Monopoli, superprofitti, disoccupazioneTribuno del Popolo
martedì , 12 dicembre 2017
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Monopoli, superprofitti, disoccupazione

L’annuale rapporto di Mediobanca sulle multinazionali mostra un quadro molto chiaro e delineato sulle dinamiche industriali e produttive che investono l’Europa ed il suo destino produttivo.

Fonte: Marx 21

Mentre sale a 26,3 milioni il numero di disoccupati all’interno dei ventisette Stati membri dell’Unione Europea, si rafforza e si consolida la crescita dei monopoli transnazionali in termini di fatturato e superprofitti.

Prendiamo ad esempio le case produttrici di pneumatici: la giapponese Bridgestone, la francese Michelin e l’americana Goodyear sono i padroni assoluti del mercato. Bridgestone ha chiuso l’anno fiscale in corso con un fatturato di 24.953 milioni di euro, Michelin con 21.044 milioni di euro e Goodyear con 16.333 milioni di euro. La tedesca Continental, e l’italiana Pirelli, rispettivamente al quarto e quinto posto, sono distaccate considerevolmente con un fatturato di 9.665 e 6.031 milioni di euro.

Queste formazioni monopolistiche hanno assunto una veste internazionale e non specificatamente manifatturiera e merceologica. Se prendiamo la Fiat, indicativo è l’allargamento del monopolio della Famiglia Elkann/Agnelli dall’auto al lusso, dalle telecomunicazioni ai servizi, dal turismo alle operazioni finanziarie.

La concentrazione monopolistica fagociterà altre case produttrici con una violenza e un’ampiezza senza pari, con un altissimo costo umano in termine di perdite di occupazione; come nel settore auto e siderurgia, l’obiettivo è di assorbire grandissima parte di forze concorrenti.

Bridgestone ha annunciato la chiusura dello stabilimento italiano di Bari, che impiega circa 950 operai, nonostante il colosso giapponese abbia appena ottenuto il suo miglior risultato da anni e si sta avviando a ottenere il più alto profitto degli ultimi otto anni. L’utile netto di Bridgestone aumenterà quest’anno del 37 per cento, a un livello record di 1,9 miliardi di euro e ottiene dal 10 al 15 per cento dei suoi ricavi in Europa. Anche Michelin (fabbrica di Joué-lès-Tours, 730 lavoratori), Goodyear(fabbrica di Amiens, 1173 lavoratori) e Continental (nel 2009 gli operai degli stabilimenti francesi e tedeschi si unirono in una comune lotta contro i licenziamenti e la chiusura degli impianti)si ristrutturano pesantemente chiudendo fabbriche e imponendo licenziamenti e forti tagli salariali, con turni e ritmi di lavoro insostenibili.

Oggi, la crisi strutturale scatenata dall’accumulazione monopolista si esprime restringendo le attività e la base produttiva.

Ciò acutizza le contraddizioni e la concorrenza inter-monopolistica, aumenta la diseguaglianza sociale, ed in definitiva alimenta i pericoli di guerra.

La classe operaia deve rispondere in maniera ferma, difendendo fino in fondo i suoi interessi di classe. Questo vuol dire innanzitutto respingere con fermezza palliativi pseudo-riformisti come salari minimi e redditi di cittadinanza, fastidiose litanie movimentiste, imposte culturalmente dalla borghesia monopolista per affermare il primato del massimo profitto e dell’impresa sul valore umano e sociale del lavoro. La classe operaia deve rifiutare ogni altra considerazione e proposta in voga in vari settori della sinistra, tipo la richiesta di intervento dello Stato con finanziamenti alle grandi imprese, richiesta che ha come unico scopo quello di riempire ulteriormente le tasche dei monopolisti, per la ricomposizione organica del capitale, ma non può minimamente incidere sulle scelte dei monopoli, non garantisce affatto la difesa e la ripresa dell’occupazione, anzi.

Questo vale anche per chi con superficialismo invoca la necessità di nuovi investimenti, equivocando su una falsa quanto facile equazione investimento=occupazione. C’è un difetto di interpretazione.

Michelin investirà 800 milioni di euro in Francia da qui fino al 2019 per aumentare l’efficienza dei suoi stabilimenti e sviluppare il centro di ricerca di Clermont-Ferrand. Allo stesso tempo però il gruppo d’Oltralpe fermerà la produzione di pneumatici per camion, mandando a casa 730 lavoratori, come detto prima.

Fiat (e non solo) ottenne dallo Stato il diritto a ristrutturare le sue imprese. La famosa legge 675 sulla riconversione industriale, fu uno strumento formidabile per introdurre nuove tecnologie nei processi produttivi, e il massiccio ricorso alla Cassa integrazione Guadagni espulse dal processo produttivo migliaia di operai: dei circa 250 mila impiegati in Fiat negli anni ottanta, ne restano oggi scarsi 24 mila, la maggior parte dei quali in cassa integrazione. Una volta per tutte è dimostrato quanto siano false ed illusorie le teorie di chi sostiene che l’occupazione cresce in misura proporzionale con l’innovazione e gli investimenti. In realtà a crescere sono i profitti, la disoccupazione e la crescente povertà delle masse lavoratrici, mentre la crisi si acutizza sempre di più.

L’investimento, l’efficienza aziendale non è di per sé elemento di crescita, perché all’aumento dei fattori di produzione e redditività non corrisponde un aumento della base produttiva. Questi fenomeni si possono comprendere solo analizzandoli dal punto di vista marxista, cioè evidenziando la contraddizione tra rafforzamento crescente delle attività dei complessi monopolistici, e il crollo delle forze produttive.

La ricerca del massimo profitto da parte dei monopolisti ha ridotto continuamente il potere d’acquisto delle masse lavoratrici, determinando una crisi di sovrapproduzione relativa. I monopoli rispondono dirigendo le proprie strategie laddove il mercato è solvibile: verso il lusso, le armi, la finanza, il terziario, riducendo i volumi di produzione e causando una immane distruzione di forze produttive, umane e materiali. La Fiat ad esempio sta facendo questo.

Salari minimi, redditi garantiti, investimenti e interventi statali sono specchietti per le allodole, “soluzioni” che restano confinate in un ambito cercato e voluto dai monopoli, perché sono misure che non solo non incidono minimamente sullo strapotere di questi complessi economico/industriali, ma chiedono ai lavoratori sacrifici su sacrifici, nonché l’implicita l’accettazione supina dell’ideologia imposta dai padroni, cioè il primato assoluto del massimo profitto, legittimando l’espulsione gigantesca di forza lavoro. Lungi dal risolvere il problema della disoccupazione, la favoriscono anzi.

La classe operaia e i comunisti lottano per il lavoro, per la difesa e l’allargamento della base produttiva, per il ridimensionamento fino al conseguente abbattimento dei monopoli privati, per la nazionalizzazione dei grandi centri apicali della produzione . Questo fa la classe operaia, in aperta autonomia dall’influenza culturale della borghesia monopolista.

La concentrazione del potere economico in poche mani ha raggiunto proporzioni gigantesche e spaventose, i monopoli allargano i loro poteri all’estero, e sono in perenne conflitto con gli Stati e le istanze democratiche, che vengono asserviti imponendo gruppi di pressione, comprando influenze politiche, manipolando l’opinione pubblica, fino a dominare ogni aspetto della vita, decidendo secondo l’interesse del massimo profitto, contro gli stessi interessi nazionali.

Si fanno sempre più pressanti le richieste ai governi per imporre riduzioni dei salari, delle pensioni, per legalizzare il lavoro sottopagato, per incrementare la giungla retributiva con contratti specifici di area, con nuove gabbie salariali, con speciali deroghe ai contratti nazionali.

Intanto il colosso finanziario JP Morgan “invita” i governi a sbarazzarsi delle costituzioni antifasciste e democratiche, intanto prendono forma i disegni plebiscitari e presidenzialisti, che fanno seguito alla svolta maggioritaria d’inizio anni novanta.

Questi poteri crescenti sono alla base di regimi forti contro le masse lavoratrici e contro il popolo. E i regimi forti sono, nella loro sostanza di classe, fascisti.

La ristrutturazione monopolista impone un forte impoverimento delle classi lavoratrici e della stessa borghesia, derubata e ipotecata come classe, inasprendo drammaticamente la vita sociale e politica, sviluppando spinte sempre più autoritarie: per dare maggiore impulso a tale processo, accadrà sicuramente qualche evento drammatico di impatto nazionale.

Gravi pericoli incombono sul paese e sull’Europa: pericoli di fascistizzazione continentale e guerra.

Questo putrido sistema generato dal massimo profitto monopolista serve a mantenere e accrescere i privilegi di un centinaio di grandi famiglie a dispetto della classe operaia e delle masse lavoratrici, spinge verso una definitiva riduzione della produzione mondiale provocando scenari di autentica miseria e nuova schiavitù.

Serve una svolta. Bisogna cambiare. Deve esser però chiaro che nessun cambiamento sarà possibile senza l’unità, la forza e la compattezza della classe operaia e dei lavoratori del nostro paese e del nostro continente. Senza di essi non ci saranno rinnovamento e ripresa economica, né quella spallata all’Europa dei monopoli ,della speculazione finanziaria e della loro manovalanza fascista, che dividono e sovvertono il continente.

Erman Dovis

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