Nina Simone: la voce dei dirittiTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Nina Simone: la voce dei diritti

Chi non ama la musica? La musica è universale con tutte le sue sfumature e stili, raggiunge i gusti di tutti, ma una cosa è certa: il mondo non può vivere senza la musica. Spesso è capitato nella storia, che musica e lotta siano andati a braccetto, si siano unite por portare avanti un’idea. 

« La musica esprime ciò che è impossibile da dire e su cui è impossibile tacere » sosteneva Victor Hugo e, negli anni 60, una voce forte, potente e sensuale allo stesso tempo, una voce da contralto di ampia tessitura, con colori scuri che ben si addicono al grande jazz, al blues, al folk americano, era impossibilitata nel tacere, diede la parola al pensiero dei milioni di afro-americani che vivevano sotto il giogo del razzismo americano. Quella voce urlava a tutto il mondo la sofferenza della sua gente, metteva a nudo la realtà di un paese che si dichiarava civile, scoperchiava l’incoerenza di un paese che si considerava il salvatore del mondo. Non poteva più tacere, non aveva paura di chi voleva farla tacere, per troppi decenni la sua gente aveva taciuto e subito e la cantante nera Nina Simone con la sua voce urlo tutto questo al mondo e con la sua musica portò la protesta la loro protesta oltre il muro della differenza tra bianchi e neri.

“Picchettaggi
bambini sulle brande dell’ospedale da campo
e poi provano a dire che è un complotto comunista
tutto quel che voglio è uguaglianza
per la mia sorella, per il mio fratello, per la mia gente e per me”

 Questa è una strofa della canzone ‘Maledetto Mississipi’ (Mississippi Goddam), racconta esplicitamente il pensiero di quegli anni, mette in risalto la diseguaglianza dell’epoca e Nina Simona con la sua voce riesce a imprimergli il giusto timbro di tristezza e sofferenza che per secoli hanno covato a causa del loro ‘status’. In un’ora, di getto compose il testo, . A quei tempi non capitava spesso che in America uscissero canzoni con delle parolacce nel titolo, né con delle condanne della violenza contro i neri così accese nel testo. Le successive controversie catturarono grandemente l’attenzione dei giornali, ma la stella di Nina Simone crebbe ancora più alta e luminosa. Fino alla fine Nina Simone ha lottato contro i cosiddetti demoni che la stregavano sia in privato che nel sociale, e la sua vita rappresenta tutto il retaggio del razzismo in America, ma al tempo stesso è anche l’esempio dell’influenza che una persona può esercitare quando decide di scendere in campo anche contro i pregiudizi più forti e radicati. Ha lasciato che la musica e la politica avvolgessero  interamente la sua esistenza, mettendola progressivamente a servizio delle battaglie per i diritti civili.

Era nata a Tryon, nella Carolina del Nord, in una famiglia dove la musica era di casa. Il padre suonava un po’ tutti gli strumenti, la madre cantava in un coro gospel, lei a soli quattro anni suonava il pianoforte. Per tutti era una bambina prodigio a tal punto che potè studiare ad Asheville. Ma nel suo destino non poteva esserci una carriera concertistica, il colore della sua pelle era un ostacolo insormontabile. La speranza di riuscire un giorno o l’altro a proporsi come interprete del mondo classico, gli aveva fatto assumere lo pseudonimo di Nina Simone. E quel nome non l’ avrebbe più lasciata.

Il be bop, il cool e la spericolata avventura del free non riuscirono a coinvolgere la musica di Nina Simone, sembrava insensibile alle mode come alle rivoluzioni culturali, il suo stile era nato direttamente con lei e non poteva essere mutato per assecondare le tendenze del momento. Aveva cominciato a farsi notare con il suo primo disco “I love you Porgy” dedicato alle musiche di Gershwin, poi aveva preso a spaziare anche in altri generi, aveva scoperto Dylan, Kurt Weill, i blues, ma ‘il primo amore non si scorda mai ‘ e quindi non aveva dimenticato Chopin e Bach. Per rintracciare le sue origini musicali aveva anche studiato la musica africana e il suo modo di suonare il pianoforte era diventato più percussivo, più incisive, a volte tagliente o sensuale.  Il suo coraggio, la sua voglia di distruggere gli schemi di una società razzista la portò di incidere «Strange fruit», la prima autentica canzone di protesta razziale che Billie Holiday aveva registrato nel 1939 e che sembrava appartenere soltanto a lei, per la carica espressiva e drammatica che le aveva imposto (con Nina Simone sono stati solo Josh White, Sting, Tori Amos, Cassandra Wilson e Dee Dee Bridgewater ad inciderla). Da quel momento la sua musica prese una forte connotazione sociale e razziale e la sua «Black is the color of my true love’ s hair» in poco tempo fece il giro del mondo. Ma è con  Four Women che raggiunge il suo apice nella musica di lotta, traccia un impressionante e incisivo ritratto acustico della sottomissione della donna nera americana, schiava della sua bellezza o della sua situazione sociale, una situazione che la relega con il ruolo di duplice razzismo in quanto di colore nero e in quanto donna.

“Lei non conosce la sua bellezza. Pensa che la sua pelle scura non sia degna di gloria. Se avesse potuto danzare nuda sotto una palma e vedere la sua immagine riflessa nel fiume, saprebbe che non è cosi. Ma non ci sono palme per strada. E l’acqua sporca dei piatti da lavare, non riflette immagini” Nina Simone.

Four Women è un affresco della difficile condizione femminile in forma di quadruplice autoritratto.

Quattro sono le strofe senza ritornello, che riassumono il  percorso di vita di Eunice Waymon (il vero nome di Nina Simone), dalla sua sottomissione, fino all’invenzione del suo alter ego, i suoi primi passi fino all’insorgere verso il sentimento di vendetta ed al compimento della sua missione.La prima donna descritta è Mary Kate (la madre) cioè quello che lei sarebbe diventata se il destino non avesse avuto altri progetti per lei. La seconda è una mulatta divisa tra due mondi che la rifiutano. Qui emerge la sua esperienza di donna rifiutata nei suoi studi classici e sempre fuori posto nella vita di un nero in un paese per bianchi. La terza donna è sottomessa, annullata e quasi comprata, purché le promettano una vita migliore.La storia dei suoi amori e del suo modo di essere fino a quel momento. L’ultima è una donna nera divorata dalla collera, che soccombe al peso della discriminazione sua e della sua gente. Questa è per eccellenza una canzone femminista, ed è uno dei più chiari documenti della situazione dell’epoca.

 

“Alla fine degli anni Sessanta vedevo due facce nello specchio, una rifletteva il mio orgoglio di avere la pelle nera e di essere una donna, l’altra la condizione che fossero il mio colore ed il mio sesso ad aver mandato tutto all’aria fin dall’inizio…”

 

E fu proprio nel corso di quegli anni che viene in contatto con Martin Luter King e Malcom X, oltre che con artisti fondamentali nella lotta contro la discriminazione razziale, come Miriam Makeba. Da quel momento in poi la sua musica si mescola con la militanza politica e in molti casi ne diventa la porta voce.  Con il passare degli anni diventa una icona dell’antirazzismo al punto che i suoi brani accompagnano le marce di protesta in tutti gli Stati Uniti.

Dal suo album di debutto, datato 1958 che comprendeva anche I Loves You, Porgy e My Baby Just Cares for Me, a partire dal 1963, inizia a lavorare stabilmente con la Philips. È qui che registra molte delle sue canzoni più incisive, come Old Jim Crow e Mississippi Goddam, che sono divenute inni per i diritti civili. Nel 1965 esce Pastel Blues, in cui si mostra in tutta la sua maturità. In questo album Nina Simone diventa una vera e propria pittrice degli stati d’animo e delle  emozioni della sua gente. . Era anche diventata amica dello scrittore Leroy Jones. Insieme avevano progettato una black opera che, però, non è mai andata in porto. La sua forte personalità era riuscita comunque ad imporsi anche negli Usa al punto che la città di New York l’ aveva insignita della sua massima onorificenza. La sua discografia si snoda fino alla metà degli anni Settanta e da quel momento in poi subisce un arresto a causa delle vicissitudini e degli eccessi che nella vita fa.

 

Eppure mentre la sua lotta andava avanti la sua vita privata si frantumava a poco a poco, portandola giù nel vuoto e nel buio che solo i grandi bluesman hanno saputo raccontare, come nella sua conver del 1958 di “The Other Woman”, una canzone piena di una tristezza, dove una donna è convinta che suo marito tornerà sempre da lei, e che vincerà sempre sulla sua amante. Con questo testo Nina Simone la famosa e travolgente “Sacerdotessa del Soul” dipinge la sua ‘imprevedibile e bipolare vita, passata tra le fiamme del disagio mentale, molti anni prima che questo venisse comunemente diagnosticato. Mostrò ai neri, alle donne a alla nascente comunità LGBT come fare a non cedere mai. Un messaggio attualissimo e ancora valido oggi. La sua voce profonda e quasi-androgina che poteva riempire una stanza fino a toccare il soffitto, avrà per sempre, con diritto e onore un porto tra tutte quelle donne che hanno fatto la storia, con le loro lotte, le loro scoperte, l’emancipazioni e con i semplici messaggi di forza, coraggio e pace che non si possono solo e sempre rintracciare tra le pagine della politica, della scienza o della filosofia, ma spesso, come ci ha dimostrato Nina Simone anche con la musica, con la voce, con i testi e con le sue azioni.

«All I want is equality, for my sister, my broche, my people, and me».

 

Articolo di Marco Napoli, reporter della eikonassociazione.com

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