Messico. Nel silenzio globale è emergenza democraticaTribuno del Popolo
martedì , 24 gennaio 2017
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Messico. Nel silenzio globale è emergenza democratica

Messico. Nel silenzio globale è emergenza democratica

Di Messico nei giornali occidentali si parla poco, molto poco. Se ne è parlato recentemente per i 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa fatti sparire nel nulla dai narcos a Iguala, poi basta. Eppure in Messico i massacri di studenti e cittadini che si oppongono al malaffare e alla corruzione sono all’ordine del giorno, così come gli abusi delle autorità e la totale assenza di diritti e democrazia, ma dato che il governo messicano è strettamente alleato degli Stati Uniti, si preferisce non parlarne. Così come non si parla delle ombre che si addensano sul governo, accusato di aver insabbiato il caso degli studenti di Iguala.

Il Messico è un grande paese, un paese enorme e vitale dal punto di vista strategico e geopolitico ma di cui, stranamente, si sente parlare molto poco. I media però non hanno potuto chiudere gli occhi su quanto successo a Iguala, nello stato di Guerrero, quando nel settembre del 2014 ben 43 studenti vennero fatti sparire e bruciati in fosse comuni scatenando finalmente la riprovazione generale del mondo. Ma per poco perchè dopo poche settimane la questione era già bella e che dimenticata e i media puntavano i riflettori su altro. Si sa, genericamente, che il Messico è in mano a bande di narcotrafficanti senza scrupoli di cui in Europa arriva una eco lontana, ma probabilmente la situazione è persino peggiore di quanto non sembri, basti pensate che secondo recenti stime negli ultimi anni si sarebbero contati qualcosa come 30.000 desaparecidos. Se non altro però la strage di Iguala degli studenti ha avuto almeno il merito di riportare sotto i riflettori la situazione del Paese, una situazione che secondo molti intellettuali, giornalisti e cittadini messicani che non si rassegnano al terrore sarebbe largamente fuori controllo. Non solo, secondo una giornalista messicana chiamata Anabel Hernàndez, costretta a trasferirsi in California per evitare ripercussioni, il governo messicano avrebbe mentito spudoratamente circa il massacro degli studenti. Da qui le accuse delle opposizioni nei confronti del governo del presidente Enrique Peña Nieto di aver voluto insabbiare qualcosa o qualcuno. Ma fare i giornalisti in Messico è diventato difficile e pericoloso; non solo infatti si rischia di venire assassinati dai narcos, ma anche di venire licenziati in tronco perchè scomodi, è il caso di Carmen Aristegui, una delle giornaliste più famose del Sudamerica che è stata licenziata così su due piedi. E infatti negli ultimi quindici anni i narcos hanno assassinato qualcosa come 83 giornalisti, ben 12 con il governo di Peña Nieto, e in molti accusano proprio lo stesso governo di fare poco o niente per tutelare la libertà di stampa e l’incolumità dei giornalisti. Ma non ci sono solamente i giornalisti, esiste anche un Messico coraggioso che ha deciso di lottare per i propri diritti, il Messico degli studenti rurali e cittadini, ragazzi e ragazze, spesso con ideali di sinistra, che non intendono arretrare di un passo e rivendicare la libertà di stampa e il diritto a un futuro migliore. A spaventare il governo e anche i narcos infatti resta la Scuola, e soprattutto le scuole rurali, dei luoghi di aggregazione nati negli anni Venti dove i ragazzi possono socializzare, imparare, confrontarsi con i professori e soprattutto imparare lo spagnolo dato che come prima lingua nei distretti rurali viene ancora insegnata la lingua indigena. Dei luoghi di Resistenza appunto, luoghi che evidentemente con il massacro di Iguala si voleva cercare di spaventare a morte. E in un Messico in balìa del narcotraffico e delle multinazionali, tali scuole sono davvero dei luoghi di resistenza alla cultura dominante e una spina nel fianco nella coscienza di un Paese che vorrebbe soffocare il diritto delle classi più povere di resistere allo sfruttamento dei potenti. In queste scuole rurali è ancora forte il richiamo di personaggi come Emiliano Zapata e Pancho Villa, di conseguenza giornalisti e intellettuali non credono alla versione offerta dal governo sul massacro dei “43″ di Ayotzinapa. Del resto in occasione del massacro degli studenti sono uscite varie testimonianze che parlano del fatto che sul posto ci fossero già presenti alcuni agenti del governo federale, tali testimonianze smentirebbero clamorosamente la versione del governo che sostiene che i ragazzi sarebbero stati sequestrati dalla polizia municipale. Peccato che la municipale a detta dei testimoni non avrebbe avuto nè i mezzi nè l’allenamento per fare una operazione di questo tipo, dunque la responsabilità cadrebbe sul governo federale, guardacaso lo stesso che è stato incaricato di dirigere le indagini. Secondo chi accusa il governo quindi, il sindaco di Iguala, Luis Abarca, sarebbe niente altro che un capro espiatorio offerto all’opinione pubblica. In Messico quindi si massacra, e lo si fa da tempo, in modo impunito. Lo si è fatto contro gli indigeni, ma anche con i campesinos e con gli studenti disarmati, e soprattutto oltre agli omicidi e alle fosse comuni ci sono anche le sparizioni e le fughe all’estero. E in uno Stato assente quando non colluso con il narcotraffico spesso il cittadino è solo, abbandonato al suo destino dalle istituzioni ma anche dalla comunità internazionale che non fa alcuna pressione sul Messico e continua a considerarlo uno Stato democratico. Fanno spallucce anche a Washington dove evidentemente fingono di non vedere i massacri forse perchè il governo di Nieto fa comunque gli interessi della Casa Bianca. Cosa accadrebbe se in Messico dovesse verificarsi una sorta di “Maidan” rossa con i contadini e i cittadini esasperati che decidessero di occupare le piazze? Siamo sicuri che ne seguirebbe una repressione sanguinaria, eppure siamo altrettanto sicuri che dalla Casa Bianca non si leverebbe nessun grido di scandalo.

Dc

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