Mercato del lavoro. Ecco la riforma di RenziTribuno del Popolo
venerdì , 15 dicembre 2017
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Mercato del lavoro. Ecco la riforma di Renzi

La polemica tra sindacati e governo riporta al centro il tema del lavoro. Se la legge delega parlamentare dovesse passare Matteo Renzi avrà le mani libere per adottare la sua riforma. Flessibilità, meno tutele e sussidi di disoccupazione. Vediamo le ricette renziane in sintesi.

Fonte: Oltremedianews

Finalmente si parla di lavoro. Occupazione, crescita, precarietà. L’agenda politica, come da troppi anni ormai accade in Italia, l’ha dettata ancora una volta il governo proponendo con propri emendamenti l’approvazione di una legge delega in materia. Quanto ai tempi si parla della primavera 2015, ma sono le modalità ed i contenuti a far discutere, anche all’interno dello stesso Pd.

La prima criticità riguarda infatti l’abuso dello strumento della legge delega. Si tratta di una disposizione legislativa approvata dal Parlamento con cui lo stesso fissa una serie di principi più o meno stringenti attorno ad una certa materia assegnando all’esecutivo il compito di completarne il dettato normativo quanto agli aspetti più concreti tramite semplici decreti legislativi. Niente di strano se non fosse che in una materia importante come quella del lavoro è stato lo stesso governo a dare una spinta decisiva per acquisire i poteri necessari per sostituirsi alle Camere: il risultato è una bozza di legge delega dalle maglie molto larghe che consentirà al Consiglio dei Ministri di trasformarsi in un parlamentino per mettere mani alla disciplina del mercato del lavoro. Non proprio un buon inizio per una riforma che tocca una delle materie in cui il coinvolgimento delle parti in causa (sindacati, lavoratori, partiti etc) dovrebbe essere d’obbligo. Ma imputare al solo governo Renzi l’abuso dello strumento della legge delega sarebbe come ammettere di aver tenuto gli occhi chiusi negli ultimi venti anni.

Quel che più fa discutere sono infatti i contenuti della ormai prossima riforma del mercato del lavoro. Quali, non è facile dirlo, visto che la legge delega in approvazione al parlamento presenta disposizioni di principio che l’avvicinano più ad una sorta di delega in bianco che ad un atto vincolante per l’esecutivo. Sì perché affermare da oggi cosa voglia direl’espressione «Contratto a tutele crescenti», dire su due piedi quali tutele rimarranno al neo-assunto, se sarà applicabile o meno l’art. 18 o se al contrario l’intero Statuto dei Lavoratori sarà messo in soffitta, non è davvero possibile. Dobbiamo allora andare a guardare tra la cd. letteratura renziana, le affermazioni mai troppo benevole nei confronti del sindacato, infine i mentori dai quali l’ex sindaco di Firenze da sempre attinge le proprie idee in materia: uno su tutti, il redivivo Pietro Ichino.

Quanto all’articolo 18 il punto, molto astutamente, non è toccato dalla legge delega che si limita a prevedere un «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio». Ogni nuovo assunto a tempo indeterminato non avrà quindi le stesse tutele dei lavoratori più datati, ma, almeno inizialmente, sarà soggetto ad una sorta disospensione delle tutele previste dall’attuale Statuto dei Lavoratori. Quanto ampia sarà questa sospensione dei diritti e quanto tempo durerà non è dato ancora sapersi, ma il pensiero del governo in tema di articolo 18 è ben noto a tutti: per Renzi è più un totem ideologico che uno strumento di effettiva difesa del dipendente contro licenziamenti ingiusti, del quale ne farebbe volentieri a meno. Ciò vorrebbe dire che se attualmente il licenziamento per motivi soggettivi o disciplinari è soggetto ad una valutazione del giudice circa la possibilità di reintegro o semplice indennizzo, per i neoassunti il lincenziamento ingiusto non sarebbe mai contestabile in via giudiziale ma semplicemente indennizzabile, salvo per il caso limite difficile da provare dei licenziamenti discriminatori. Di più, nonostante la sospensione dei diritti sia giustificata come un provvedimento di avanzamento rispetto alla precarietà che contraddistingue il mercato del lavoro giovanile, nella bozza non si parla affatto di neoassunti al primo contratto lavorativo, ma il contratto a tutele crescenti sarà applicabile anche ai più anziani che, avendo perso il lavoro, si ritroveranno nella posizione di neoassunti senza le garanzie precedenti.

Toccato il tema della precarietà non si può non approfondire il contenuto della legge delega in materia. Il testo prevede «l’abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato». Anche qui l’espressione lascia spazio a tantissimi dubbi. Presentata la forma contrattuale a tutele crescenti come assorbente rispetto alle decine di tipologie di contratti precari attualmente in vigore, il testo non faminimamente riferimento ad una loro abrogazione in blocco. Certo, una semplificazione ci sarà, ma lasciare anche solo alcuni contratti a tempo determinato ed affiancarli al contratto indeterminato a tutele crescenti significherebbe non dare alcuno spazio alla stabilizzazione dell’impiego, presupposto fondamentale per impostare un progetto di vita a lungo termine.Vista da questa prospettiva la riforma proposta sembra un arretramento piuttosto che un avanzamento.

A confermare l’impressione circa la permanenza di molte forme di contratto precarie c’è poi il provvedimento sui salari minimi. Trattasi dell’unica disposizione che non ha suscitato le ire dei sindacati, la quale prevede un compenso orario minimo per il lavoratore subordinato da estendere anche ai co.co.co. che evidentemente rimarranno in vigore. Anche qui sarà fondamentale capire quantificazione stabilita dal governo: un minimo troppo basso potrebbe infatti avere l’effetto contrario di portare il mercato verso un livello di equilibrio più sconveniente per il lavoratore.

Poi il demansionamento e le telecamere sul lavoro. Due temi già ampiamente trattati dallo Statuto dei Lavoratori. Quanto al primo l’art. 13 dello Statuto sancisce che «il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito». Ci si chiede oggi, stante l’esigenza di contemperazione con le necessità aziendali paventata dal governo, se anche questo diritto possa ritenersi in via di revisione. Così come tutte quelle disposizioni sul controllo a distanza degli impiegati: lo Statuto era chiaro nel vietare le telecamere, mentre oggi, «tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore», la legge delega assegna al governo la possibilità di intervenire con modifiche sul punto in senso più permissivo per i datori di lavoro.

Sarebbero infine da citare la riforma della Cig e l’ipotesi di introduzione dell’indennità universale di maternità, ma qui più che negli altri istituti analizzati le disposizioni appaiono vaghe e da riempire con contenuti veri. Se sul secondo punto il governo ha sempre espresso la volontà di un riordino della disciplina, sulla Cig, Renzi si è sempre detto pronto ad introdurre un sistema di ammortizzatori sociali universale (Aspi) per tutti i disoccupati in base ai contributi versati.

Michele Trotta

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