempre di più alla cultura politica anglosassone e americana, anche se a nostro giudizio tale cultura politica dovrebbe essere del tutto estraneo alla storia, alla cultura e anche agli interessi dell’Italia. Questo è avvenuto in quanto l’Italia è stata schiacciata dalla sfera di influenza americana, non a caso proprio il nostro Paese nella seconda metà del Novecento era quello dove si trovava il più potente partito comunista d’Occidente, e dunque era una “prima linea” della guerra ideologica di trincea tra capitalismo e comunismo. Nel discorso che stiamo abbozzando comunque la Guerra Fredda conta fino a un certo punto in quanto stiamo parlando di prospettive geopolitiche di sviluppo, ma conta nel momento in cui si cercasse di individuare le cause del perchè l’Italia sia diventata una sorta di “provincia” degli Stati Uniti.

Nonostante siano ormai passati decenni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale infatti, paesi come l’Italia non possono ancora nemmeno ipotizzare un futuro differente da quello che li vedono strettamente legati agli interessi di quella che viene definita pomposamente come la “Civiltà Occidentale”. Ma siamo sicuri che gli Stati Uniti con la loro cultura politica siano realmente parte della stessa “Civiltà Occidentale” di cui fanno parte anche la tradizione umanistica e di cultura ellenistico-latina che permeano soprattutto i paesi che si affacciano nel Mediterraneo? Siamo sicuri nella sostanza che gli interessi di paesi come Usa e Gran Bretagna collimino con quelli di paesi del tutto differenti per cultura e caratteristiche geografico-sociali di paesi come Italia, Grecia, Spagna? E poi ancora, siamo davvero sicuri che per gli interessi economico-strategici del nostro Paese sia meglio commerciare con gli Stati Uniti, magari aprendo le porte agli investimenti delle multinazionali, piuttosto che aprire le proprie esportazioni a paesi come Cina e Russia ?

Rispondere negativamente a queste domande significa sostanzialmente ammettere che per motivi diversi il nostro Paese non sta tutelando i propri interessi e quelli dei propri cittadini, e questo dovrebbe essere uno dei temi da discutere sul tavolo della politica piuttosto che rimanere un tabù, magari utilizzandolo proprio per aggregare altri paesi che avrebbero proprio come l’Italia tutto l’interesse a elaborare e teorizzare un nuovo modello di sviluppo economico capace di valorizzare le proprie effettive ricchezze ed eccellenze e non a svenderle in nome della globalizzazione e del mercato globale. E questo ruolo peculiare derivante dal peso della storia e della cultura potrebbe tranquillamente essere svolto proprio dall’Italia, paese le cui eccellenze vengono apprezzate anche  e soprattutto in quei paesi, Cina e Russia, che però rappresentano sempre più il male “assoluto” per  il cosiddetto blocco occidentale di cui facciamo, volenti o nolenti, parte.

 

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