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lunedì , 23 gennaio 2017
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Morto Fidel! Viva Fidel?

Da giorni si susseguono voci sulla morte di Fidel Castro. Tra mezze verità e mezze bugie comincia il circo di nostalgici, melanconici, detrattori. Fidel ancora fa discutere, ma la Cuba castrista è ormai un mito che (forse) non esiste più. Meglio o peggio?

Tratto da http://oltremedia.weebly.com/

Fidel è morto, o Fidel non è morto? Da 24 ore rimbalzano sulla rete informazioni relative al leader maximo, le più gravi lo danno “cerebralmente morto”. L’annuncio viene dato da Nelson Bocaranda, il giornalista venezuelano che diede la notizia del cancro di Hugo Chavez, e che sostiene che fra tre giorni verrà rivelato al mondo e al popolo cubano la fine del “caro leader”.  Tra smentite e conferme il popolo di internet si è sbizzarrito in supposizione e quant’altro. Ma cosa significa la morte o meno di un personaggio come Fidel? Per i comunisti pur et dur la dipartita di Castro vuol dire la fine di tutto probabilmente. Il comunismo, come ogni fenomeno umano, vive delle sue liturgie, delle sue leggende, dei suoi miti, simboli e religioni (per chi non lo sapesse in sud America è diffusa la c.d. religione dell’hombre nuevo che identifica Che Guevara  con il Cristo). Fidel è tutto ciò. Un simbolo che supera anche la realtà dei fatti, entrando in uno spazio meta storico. Per un comunista Fidel è l’ultimo baluardo dopo la fine dell’URSS. Un marxista ortodosso, già razza in via di estinzione (purtroppo o per fortuna) alla vista di Fidel non vede la Cuba di oggi, che già da tempo non è più l’isola della revolucion, bensì vede il sogno rivoluzionario, il movimento 26 luglio, lo sbarco del Granma, l’assalto alla Moncada, la vittoria di Santa Clara, l’ingresso trionfante a L’Avana. Il volto di Fidel è il volto di Che Guevara, di Cienfuegos. Fidel è la fuga di Batista, la baia dei porci, la crisi missilistica, la riforma agraria, il paradiso socialista a due passi dall’imperialismo americano. Fidel è tutto ciò che non c’è più. Fidel è vivere ancorati al passato rifiutandosi di vedere il presente, non volendo accettare il futuro. Perché la morte di Fidel è come la caduta del muro di Berlino. Un simbolo di rottura, il risveglio dal sogno. Prima della caduta del muro l’intero blocco del patto di Varsavia era già in crisi. L’URSS era già stata sconfitta in Afghanistan a febbraio, e anche l’annuncio della DDR di apertura delle frontiere avvenne il 9 novembre 1989, mentre l’abbattimento del muro, con le immagini che fecero il giro del mondo dei  Mauerspechte (i “picconatori”) sono relative a ciò che avvenne nelle settimane successive. Ma furono proprio quelle immagini a dichiarare, più di qualsiasi comunicato ufficiale, che era finita un’epoca, con relativi drammi psico-politici che coinvolsero i comunisti di tutto il mondo, in primis gli italiani, da sempre legati a doppio filo con il blocco sovietico. Infatti la svolta italiana fu la bolognina, con i successivi, DS, PD che portarono – e portano – a nuovi drammi psico-politici.

L’uomo si lega ai simboli, diventano essenziali nella loro mitizzazione da “sogno”, la Cuba castrista era l’avanguardia sessantottina, l’URSS era il punto di riferimento della generazione della guerra, ma per i comunisti del dopo guerra Cuba era la svolta verso un nuovo tipo di socialismo, superando gli errori bolscevichi, il comunismo dal volto umano. E tutto ciò che riguardava machismo, persecuzione dei dissidenti, era solo infamia (come del resto per la generazione precedente erano infamia i gulag stalinisti). Cuba erano gli studenti universitari che prendevano il potere e lo regalavano al popolo. E Cuba era ed è Fidel. Nonostante Fidel già da tempo non sia più in prima linea. Nonostante Raul abbia avviato una serie di riforme che hanno aperto margini maggiori di “democrazia” e di mercato. Nonostante tutto finchè c’è Fidel il sogno rivoluzionario vive (e lotta insieme a noi). Qualcuno di questi sognatori, cominciando ad avvertire l’inevitabile, già sta cercando un nuovo comunismo a cui aggrapparsi, una nuova realtà da incensare, glorificare, mitizzare, e molti strizzano l’occhio a Chavez. Fidel svolge il suo ruolo di mito, per continuare a credere in qualcosa che sembra non esistere più, per non rassegnarsi, non alla vittoria del “capitalismo”, ma anche a cercare nuove forme di lotta. L’ideologia non si revisiona, l’ideologia è perfetta, c’è Fidel e tutto va bene. In più Fidel è come la faccia di Che Guevara sulle magliette, svolge il ruolo di slogan, una pubblicità per i sedicenni più “sensibili” che credono che ci sia altro oltre l’i phone in cui credere. Fidel è il simulacro a cui il paganesimo comunista si rivolge per seminare e salvare le giovani menti, per sopravvivere oltre se stessi, oltre un ideologia che gira in un mondo che più non la riconosce. Un fantasma che si aggira per l’Europa (e non solo) ma che non fa più paura. Fidel è l’anti Steve Jobs, l’idolo d’oro del libero mercato. La morte di Fidel vuol dire settimane di “coccodrilli”, servizi speciali, mass medializzazione di tutta la storia cubana con tanto di speciale di Minoli su “La Storia siamo Noi”, vuol dire, per i comunisti, assistere inermi al trionfo della società dello spettacolo che divora anche l’ultimo limpido mito comunista. Come se già la società dello spettacolo non avesse trionfato! Il passato diventa sogno, favola della buonanotte da raccontare ai figli per chi non si vuole rassegnare a non trovare più uno spazio ideologico, sociale, culturale e politico in questa società, in questo “mondo che non li vuole più”! I vetero comunisti si affrettano a comprare biglietti per Cuba e dare un ultimo saluto all’isola del bengodi prima che il sogno finisca, senza rendersi conto che il sogno, salvo una seria presa di coscienza dell’attualità del mondo, si è già – diceva Gaber – rattrappito. Cuba, quella Cuba, è già morta. La Cuba di Raul, o di chi per lui, è una Cuba che vuole sopravvivere nella propria indipendenza, rendendosi conto, ben oltre molti compagni italiani, che per farlo bisogna cercare nuove vie, essere strategici, leggere la realtà e adeguarsi, pur mantenendo la propria identità, ma sapendola adattare alla realtà per modificare la realtà. Fidel – come uomo – sta morendo. Fidel – come simbolo – ancora vivrà (purtroppo o per fortuna). Che Guevara, dopo la rivoluzione, pubblicò un saggio il cui titolo era una domanda: “Cuba: eccezione storica o avanguardia nella lotta al capitalismo?” il terrore degli ultimi comunisti è di dover rispondere “eccezione storica”! Senza capire che la risposta (purtroppo o per fortuna) è già stata data dalla storia.
Andrea Siniscalchi
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