Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati UnitiTribuno del Popolo
domenica , 28 maggio 2017
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Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti

Non si arrestano le vibranti proteste in Messico a seguito dei 43 studenti desaparecidos che sarebbero stati bruciati vivi dai narcos con la complicità delle istituzioni. Si sono verificati scontri anche gravi a Città del Messico tra manifestanti e forze dell’ordine e l’intero Paese ribolle, ma forse a causa della vicinanza agli Usa i media preferiscono parlare di altre “rivolte”…

L’ex presidente del Messico Porfirio Diaz (morì nel 1915) conosceva molto bene il suo Paese al punto che coniò il fortunato proverbio: “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti“. Mai come oggi ci sembra che questo proverbio sia di attualità, soprattutto alla luce degli stravolgimenti che stanno occorrendo nel mondo. Stiamo parlando delle Primavere Arabe, delle rivoluzioni colorate, del Putsh del Maidan e di tutte le rivolte che di volta in volta i media del mainstream scelgono di mettere in prima pagina ammantandole dell’alone romantico della lotta per la libertà contro le oppressioni. Una lotta, evidentemente, dalla quale sono esclusi tutti quei paesi considerati “allineati”, che rientrano cioè a pieno titolo all’interno della sfera di influenza del cosiddetto Occidente. Altrimenti non si spiegherebbe come mai i diritti umani non rispettati in Arabia Saudita, in Pakistan, in India oppure in Messico vengano ignorati mentre invece le violazioni dei diritti umani che avvengono in Russia, Cuba, Corea del Nord, Venezuela fanno il giro del mondo in meno di dieci minuti.

Quanto successo in Messico però, stiamo parlando della vicenda degli studenti desparacidos di Iguala, è stato troppo grave per essere sottaciuto. Non che la violenza in Messico non ci sia dal momento che la guerra civile tra governo e narcos ha provocato decine di migliaia di morti in pochi anni, ma i media hanno sempre preferito non parlarne, forse perchè il Messico, paese che confina a Nord con gli Stati Uniti, subisce un inevitabile neocolonialismo sia culturale che politico. Questa volta però i messicani, i semplici cittadini, gli studenti e la società civile hanno deciso di non accettare in silenzio l’ennesima barbarie e hanno deciso di scendere in piazza per chiedere una cosa semplice: verità e giustizia. Nei giorni scorsi i manifestanti hanno occupato diverse sedi del governo e anche un aeroporto, ma non hanno deciso di smetterla con le mobilitazioni per manifestare la loro rabbia nei confronti delle istituzioni, sempre più percepite come colluse nei confronti del narcotraffico.

I manifestanti nella serata di giovedì si sono radunati presso la sede del governo di Città del Messico e ben presto sono scoppiati scontri anche molto pesanti con la polizia in antisommossa schierata a difesa dei palazzi delle istituzioni. Sono state lanciate diverse molotov e la polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti, e anche con cariche di alleggerimento. I manifestanti erano decine di migliaia e si erano radunate nel tardo pomeriggio nella piazza centrale di Città del Messico, lo Zocalo, dove si trova il Palazzo nazionale. A quel punto la rabbia ha preso il sopravvento e un gruppo di ragazzi armati di molotov hanno cominciato gli scontri scadendo slogan contro il presidente messicano Pena Nieto. Anche all’aeroporto di Città del Messico si sono avuti scontri con la polizia con i manifestanti che hanno sparato fuochi d’artificio contro la polizia che tentava di sgomberare le barricate nella strada per l’aeroporto. Insomma il Messico sta esplodendo, e i media preferiscono non parlarne forse perchè affrontare il motivo della guerra civile larvata che si combatte in Messico significherebbe anche tirare in ballo l’ingombrante vicino del Nord. Ma la vera domanda è: come avrebbero parlato i media di quello che sta succedendo in Messico se 43 studenti fossero stati sequestrati e bruciati vivi a Caracas o a Pyongyang? 

DC

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