Non c’è pace per Pomigliano, ecco la cassa integrazione. | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Non c’è pace per Pomigliano, ecco la cassa integrazione.

Dopo la vittoria di qualche settimana fa che imponeva ai vertici FIAT la riassunzione dei 145 operai FIOM licenziati, Marchionne passa alla controffensiva nei confronti dello stabilimento campano adottando un’ulteriore periodo di cassa integrazione tra fine novembre e inizi dicembre. Ma gli operai vogliono difendere il loro diritto al lavoro e sono pronti a lottare contro la casa torinese.

 

Marchionne, di certo, non è uno che se la da per vinta. Squalo dell’imprenditoria internazionale se subisce una perdita da una parte subito deve integrare dall’altra, o meglio, cassintegrare. Così avviene a Pomigliano d’Arco (Napoli). Evidentemente il “manager filosofo” della FIAT non aveva digerito la decisione della corte di Appello di Roma dello scorso 18 ottobre che imponeva la riassunzione di 145 operai della FIOM nello stabilimento campano con un ordine “immediatamente esecutivo”. Oltre la sconfitta sostanziale a Marchionne probabilmente è pesata ancor più la sconfitta morale e il dover “subire” impassibile le esultanze della Camusso, di Airaudo ma soprattutto dell’acerrimo nemico Landini.

Ma il manager torinese, mandato giù l’amaro boccone, ha preparato e realizzato la controffensiva. Ed è sempre la stessa:cassa integrazione. Infatti oggi arriva il comunicato della FIAT per cui dal 26 novembre al 9 dicembre oltre 2000 lavoratori dello stabilimento si fermeranno. Questo periodo di stop alla produzione si aggiunge alle precedenti cassa integrazioni di agosto e a quella – già decisa – del periodo 29 ottobre, 12 novembre. Motivazione ufficiale, data dalla casa del Lingotto, è il calo di richiesta sul mercato della nuova Panda (l’auto prodotta nello stabilimento di Pomigliano) ma in generale delle automobili, la cui domanda è ritornata, data la crisi economica, ai livelli di trent’anni fa. Del resto, fanno notare alla FIAT, anche altre grosse case automobilistiche europee hanno dovuto richiedere finanziamenti statali pur di salvaguardare i posti di lavoro e la produttività. Vuoi vedere che sotto sotto la FIAT vuole, per l’ennesima volta, elemosinare qualcosa allo Stato? Premesso che la casa torinese da quando esiste chiede aiuti e finanziamenti statali che – purtroppo – puntualmente vengono elargiti, permettendosi poi di imporre, con i soldi pubblici, le proprie politiche anti-sociali, ma è anche bene far notare, a Marchionne e agli altri, che se è vero che la Peugeot ha chiesto aiuti economici allo Stato francese è anche vero che il governo Hollande ha imposto che tali fondi fossero gestiti non direttamente dalla ditta ma da una commissione composta da un rappresentante statale e da uno sindacale. Marchionne sarebbe parimenti d’accordo che – un nome a caso – Landini gestisca le risorse pubbliche girate dal governo alla FIAT? Ma la sfavorevole congiuntura economica internazionale, di cui bisogna dire che la FIAT risente solo quando gli pare dato che per acquistare il colosso GM non si è pianta addosso, è, come detto sopra, solo la motivazione ufficiale.

C’è una motivazione ufficiosa, riportata da Pierluigi Bonora su Il Giornale, che riguarda proprio la riassunzione dei 145 operi FIOM. Secondo Bonora i costi di riassunzione “costringono” la FIAT a dover cassa integrare. Ma ci sono due elementi che non tornano, nell’ipotesi “Bonora”: primo è il fatto che le cassa integrazioni di agosto e quella che ci sarà a fine ottobre furono già decise prima della sentenza romana, in secondo luogo non si spiega perché per pagare lo stipendio a 145 persone bisogna cassintegrarne quasi 3000. Infatti si dimentica sempre di dire che oltre ai 2000 operai dello stabilimento di Pomigliano che subiranno lo stop in pratica quasi la totalità dato che a Pomigliano ci sono 2150 effettivi) ci sono 700 collaudatori, che risultano esterni allo stabilimento ma sono dipendenti FIAT, che son già cassaintegrati.

La verità è che la FIAT continua a puntare sulla destrutturazione di tutti gli stabilimenti italiani, ed in particolare del Sud (vedi anche la vicenda Irisbus), cercando di spostare la produzione all’est europeo dove i salari sono più competitivi in quanto manca completamente un codice del lavoro che garantisca i diritti fondamentali. E la beffa è duplice: prima perché il trasferimento all’estero avviene grazie ai finanziamenti pubblici, secondo è il metodo “referendario” di Marchionne che minaccia gli operai di sottostare a condizioni lavorative intollerabili pena la perdita del posto. Ma a Pomigliano gli operai non stanno a guardare, e già oggi tramite i delegati sindacali annunciano nuove proteste contro quest’ulteriore tranche di cassintegrazione. Marchionne sarà pure un osso duro. Ma gli operai non sono da meno.

    Antonio Siniscalchi
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