Mosca mette in guardia sugli interventi Usa in SiriaTribuno del Popolo
mercoledì , 18 ottobre 2017
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Mosca mette in guardia sugli interventi Usa in Siria

Ieri notte son cominciati gli attacchi della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti contro l’Isis con Damasco che ha detto di essere pronta a combattere il terrorismo. Il Cremlino ha però ribadito di essere contrario ad “attacchi che mirano a obiettivi geopolitici a spese dell’altrui sovranità”. 

Mentre la coalizione degli Stati Uniti ha cominciato a martellare le postazioni dell’Isis anche nel nord della Siria, e lo stesso governo di Damasco ha detto di sostenere gli sforzi internazionali per combattere il terrorismo, la Russia ha voluto dire la sua e lo ha fatto per bocca del ministro degli Esteri. Lavrov ha ribadito in un comunicato che la Russia è contraria ad “attacchi che mirano a obiettivi geopolitici a spese dell’altrui sovranità”. Secondo il Cremlino questo tipo di operazione porterà inevitabilmente a una “ulteriore destabilizzazione” del Medio OrienteAzioni simili possono essere effettuate esclusivamente nel quadro del diritto internazionale, che prevede non di informare in modo formale e unilaterale sugli attacchi ma l’accordo esplicito del governo siriano oppure una decisione corrispondente del consiglio di sicurezza dell’Onu. Mosca ha più volte avvertito che i promotori di scenari di forza unilaterali hanno tutta la responsabilità giuridica internazionale delle loro conseguenze”, ha detto ancora Lavrov. Insomma, secondo il Cremlino la formazione dello Stato Islamico altro non sarebbe che il risultato di una serie innumerevole di errori americani in Medio Oriente. Non solo, la strategia degli Stati Uniti di sostenere l’opposizione moderata contro l’Isis lascia perplesso il Cremlino che è ben consapevole come non esista sostanzialmente una opposizione moderata. Gli Usa potrebbero cominciare bombardando l’Isis e finire attaccando l’esercito siriano” ha detto Fyodor Lukyanov, analista consulente per gli Esteri e la Difesa di Mosca, rendendo quindi palesi le preoccupazioni della Russia, di cui Assad è un saldo alleato. Insomma quello dell’Isis sarebbe solo un pretesto per eliminare dalla scena Assad, l’uomo che dopo anni di guerra civile è comunque riuscito a mantenere il controllo della maggior parte del Paese e non accenna ad ammainare bandiera. La Russia ha una base sul Mediterraneo proprio in Siria, a Tartous, e tutto lascia pensare che non accetterà mai un “regime change” a Damasco.

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Un commento

  1. Gianni Sartori

    Un punto fermo, la solidarietà alla resistenza curda;
    ma anche un pro-memoria di qualche anno fa sulle politiche imperialiste statunitensi…

    L’Iraq non è il Vietnam: è peggio! (Gianni Sartori gennaio 2007)

    Un episodio fra tanti. Alla fine di ottobre 2005 l’aviazione statunitense informava di aver effettuato “bombardamenti di precisione contro postazioni di terroristi stranieri” sul villaggio di Betha, nel nord dell’Iraq. Quasi immediata la smentita dei medici dell’ospedale di Qaim che parlavano di circa quaranta morti civili tra cui alcune donne e dodici bambini: un massacro. E intanto i superstiti scavavano con le mani tra le macerie alla ricerca di altri corpi.
    Avvenimenti del genere si contano ormai a centinaia nell’Iraq “liberato”.
    Confermando una tendenza in atto da tempo, nelle guerre sono soprattutto i civili ad essere vittime indifese di eserciti e milizie. In Iraq in particolare sono sempre più ostaggio sia delle truppe di occupazione (che sembrano non fare distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile) e dei gruppi armati (resistenti, guerriglieri, terroristi…o come si voglia chiamarli).
    Proprio nel giorno dei bombardamenti di Betha (31 ottobre 2005) il Pentagono, su richiesta del parlamento statunitense, rendeva pubblico un rapporto che calcolava in 26.000 gli iracheni uccisi o feriti dalla guerriglia dal marzo 2003. Ma con l’accortezza di non fare distinzioni tra civili ed esponenti delle forze di sicurezza. E soprattutto non forniva indicazioni sulle vittime imputabili alle truppe di occupazione. Secondo l’organizzazione “Iraq body count” il numero dei civili uccisi sarebbe compreso tra 27mila e 30mila, il 37% dovuto al fuoco americano o inglese. Usa e Gran Bretagna sarebbero inoltre responsabili del ferimento di più di 40mila persone.
    E’ opinione di molti osservatori che queste cifre rappresentino solo una parte del massacro in atto contro la popolazione irachena. Per ammissione dello stesso Pentagono “il dipartimento della difesa non mantiene un conteggio preciso delle vittime irachene”. L’ex sergente dei marines Jimmy Massey (dopo aver raccontato di aver preso parte alla sistematica uccisione di civili ai posti di blocco) ipotizzava addirittura che il totale dei morti potesse arrivare a centomila. “Ma – aggiungeva – molto probabilmente non lo sapremo mai con certezza” , perché rimane incalcolabile il numero dei corpi abbandonati lungo le strade o frettolosamente sepolti in fosse comuni.

    Ovviamente sono più precisi i dati in merito ai caduti americani che da tempo hanno superato la soglia di duemila. Anche se l’amministrazione Usa continua a rassicurare i suoi cittadini insistendo sul fatto che il numero dei caduti (americani beninteso) è inferiore a quello del Vietnam, bisognerebbe calcolare anche le conseguenze future, traumi e malattie che perseguiteranno a lungo i reduci. Nella prima guerra del Golfo i caduti statunitensi furono poche centinaia, ma l’associazione dei reduci ha già denunciato più di ottomila decessi di ex militari che parteciparono alla “Tempesta”. Sono decine di migliaia coloro che in questi anni hanno accusato patologie dovute alle armi e munizioni in dotazione. Resta ora da vedere quali saranno gli effetti di uranio impoverito e fosforo bianco sui soldati inviati in Mesopotamia dal 2003. Per le popolazioni civili gli effetti sono invece già molto evidenti. Recentemente è tornato d’attualità uno degli avvenimenti più orrendi di questa guerra: l’attacco contro Falluja (la “città delle cento moschee” diventata la “Guernica irachena”) del novembre 2004, operazione denominata al Fajr (l’Alba).
    Nel suo libro “Fuoco amico” Giuliana Sgrena denunciava l’uso di Mk77 (in pratica napalm) e di fosforo bianco, citando proprio un’intervista al marine Jimmy Massey. Riportava anche il racconto di alcuni sopravvissuti che, tornati alle loro case (tra le poche rimaste in piedi), avevano trovato le stanze ricoperte da una polverina bianca. Molti si sentirono male e alcuni cominciarono a sanguinare appena iniziarono a pulire. E adesso ai racconti degli scampati si aggiungono le immagini atroci di quei corpi mummificati (ma con gli abiti intatti), di quei volti straziati dalla sofferenza. Proprio la recente diffusione di queste immagini ha rilanciato con forza il dibattito sull’uso da parte dell’esercito statunitense di armi chimiche, in particolare del fosforo bianco.
    Quest’ultimo era già tristemente noto per essere stato usato dagli Italiani in Etiopia, dai nazisti alleati di Franco nel bombardamento della città basca di Guernica (aprile 1937), dalla Raf britannica su Amburgo nel 1943, dagli Alleati su Dresda nel 1945, dagli Usa in Vietnam e da Ankara e Bagdad contro i curdi negli anni ottanta. Alle testimonianze di alcuni ex militari come Jeff Garret (“Ho sentito via radio l’ordine di usare il Willy Pete, nome del fosforo bianco”) si è aggiunto un documento del governo inglese in cui si afferma chiaramente che gli Usa “almeno in alcuni casi hanno usato armi chimiche”.
    Il direttore del centro studi per i diritti umani di Falluja, il biologo Mohamad Tareq al-Deraji, lo aveva già denunciato al Parlamento di Strasburgo. Aveva detto:” Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze ha cominciato a bruciare; abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti”. Successivamente, dopo le smentite dell’ambasciata americana che protestava per la trasmissione di “Rai News 24” (“Falluja, la strage nascosta”), altre prove si sono aggiunte.
    Tre ufficiali statunitensi (un capitano, un sergente maggiore, un tenente) che avevano preso parte alla battaglia dell’8-20 novembre 2004, avevano inviato un memorandum agli Alti Comandi. Il testo venne poi pubblicato da Field Artillery (rivista dell’Artiglieria da campagna dell’esercito Usa) nel marzo 2005. Nel rapporto viene descritto l’uso del fosforo bianco contro obiettivi umani, per stanare gli insorti da trincee e cunicoli. Le azioni venivano denominate shake and bake (scuoti e cuoci). Il rapporto si conclude sottolineando come l’uso del fosforo bianco abbia avuto “effetti fisicamente e psicologicamente devastanti sugli insorti”. Anche un’altra rivista militare americana, Infantry Magazine, aveva riportato notizie in merito all’uso del fosforo bianco durante la battaglia di Erbil, nell’aprile del 2003.
    Il fosforo bianco usato in grandi quantità andrebbe considerato “un’arma di distruzione di massa di tipo non convenzionale” secondo Domenico Leggiero, ex ispettore internazionale al controllo degli armamenti. E aggiunge:” Il residuato dell’esplosione di fosforo bianco è un pulviscolo impercettibile che si posa ovunque, entra nelle stanze…reagisce con l’ossigeno, attacca in modo violento soprattutto mucose, bocca e apparato respiratorio. Funziona come una bomba neutronica, uccide ciò che è vivo”. Risale al 1980 la “Convenzione sulla limitazione e divieto delle bombe incendiarie” delle Nazioni Unite e al 1997 un nuovo documento sulla “proibizione di sviluppo, produzione, stoccaggio e uso di armi chimiche e sulla loro distruzione”. Documenti che, ironia della Storia, fornirono agli Usa la giustificazione per invadere l’Iraq.
    Gianni Sartori (gennaio 2007)

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