Mission Impossible: eliminare Berlusconi. Tra giustizia e politicaTribuno del Popolo
venerdì , 22 settembre 2017
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Mission Impossible: eliminare Berlusconi. Tra giustizia e politica

Se esiste davvero un confine tra giustizia e politica sembra difficile poterlo applicare a favore di Silvio Berlusconi. Il PD rimarca con insistenza la volontà di voler sconfiggere il Cavaliere alle urne. Ma nel frattempo le condanne arrivano impietose.

Fonte: Oltremedianews

Matteo Renzi: “Berlusconi va sconfitto, non squalificato”. Nichi Vendola: “Voglio battermi con armi politiche, non auspico la rovina giudiziaria di un avversario”. Alessandra Moretti: “Resto convinta che il berlusconismo vada sfidato e sconfitto nelle urne, non nelle aule di giustizia”. Guglielmo Epifani: “Gli avversari politici si battono politicamente”.

Ma se anche esistesse un confine che distingue nettamente il concetto di giustizia da quello di politica, come si può applicarlo a Silvio Berlusconi? L’imputato che entrò nelle aule nel 1990, ben quattro anni prima di scendere in campo, quando la Corte d’appello di Venezia ritenne falsa una sua testimonianza sull’appartenenza presunta alla loggia P2 e che venne salvato solo dall’amnistia appena varata. L’imprenditore che nei giorni in cui fondava Forza Italia dichiarava: “Se non lo faccio mi arrestano e fallisco per debiti” come riportato in più occasioni da Marco Travaglio e Peter Gomez. Il premierche ritiene che la Corte Costituzionale sia un burattino nelle mani del Presidente della Repubblica come testimoniano d’altronde le incalzanti richieste fatte a Ciampi – da quest’ultimo asserite nel libro Contro scettici e disfattisti - di controbilanciare lo squilibrio a sinistra della Consulta. E come lasciano intendere le indiscrezioni che vedono il capo del PDL offeso dal mancato intervento di Giorgio Napolitano, reo di non averlo difeso da una “persecuzione”, per usare le parole di Brunetta.

Il laureato in giurisprudenza che più di chiunque altro ha erudito un Paese intero sulla terminologia processuale: chiarendo la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva, spiegando la possibilità di ricorrere in appello prima e in cassazione poi, annebbiando a piacimento il vero significato della prescrizione. Il leader che ha reso famoso Angelino Alfano con il famoso lodo, poi giudicato incostituzionale, che guardacaso avrebbe dovuto salvare da ogni processo le alte cariche dello Stato, lui compreso. L’onnipresente che però sparisce dalle piazze e dalle tv in occasione dei ballottaggi per le recenti amministrative, forse troppo a ridosso e troppo meno importanti della sfilza di udienze, sentenze e probabili condanne che lo attendevano a stretto giro di posta.

Negli stessi caldi giorni in cui si attendeva con ansia il responso del tribunale milanese Berlusconi faceva lavorare il suo fidoGhedini , oltre che in aula, nei corridoi del potere. Se da un lato le sue arringhe non convincevano i giudici, migliori risultati riscuotevano le sue parole con il ministro Anna Maria Cancellieri: dopo le rimostranze dell’avvocato del PDL, è sparita la norma del decreto carceri che poneva a 4 anni il tetto massimo di pena per vedere riconosciuti i domiciliari a chi ha superato i 70 anni. Provvidenziale. Specialmente alla luce dell’accoglienza di taluni domicili.

Sempre nell’ottica di una sana dicotomia tra aula e parlamento, Cicchitto ha dichiarato che con questa sentenza si è scritta la parola fine sul clima di pacificazione tra centrosinistra e centrodestra. Mariastella Gelmini ha aggiunto che se il governo cadrà non sarà per queste condanne ma solo perché non sarà stato in grado di far fronte all’emergenza economica. Dunque il focus si sposta di qualche mese, aspettando le decisioni su Iva e Imu. Se ne riparlerà a settembre: per i più maliziosi a ridosso della sentenza Mediaset che vede Berlusconi ad un passo dall’interdizione dai pubblici uffici.

È ingiusto o quantomeno inesatto considerare di secondo piano una sentenza del genere, nella spasmodica attesa di sconfiggere il Cavaliere alle elezioni. Le definizioni stesse di politica e di comunità sono imperniate della nozione di giustizia. Intesa come equità, onestà, uguaglianza sociale. Quella che da anni è stata portata all’ordine del giorno è casomai ingiustizia, nella migliore delle ipotesi mera giurisprudenza. Se oggi si parla di un Processo Ruby è perché mentre l’Italia cadeva nel baratro della crisi, il suo più illustre rappresentante negava i problemi della gente e festeggiava nelle sue ville, che si trattasse di burlesque o prostituzione minorile. Se oggi ancora si parla di corruzione, mazzette, tangenti, infiltrazioni mafiose, appalti truccati, è perché la giustizia è stata tenuta sin troppo lontana dalla politica per lasciare spazio alla sua cugina oscura, sua maestà l’Ingiustizia. Dunque affermare che bisogna vincere alle urne e non nelle aule di tribunale, sarebbe un errore troppo grossolano: oggi più che mai la politica ha un immenso bisogno di giustizia per uscire dalla palude. Parafrasando Aristotele “chi non è capace di vivere in una società e di accettarne le regole, è un dio o una bestia”. Del primo è già dubbia l’esistenza, difficile pensare che sia di così terreni interessi. Resta l’altra opzione: il Caimano se ne faccia una ragione.

Gianmarco Dellacasa

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