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domenica , 23 luglio 2017
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Nepal. Sei mesi tra i landless di Kathmandu

Riceviamo e pubblichiamo un interessante contributo su un’esperienza di vita e di lavoro in Nepal.

Namaste Kathmandu

F. ha 28 anni, è una scultrice italiana e vive a Berlino da 3 anni. A marzo mette in affitto la sua stanza in città per qualche mese e parte alla scoperta del Nepal. Ad accoglierla c’è X., giovane nepalese che negli Stati Uniti, dove studiava Public Health, ha fondato nel 2008 un’organizzazione no profit chiamata Namaste Kathmandu. NK è una piccola ONG nata con l’obiettivo di fornire un’istruzione adeguata ai bisogni dei bambini dello slum di Thapathali che sorge sul fiume Bagmati a Kathmandu. F. ha contattato NK prima di partire perché, spinta dalla voglia di conoscere la cultura e la società nepalesi dall’interno, vuole provare a lavorarci insieme invece di limitarsi a viaggiare zaino in spalla. Nello slum di Thapathali, F. metterà talento e ed esperienza al servizio dei bambini impegnandosi con loro in laboratori d’arte, attività che porta avanti anche in una scuola di Berlino.

Lo slum e la scuola

Il primo impatto con lo slum è forte. Ci si arriva allontanandosi da un quartiere residenziale di Kathmandu, popolato da negozietti di frutta e verdura, vetrine di sarti e calzolai e bambini che in un’ordinata uniforme vengono portati a scuola sulle moto dei papà. Lo slum si trova in un parco, all’ingresso principale c’è una scritta sbiadita ‘UN Park’, poco chiara al momento della prima visita ma che, in poco tempo, rivelerà in modo molto chiaro tutta la storia e il destino dell’area. Poco distante, un altro ingresso conduce lentamente F. alla scoperta di un vero e proprio villaggio. È il villaggio Paurakhi che prende il nome dalla parola ‘paurakh’ che in lingua nepali significa fatica o “sudore e lacrime”. Il nome descrive bene l’insieme di case basse, fatte di mattoni con tetti in lamiera, che proseguono a file, ogni casa è attaccata a quella che le sorge affianco, raramente hanno più di una o due finestrelle. Fuori dalle porte donne controllano le teste dei figli per vedere se ci siano pidocchi, i vecchi guardano chi passa con sospetto, alcuni ragazzi si rincorrono e poi al passaggio della straniera si fermano, salutano e ridono. In mezzo alle case una stradina infangata, piena di buche, mattoni solitari e molti rifiuti, conduce tra la polvere a uno slargo dove c’è la scuola Mechi Mahakali costruita da Namaste Kathmandu per i bambini di Paurakhi. Due edifici separati, colorati di blu e giallo con disegni di animali su tutti i muri esterni  trasmettono allegria e, nel piccolo cortile davanti alla scuola, i bambini in fila fanno gli esercizi quotidiani di ginnastica accogliendo poi gli ospiti con canti e preghiere. Vedere la scuola fa, onestamente, tirare un sospiro di sollievo come se si fosse appena usciti da un’intricata a buia foresta e si fosse arrivati finalmente in uno spazio aperto e luminoso. Gli studenti indossano tutti le classiche uniformi scolastiche, ma a guardarli da vicino si vedono i buchi nelle calze, le macchie sui pantaloni, gli strappi dei maglioncini. Si va ancora più vicino e si notano anche i capelli impolverati, i visi sporchi, gli occhi arrossati da qualche infezione. Quando poi si è così vicini che non si può fare altro che conoscere l’altro toccandolo, alcuni bambini sgranano gli occhi e le bambine toccano le mani di F. che sono così bianche e pulite.

I “senza terra”

F. e i bambini della scuola usano le mani e la testa per realizzare idee nuove, curare tutti i passaggi della creazione fino alla fine per imparare il senso di responsabilità e la dedizione, e risvegliare la fantasia. A ogni lezione i bambini sono incontrollabili, corrono, si sporcano, si incollano le dita. Tutti i bambini sono uguali, ma ce ne sono alcuni che sono più uguali degli altri. L’ordine, la concentrazione, l’organizzazione e la costanza che F. trova a Berlino, a Kathmandu manca. Quello che c’è in abbondanza è l’insicurezza del futuro ma anche del presente. Questo perché nessuna delle famiglie di Paurakhi ha il diritto di proprietà del terreno su cui vive, non ha il diritto a vivere in condizioni dignitose, igieniche e sane. Gli abitanti dello slum sono chiamati “landless”, cioè  “senza terra”,  hanno cominciato a popolare Kathmandu circa dieci anni fa, spesso scappando dalla distruzione che la guerra civile tra Maoisti ed Esercito Reale combatteva nei loro villaggi natii. Sono venuti in città, come accade in tutto il mondo, semplicemente per trovare nuove opportunità e hanno occupato la terra che appartiene allo Stato, e che va sotto il nome di ‘UN Park’, semplicemente perché era libera e loro ne avevano bisogno per vivere. La terra non appartiene a loro, il Governo ha piani diversi, vuole bonificare la zona per farci un parco e ha quindi bisogno di tenerla libera per costruire. Sin dalle prime occupazioni, la polizia fa visita puntualmente agli abitanti dello slum con ordini di demolizione e sfratto. I landless resistono, ricostruiscono le case, costruiscono la scuola, si riuniscono in un vero e proprio villaggio a cui lo Stato non riconoscerà mai il diritto  di avere risorse basilari come istruzione, sanità e igiene, un alloggio sicuro. Costantemente, quando polizia e occupanti si scontrano, ogni abitante di Paurakhi deve essere coinvolto nelle proteste e questo vale anche per i bambini, infatti la scuola è spesso chiusa a causa degli scioperi, le madri entrano negli edifici per portare i bambini ai cortei, strappandoli dalle lezioni e avvicinandoli ai mezzi della polizia.

In mezzo scorre il fiume

Il 2012 è un anno particolare per il Nepal, si attende per fine maggio l’accordo finale delle parti coinvolte nella formulazione della Costituzione. Dal passaggio dalla monarchia alla repubblica con la vittoria dei Maoisti, il Nepal è stato governato da una Costituzione ad Interim e sino a ora i tentativi della politica nepalese per stendere finalmente la Costituzione sono falliti miseramente in continui dissidi che dividono le parti. Si susseguono gli scioperi che bloccano la vita a Kathmandu e in tutto il Paese anche per molti giorni. All’approssimarsi di maggio ognuno rivendica i propri diritti e l’agitazione si sente anche nello slum sul fiume Bagmati. Si mormora di nuovo che gli abitanti saranno costretti a lasciare le proprie case, non si sa se le attività della scuola andranno avanti, i giornali pubblicano articoli sulle misure di ripiego prese dal Governo. Non molto chiaramente si spiega ai lettori che gli occupanti di Thapathali sono stati chiamati a firmare un accordo: coloro che non hanno nessuna terra in nessun luogo del Nepal otterranno l’affitto di un’abitazione nei dintorni di Kathmandu per alcuni mesi per consentire di trovare poi una soluzione definitiva. Si comincia a fare distinzione tra “senza terra” genuini e quelli falsi, cioè abusivi che, pur avendo proprietà in Nepal hanno occupato la terra sul fiume nella speranza un giorno di venire riconosciuti come legittimi proprietari di una terra ritenuta redditizia. Nonostante le pessime condizioni in cui versa tutto il complesso dello slum, l’area si trova esattamente sulla sponda opposta di Patan, zona di tradizione e memoria storica. Ma Patan è anche simbolo di modernità, è infatti sede di agenzie delle Nazioni Unite e di grandi ONG internazionali e tutt’intorno alle loro basi sono cresciuti locali notturni, costosi ristoranti e panifici alla francese che permettono ai funzionari stranieri di vivere meglio che in patria. Si capisce, quindi, come anche l’area che guarda questi moderni insediamenti, pur non condividendoci null’altro che il fiume, abbia un valore intrinseco molto alto. La maggior parte dei Nepalesi afferma che nello slum vivono diversi opportunisti che vogliono accaparrarsi la proprietà di un tale fertile terreno, e ammettono che gli occupanti sono da mettere tutti sotto accusa. Quando, con questa maggior parte, si cerca di capire la logica che avrebbe spinto le famiglie dello slum a voler vivere in mezzo al fango senza acqua potabile e sistemi fognari se c’è dall’altra parte la possibilità reale di vivere dignitosamente nella propria terra, si torna al movente dell’accusa “se tutti fossimo abusivi non ci sarebbe più ordine”. I più onesti e avveduti spiegano che la vita nei villaggi è dura e che da sempre la ragione della migrazione urbana non è l’arrivismo ma la ricerca di una vita migliore. La situazione generale è nota anche a Namaste Kathmandu e ai volontari che insegnano nella scuola, ma rimangono vive le intenzioni di investire nell’istruzione in una situazione nella quale investire è un salto nel buio.

Sei mesi

L’8 maggio era un martedì. Erano da poco passate le 4 quando le sirene della polizia hanno urlato alle famiglie di Paurakhi l’ordine di abbandonare le proprie case, raccogliere l’indispensabile e lasciare campo libero ai bulldozer. In poche ore il terreno è tornato allo Stato e ai progetti delloUN Park. Il mattino seguente accompagno F. che vuole vedere con i suoi occhi cosa è successo e capire cosa succederà da quel momento in avanti. Non è più necessario entrare da uno dei due ingressi perché ora le case che davano sulla strada non esistono più. Con attenzione ci arrampichiamo sui mattoni, una donna ci racconta la notte passata e una folla ci accompagna verso la scuola. In terra di tutto, acqua stagna, pentole di riso con le mosche sopra, letti coperti da teli di plastica, quaderni, vestiti. La scuola è stata demolita per prima, quasi fosse necessario ribadire che nello slum non ci sono diritti di alcun tipo, nemmeno quello di imparare. Tra le macerie, su un muro rimasto in piedi per metà è attaccato un disegno. Un disegno di R., una bambina con l’espressione quasi sempre arrabbiata, grave, seria, una bambina difficile. Tutt’intorno a quel disegno, la distruzione. Dall’altra parte del fiume il traffico di Patan.

Nei giorni seguenti la demolizione alcune famiglie hanno abbandonato Kathmandu per tornare ai villaggi ma molte altre sono dovute rimanere e alcune persone, i più anziani, non vogliono lasciare quella che considerano la propria casa. Sorvegliati dalla polizia vivono sotto tende arrangiate, cucinano con l’ospitalità dei vicini e cercano di riutilizzare i mattoni. Agli angoli delle strade, sotto il sole, bambini lucidano le scarpe o vendono frutta. C’è il rischio che finiscano per essere le ennesime vittime delle tratte di minori e della prostituzione. La notte fa ancora freddo e spesso piove, non ci sono letti, molti hanno perso anche i vestiti. Le ONG inizialmente non intervengono per paura di essere indicate dal Governo come responsabili dell’occupazione ma col passare del tempo sono loro a occupare gli spazi dello slum offrendo, come in una gara, zaini e altro materiale per una scuola allestita sotto gli alberi e sopra a un largo telo di plastica. Si dice che il Governo stia trattando con le municipalità dei villaggi attorno a Kathmandu per dare case alternative ai landless ma ogni soluzione fallisce perché nessuno vuole averli come vicini di casa. Si scopre poi che gli accordi firmati tra occupanti e Stato per alcune mensilità di affitto non sia in realtà valido perché mancante del timbro ufficiale. Intanto arrivano i monsoni, piove all’improvviso, piove tanto e a lungo e per molti ancora non c’è un riparo.

Sono passati sei mesi da quell’8 maggio, al ricordo di quella scuola dai colori nitidi si sovrappone il pensiero di un futuro incerto.   

Giorgia Zillio

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